03 marzo 2010

Intervista a Luca Rinarelli



Luca, classe ’75, vive a Torino. In realtà ha iniziato a viverci da quando aveva vent’anni, dopo aver trascorso la sua infanzia tra le colline del Roero. Nel capoluogo piemontese si è laureato in Scienze Politiche e lavora come impiegato. È appassionato di Storia del Novecento, di cinema e, soprattutto, di fotografia. Da anni fa parte di un’associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e, intanto, ha fatto il suo esordio nel panorama letterario, riscuotendo una serie di ottimi consensi. Il suo sguardo è quello di chi giunge dalla provincia in una grande città e inizia ad osservare con occhi famelici; e dopo aver osservato, inizia a descrivere. Ciò che Luca fa attraverso la fotografia e attraverso la scrittura.

In perfetto orario è un romanzo noir contraddistinto da una dettagliata cura dell’immagine fotografica. Cosa rappresentano per te la scrittura e la fotografia?

La fotografia è stata una specie di scoperta, avvenuta grazie a un amico. In senso puramente meccanico, la macchina fotografica è stata il primo mezzo che mi ha spinto a tradurre quel che vedevo e sentivo in una forma comprensibile anche per altre persone. Parlo di fotografia nel senso novecentesco del termine, quindi non di digitale e Photoshop. E’ immediata, è un’immagine che sembra costringere gli altri a vedere quello che hai visto tu. Io scelgo cosa dirti e come dirtelo. Ovviamente non è così, perché coloro che guarderanno quella fotografia, lo faranno con i propri occhi. La scrittura è del tutto diversa per me. Mi permette di inventare una storia, delle vite, delle persone, anche dei luoghi. Non ci si limita a interpretare la realtà e a mostrarla da un certo punto di vista. Scrivendo si può davvero inventare. Certo si usano pezzi di realtà, ma si è del tutto liberi di montare, aggiungere, togliere, modificare. In perfetto orario è certamente molto “fotografico”, semplicemente perché il mio modo di scrivere riflette come percepisco ciò che mi circonda: modalità audio-video-tattile-olfattiva. Come il mio gatto...


Ci sono scrittori ai quali ti sei ispirato?

No, nessuno. Leggo, e vi sono alcuni scrittori che mi piacciono davvero tanto e che ammiro. Ma vengo ispirato dalla realtà che mi circonda, dai luoghi e dalle persone che vedo e che sento. Questa è la prima fonte di ispirazione. La seconda fonte di ispirazione è il cinema, più che la letteratura, proprio perché mi esprimo per immagini. In perfetto orario è stato ispirato da luoghi e persone reali, ma deriva anche dalle suggestioni e dalle emozioni che mi hanno dato due film: “Goodbye Lenin” e “Il nemico alle porte”. Il primo mi ha acceso una lampadina riguardo alla difficoltà di cambiare e riadattarsi ad un ambiente che muta. La storia di questa donna figlia della Germania Est, convinta che il sistema socialista possa essere migliorato, e che entra in coma prima del crollo del Muro e che si risveglia dopo, è davvero commovente. Il secondo film, ambientato durante la battaglia di Stalingrado, mi ha impressionato per il paesaggio. Le fabbriche distrutte nelle quali si inseguono i due cecchini erano incredibilmente simili a quelle di Torino in dismissione, che ho fotografato. Mi è venuto in mente di farle diventare una parte della location del romanzo.


Nel romanzo c’è un personaggio, Giovanni Scavino detto “Gian”, un ex fotoreporter caduto in disgrazia, che ha mollato tutto ed è diventato un “invisibile”, un clochard, una di quelle persone di cui ti occupi con la tua attività di volontariato. Con quanti “Gian” ti confronti ogni giorno?


Non so se riuscirei a svolgere questa attività tutti giorni, per lavoro. Certo coinvolge molto, emotivamente. Ci sono molte persone che finiscono in strada, per i motivi più diversi. Un divorzio, la perdita del lavoro e del reddito. Alcuni, usciti dal carcere, non riescono ad avere alternative ai piccoli espedienti e ai dormitori pubblici. Nell’attuale situazione economica, e con le regole attuali del mercato del lavoro, non ci vuole nulla a finire sulla strada. Questo mi ha sempre inquietato.


Tu descrivi una Torino povera, una Torino notturna e, a tratti, “maledetta”. Qual è il tuo pensiero sulla città in cui vivi?

Mi ha sempre affascinato. C’è una certa mitologia maledetta su Torino, è vero, ma credo che sia esagerata. Dal punto di vista del crimine, credo che rientri nella media delle altre città dell’Europa Occidentale. Ovviamente con la crisi dell’industria la città si è impoverita, e io forse pongo l’accento su questo aspetto proprio perché mi confronto spesso con persone che hanno difficoltà. E’ una città anche molto ricca, in alcuni suoi settori, e di sicuro è “inventiva”, creativa. Questo mi è sempre piaciuto. Il fatto che il torinese ormai abbia le origini culturali più diverse, come succede a Londra o Parigi, a me piace molto. Dal punto di vista estetico, continuo a pensare che sia una delle città italiane con il centro storico più bello e intrigante, per differenze e sovrapposizioni di stili, solo che invece di provare un senso di confusione, passeggiando si ha sempre l’impressione che qualcuno abbia deciso, con un disegno ben preciso, che il tutto dovesse essere così. Torino inoltre esprime perfettamente tutti i miei stati d’animo.


I tuoi personaggi si muovono in una dimensione di crisi. Economica, sociale, esistenziale. Qual è il messaggio che si cela nel tuo romanzo?

Gli uomini hanno paura dei cambiamenti. Spesso, anche quando si sta male, si continuano a ripercorrere sempre le stesse strade, perché si crede di non conoscerne altre. A me è capitato spesso. Non è vero, e lo sappiamo bene, ma la paura ci blocca e ci fa guardare indietro invece che avanti. Le crisi, anche le sofferenze, possono provocare delle reazioni, che a me ricordano quasi a quelle chimiche. E’ questo ad affascinarmi degli incontri casuali, che sono la continua chiave di volta di tutto il libro. Si incontrano due persone sole e senza speranza, e si cambiano la vita a vicenda.


Vista con gli occhi dello scrittore, come ti sembra la situazione editoriale italiana?

Non so dirti bene, ci sono appena capitato dentro. Grandi disparità di mezzi tra editori grandi e piccoli, moltissime pubblicazioni, il che ti dà maggiori possibilità di pubblicare, ma rende anche il tuo lavoro una goccia nel mare. Pressoché invisibile.


Progetti futuri? Sentiremo ancora parlare di Werner Hartenstein ?

Sì, perché ne sentirei io per primo la mancanza. Sto lavorando a un
secondo romanzo in cui Werner continuerà la sua evoluzione personale. Non voglio che diventi un personaggio sempre uguale a se stesso, come spesso accade. Farà un suo percorso, come le persone reali. Mi piacerebbe poi che qualcuno girasse un film ispirato a In perfetto orario. Perché mi incuriosisce vedere come questa storia possa essere “vista” dall’occhio e dal cervello di un regista. Un’altra persona che usa altri strumenti.

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