21 giugno 2010

Intervista a Matteo Di Giulio

Matteo Di Giulio, classe 1976, è nato e cresciuto e Milano, dove scrive stabilmente sulla rivista cinematografica Film TV. Alle spalle un curriculum “da paura”: vicedirettore dell'Asian Film Festival di Roma, ha collaborato con le riviste Sentieri Selvaggi e Nocturno Cinema, ha firmato diversi saggi come Cinema e generi o Non è tempo di eroi - Il cinema di Johnnie To. Lo abbiamo incontrato per fare due chiacchere sui suoi libri e sulla sua città.

Oltre a essere scrittore sei anche critico cinematografico. Quanto ti hanno influenzato i film noir nella stesura di questo La Milano d'acqua e sabbia? Quali sono i film a cui ti sei maggiormente ispirato?

I film mi hanno sicuramente ispirato, anche se più come spettatore che in qualità di critico. L'influenza ha agito a livello inconscio, indirettamente: le visioni accumulate negli anni hanno prodotto alcune immagini, alcune suggestioni che ho cercato poi di inserire nel contesto del romanzo. Essendo la mia specializzazione critica il cinema orientale non sempre ho potuto seguire le sensazioni che provenivano dalla mia esperienza, in un paio di circostanze ho cercato di adattarle, spero in maniera costruttiva. E' difficile omaggiare senza scadere nella banalità della citazione fine a se stessa. Mi piace pensare che in Gianluca Fedeli, il mio protagonista, ci siano le contraddizioni di alcuni personaggi di Johnnie To, anche se sotto molti altri punti di vista sembra più un poliziotto al limite, di quelli messi in scena negli anni '70 da Damiano Damiani. So di essere ancora lontano dai loro vertici, ma la speranza è di essere riuscito a rubare loro qualche spunto di riflessione.


E parlando di libri, quali sono quelli che ti hanno influenzato di più?

I miei gusti di lettore hanno costituito probabilmente la principale fonte di ispirazione per alcune scelte, anche se incosapevoli. I canoni della narrativa di genere noir sono tutti ben presenti: il mio tentativo è stato rielaborarli, riportarli in auge, attualizzarli a una società reale e complessa come la Milano - ma volendo anche l'Italia - di oggi. Sono cresciuto leggendo tanti hardboiled americani, Dashiel Hammett, Raymond Chandler, Chester Himes, Donald Westlake, David Goodis. Mi piacciono i personaggi cupi, come quelli di James Sallis e Lawrence Block, gli antieroi combattuti. Non sono per il bianco e nero, credo sia molto più stimolante scrutare nelle sfumature alla ricerca di indizi sulla fallibità umana. In questo senso non posso non citare Giorgio Scerbanenco, lo scrittore che più di chiunque altro, secondo me, ha saputo parlare di Milano e dei milanesi in modo attuale, con uno sguardo dal basso che, probabilmente, è ancora oggi l'unico possibile. Apprezzo molto anche Henning Mankell e il suo commissario Wallander, un altro esempio di poliziotto che insieme alla divisa si porta dietro un bel bagaglio di vita vissuta.


Alla fine di La Milano d'acqua e sabbia lasci molte cose in sospeso, come la storia da Gianluca e Teresa o il trasferimento del commissario Tonioli. Come mai?

Da lettore - oltre che da spettatore - ho sempre preferito i libri con finale in parte aperto, per lasciare il gusto di immaginare, di andare oltre, di non fermarsi a quanto deciso dal narratore. Non so con certezza se quelle specifiche storie o determinati personaggi secondari avranno un seguito, e se sì che tipo di seguito sarà, proprio al pari del lettore che, risolto l'intrigo principale, è spinto a chiedersi cosa avverrà adesso. E' interessante, proprio su questo punto, potersi confrontare con chi abbia letto il libro e discutere insieme dei possibili sviluppi futuri della storia. Raramente le opinioni sui personaggi e sulle vicende descritte coincidono.


Nel tuo libro descrivi una Milano periferica abbandonata al degrado e nelle mani della malavita. Quanto c'è di vero in quello che hai scritto?

C'è molto di vero, in generale, anche se la storia e i singoli personaggi sono tutti frutto della finzione. Milano oggi non è più la città della mala, dei Vallanzasca, dei banditi; il potere è economico, detenuto da finanziarie, banche e grandi multinazionali. Il crimine cambia faccia, lo si legge tutti i giorni sulle pagine dei quotidiani. Nel mio romanzo cerco di inquadrare una di queste sfaccettature, legate al problema degli alloggi, delle riqualificazioni di interi quartieri, di speculazioni edilizie. Il palazzo di cui parlo esiste veramente, su trova in un complesso modernissimo nella zona Sud Ovest di Milano, ma per fortuna non è così marcio come nel romanzo. Anche il sistema delle cooperative edilizie, che stanno ridisegnando interamente una zona di periferia un tempo malfamata, come il Giambellino, non è inventato. Ho adattato fatti reali per una storia verosimile. La mia domanda, da scrittore, è stata: «Qui sembra essere andato tutto bene, ma se sotto ci fosse qualcosa di losco?» Ed è così che è nato La Milano d'acqua e sabbia.


Nel tuo libro, nell'ambito delle forze dell'ordine, appare solo un personaggio che puzza di corruzione: il pubblico ministero Dal Verme. Perché proprio un pubblico ministero e non un altro elemento qualsiasi della polizia? Hai preso spunto da fatti reali o presunti tali dall'opinione pubblica milanese?

In realtà non volevo personaggi positivi nel libro. Nemmeno il protagonista, un poliziotto pieno di dubbi, lo è fino in fondo. Era inevitabile, però, per come concepisco io il genere noir, creare una nemesi di cui diffidare. Il fatto che sia un magistrato in odore di corruzione è stato casuale, volevo più che altro sottolineare come, nel sistema, basti un ingranaggio che funziona male per inceppare l'intera macchina. Che sia un poliziotto che inquina le prove, un ispettore che prende scorciatoie, un procuratore con le mani in pasta con i potenti poco importa. La Milano moderna è un coacervo di pericoli e dubbi, di contraddizioni che, in ogni ruolo, in ciascuno di noi che la viviamo tutti i giorni, possono avere dei lati oscuri e pericolosi. Io ho cercato di indagare proprio questo lato oscuro, di portarne in luce le idiosincrasie.


Il protagonista Gianluca Fedeli ha a che fare molto spesso con immigrati ( per esempio quando va a mangiare nei tanti ristoranti etnici sparsi per Milano). Lui sembra convivere con questi nuovi milanesi con molta serenità. E tu come ci convivi? E i tuoi concittadini?

Io ci convivo benissimo, al contrario di tanti concittadini - basti pensare alla recente proposta di dividere la metropolitana tra italiani e immigrati. Milano è oggi una città divisa in due: da un lato i ricchi, dall'altro i poveri. Poi vengono il colore della pelle e la lingua, ma il disagio è soprattutto tra ceti sociali in contrasto. Paradossalmente, in una situazione in cui la giunta pensa solo all'Expo e alla facciata scintillante, sono proprio i quartieri più insospettabili, Chinatown, Porta Venezia con i suoi negozi africani e indiani o Isola, a offrire un miglior tenore di vita. E' in quelle vie, lontano dal centro, che la vita è meno frenetica, in cui si riesce a sorridere al vicino di casa, anche se è straniero, o in cui mangiare bene non costa un'esagerazione. Un po' come Londra, la Milano multietnica sta mutando in un gigante. Un gigante però dai piedi d'argilla, spaccato in due, se non riuscirà a trovare una soluzione di continuità tra ciò che era e ciò che aspira a essere. E che non sarà mai finché non abbandonerà i residui di mentalità paesana per cui chi si sente superiore è in diritto di giudicare chi la pensi diversamente. E' un discorso complesso, che non vale solo per l'immigrazione ma, a monte, anche per le scelte politiche, etiche e culturali. Non c'è spazio per il diverso. E' scoraggiante.


La tua storia è incentrata sui rapporti criminali tra industriali del mattone e politici corrotti. In molte città italiane questo è un problema molto grosso (penso soprattutto a Roma e agli scandali riguardanti l'ultimo piano regolatore). A Milano com'è la situazione? Pensi che in occasione della Expo2015 che si svolgerà a Milano possa esserci pericolo di speculazioni?


La situazione di Milano è molto peggio di quanto si pensi. Non tanto e non solo per la corruzione, sicuramente presente a più livelli - e con l'Expo aumenterà, visto il giro di soldi previsto; così come sta avvenendo per il nuovo piano regolatore, che sta scatenando polemiche anche in Lombardia -, quanto per l'apatia con cui i cittadini non si ribellano all'idea di fare propria la città, di renderla un posto dove poter costruire un'idea di metropoli che non sia imposta dall'alto. Si parla tanto di Expo, di grattacieli, di centri commerciali, ma cosa c'è dietro ai palazzi di nuova generazione? Il precariato, il divario sociale, l'intolleranza sono sempre più marcati. Stanno scavando un solco. In questo solco proliferano i peggiori strati di umanità, che sfruttano il debole per portare avanti la politica del ricco. Lo racconta splendidamente Il paese di Saimir di Valerio Varesi. Ed è il motivo per cui una delle zone di cui parlo diffusamente nel mio romanzo, quella di via Savona, via Solari, un tempo cuore pulsante dell'industria lombarda, si sta trasformando in zona residenziale di lusso, senza tener conto delle esigenze di chi ci vive, senza offrire servizi primari. Senza scrupoli, tutto sommato.


Il personaggio di Gianluca Fedeli, così come la caratterizzazione dei personaggi secondari, sarebbe molto adatto a un ciclo di romanzi. Non ci hai mai pensato o sei già a lavoro su una seconda avventura del poliziotto Fedeli?

Non ci ho pensato mentre scrivevo La Milano d'acqua e sabbia, ma subito dopo sì. Mi sono reso conto che avevo ancora molto da dire e che la voce, il corpo e gli errori di Gianluca Fedeli sarebbero stato un ottimo tramite per farlo. Infatti è già in cantiere un seguito, a cui sto apportando le ultime correzioni. Se nel primo libro l'ispettore si trova coinvolta in un'indagine apparentemente poco importante, che con il proseguire dell'inchiesta lo spinge a confrontarsi con i suoi lati oscuri, nel seguito avverrà più o meno il contrario. Fedeli partirà stavolta dal fondo, dal fango dell'inferno; e tramite un percorso molto peculiare, decisamente più cupo, sporco, proverà a vedere se è degno di mettere un piede in purgatorio. Non voglio però farne un personaggio seriale all'infinito. La saga di Gianluca Fedeli avrà ancora qualche episodio ma anche una parentesi di chiusura. Aspetto che sia lui a dirmi quando sarà il momento di tracciare la parole fine.



Come nasce l’esigenza di descrivere la scena hardcore milanese in Quello che brucia non ritorna?

Avendola vissuta in prima persona volevo ricordarla. In questo la mia esigenza coincide perfettamente con quella di Agenzia X, il mio editore, che ha come preciso scopo la ricerca di strada, del racconto orale, della tradizione urbana da riscoprire e analizzare. Vive forte in me, inoltre, la voglia di riportare alla luce una Milano, e un'Italia, differenti, che oggi faticano a trovare spazio ma rimangono possibili. Le realtà di cui parlo sono quelle degli spazi alternativi, dei centri sociali, degli alternativi, delle culture musicali di nicchia: la voce dei diversi, di chi non vuole omologarsi a un sistema che più si va avanti e più mi sembra invece preimpostato dall'alto.


Quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Smalley?


Di puramente autobiografico c'è qualcosa. Di vero praticamente tutto. Smalley è un personaggio di fantasia in cui coincidono diverse persone reali, dai vari caratteri, dalle diverse esperienze ho cercato di trarre un modello che racchiudesse in sé gran parte delle caratteristiche di chi ha vissuto quel periodo. È una sorta di icona generazionale, un modello di tutti e di nessuno. Ci saranno persone che sicuramente si identificheranno in lui, nei suoi pensieri, nei suoi modi di agire, io stesso ho prestato molto di me a lui.


Cosa rappresenta per te l’etica “straight edge”?

Straight edge va oltre la musica punk hardcore. È un modo di vivere, di pensare, di intendere la società, di ribellarsi a ciò che non sta bene. È un modo alternativo di protesta, un po' come la non violenza di Gandhi: passa attraverso una presa di coscienza che fa del rispetto, per se stessi e per tutto ciò che ci circonda, siano l'ambiente o le persone con cui viviamo, la propria bandiera. Gli straight edge urlano la loro rabbia attraverso il rifiuto di cedere al compromesso, il loro messaggio è ugualmente musicale, politico e sociale. È un messaggio trasmesso trasversalmente.


Intervista scritta in collaborazione con Fabio Napoli.

Quello che brucia non ritorna


Matteo Di Giulio
Agenzia X
2010

Davide “Smalley” vive ad Amsterdam, città nella quale è approdato dopo aver girato mezza Europa. La sua, in realtà, è stata una fuga da una colpa misteriosa che lo ha costretto a lasciare la sua città: Milano. Nella città olandese Davide ha trovato il suo equilibrio, il suo stile di vita ma le cose cambiano quando compra per caso un giornale italiano in cui un articolo gli rivela la fine dell’esistenza del Laboratorio Anarchico, simbolo della sua adolescenza milanese, culla della sua crescita e del suo sentimento di ribellione. Smalley quindi fa ritorno nella sua città natale accompagnato da Jan, il suo migliore amico. Giunto a Milano carico di rancore, inizia la sua indagine personale alla ricerca della verità mentre i luoghi che ritrova lo riportano indietro nel tempo: i primi vinili da Zabriskie, l’incontro con Max, Lupo e Drew - i componenti della sua band, i Krakatoa - la scena underground milanese, la ribellione, l’etica “straight edge”, il Laboratorio Anarchico…
Quello che brucia non ritorna è il secondo romanzo di Matteo Di Giulio, il quale, dopo aver descritto in La Milano d’acqua e sabbia una periferia in preda al degrado e alla malavita, ci immerge nel pieno degli anni Novanta delle controculture milanesi, delle periferie che si ribellano a colpi di riff taglienti e sudore, nel cuore della scena hardcore. Protagonista è Davide “Smalley”, il cui nome è un omaggio a Dave Smalley, cantante e chitarrista celebre per aver fatto parte di gruppi come DYS, ALL e Dag Nasty; è lui a narrarci i fatti in prima persona seguendo un ritmo diaristico, senza filtri, creando un rapporto diretto con il lettore. Il tempo della narrazione è il presente, che diventa presente storico nei numerosi flashback in cui il protagonista racconta il suo passato. L’intera vicenda è un viaggio. Verso una città che è profondamente cambiata in peggio; verso un passato che ritorna con il suo tributo di ricordi e rabbia; verso la voglia di liberarsi dai demoni e raggiungere una catarsi personale; verso una vendetta per qualcosa che non può più esistere per colpa di qualcuno. Questo viaggio Matteo Di Giulio ce lo racconta attraverso una scrittura carica di cinismo, rabbia, disprezzo, con uno stile tagliente e senza fronzoli, proprio come l’hardcore, uno stile di vita grezzo e sincero, in cui gli ideali vengono urlati con voci cacofoniche ma dirette. Una scrittura che si vela di malinconia quando Smalley afferma che “quello che brucia non ritorna mai; e al tempo stesso non muore, dentro di noi”.

17 giugno 2010

Intervista ad Élmer Mendoza

Torino, Genova, Milano, Bologna e Roma. Sono queste le tappe del tour italiano di Élmer Mendoza, uno degli intellettuali più attivi in Messico. L’appuntamento è a Roma ma è lui a fare gli onori di casa perché il luogo in cui ci sediamo per una piacevole chiacchierata è un immenso salone in stile settecentesco dell’Ambasciata del Messico. Finite le interviste e la conferenza siamo tutti invitati ad un aperitivo gentilmente offerto dall’ambasciatore e il tutto si conclude tra strette di mano, sorrisi, salatini e un ottimo bicchiere di Porto. Che bell’ambiente amichevole, peccato che fuori ci aspetti la pioggia.

Proiettili d’argento tratta temi caldi, come il rapporto tra narcotraffico e potere politico o la corruzione della polizia. Hai ricevuto delle critiche per questo romanzo nel tuo paese?

Sì, ho ricevuto delle critiche. Proiettili d’argento è una storia inventata ma vuole essere una testimonianza di ciò che succede in Messico. I lettori fanno un confronto tra il mio romanzo e la realtà che vivono e tendono ad unire le due dimensioni. Io parlo di violenza e il mio paese ne è piena. Ogni giorno avvengono circa venticinque omicidi per fatti che ruotano intorno alla droga. Devo dire, però, che non ho avuto alcun tipo di problema né con il governo né tantomeno con i narcotrafficanti.


Invece in Italia scrittori come Roberto Saviano subiscono delle critiche perché con il loro lavoro “fanno pubblicità alla criminalità organizzata”. Credi che libri di questo genere, conditi da una forte denuncia sociale possano in qualche modo essere scomodi per certi ambienti e per certe gerarchie?

Io non ho mai ricevuto critiche di questo genere e non ho mai subito alcuna forma di censura. Chi ha avuto qualche problema sono stati i giornalisti, soprattutto nel momento in cui hanno aperto una finestra sul mondo del narcotraffico. Ora siamo in molti a scrivere romanzi che in qualche modo denunciano i mali della società, si è creato un vero e proprio movimento culturale e se la classe politica intervenisse cercando di fare ostracismo, si darebbe la zappa sui piedi.


Ci sono altri scrittori messicani che hanno trattato temi analoghi a quelli trattati da te?

Sì. Ci sono molti giovani che s’interessano a questi temi. Alcuni sono allievi del mio corso di scrittura. Molti, invece, appartengono alla mia generazione. Anche uno scrittore del calibro di Carlos Fuentes ha deciso di gettarsi nella mischia e scrivere di corruzione e narcotraffico.


All’inizio del romanzo scrivi che «la modernità di una città si misura dalla quantità di armi che rimbombano per le sue strade». Cosa intendi con queste parole?

Prima di tutto con questa frase voglio che il lettore sappia che si troverà davanti ad argomenti forti, scabrosi. Inoltre quella frase vuole essere un monito, una chiave di lettura sociologica di una società che si fa strada a colpi di mitra e revolver.


Nel romanzo usi il linguaggio dei bassifondi. In che modo ti sei documentato su questo tipo di linguaggio?

Vengo dalla strada. Sono cresciuto lì. È una realtà che conosco di persona.


Quali sono le reazioni che ti aspetti da chi leggerà questo Proiettili d’argento?

Voglio che i lettori tocchino con mano la realtà che descrivo. Voglio che si rendano conto di trovarsi davanti ad un nuovo modo di intendere la letteratura e ad un lavoro sorprendente. Voglio che, oltrepassata pagina 40, il mio mondo diventi anche il loro.

Proiettili d'argento


Élmer Mendoza
Traduzione di Pino Cacucci
La Nuova Frontiera
2010

Culiacán. Messico. Paola Rodriguez, una ragazza bellissima, si è introdotta in casa del suo ex. È armata. Lui l’ha lasciata e lei vuole vendicarsi. Peccato che lui sia già morto: Bruno Canizales, avvocato di successo, candidato al titolo di uomo dell’anno, figlio di un importante politico, è riverso sul letto con un buco in testa. Si occupa delle indagini il detective Edgar “Zurdo” Mendieta, affiancato dalla collega Gris Toledo. Le indagini non sono semplici: pochi indizi. Due scarpe spaiate, un intenso profumo sulla scena del delitto e, soprattutto, un proiettile d’argento; Canizales è stato ucciso come fosse un lupo mannaro. Tra l’altro Zurdo non vive un bel momento. È in cura presso uno psicanalista per superare un trauma che risale alla sua infanzia e l’abbandono da parte della sua donna. Le indagini sulla morte di Canizales si muovono in varie direzioni e Zurdo deve barcamenarsi tra le pressioni dei media, la corruzione della polizia e della politica e il narcotraffico, unico vero padrone della città. Intanto altri cadaveri vengono trovati avvolti nelle coperte...
Un noir che apre una finestra sulla realtà dei bassifondi messicani, attanagliati dalle prepotenze dei narcotrafficanti, mentre ai piani alti polizia, potere politico e capi dei principali cartelli si spartiscono la torta, lasciando alla povera gente nient’altro che una sembianza di briciole. Questo è Proiettili d’argento, primo romanzo tradotto in Italia di Élmer Mendoza, docente all’università di Sinaloa e uno dei maggiori intellettuali del Messico, considerato il fondatore del “romanzo narco”, dopo Un asesino solitario del 1999. “La modernità di una città si misura dal fragore delle armi per le strade”. Così riflette all’inizio del romanzo Zurdo Mendieta, detective che risponde ai classici topoi del genere: duro, al limite dell’alcolismo e con una vagonata di problemi da risolvere. Ma c’è poco spazio per l’introspezione, perché Proiettili d’argento fila come il Galaxy Express 999, con il suo linguaggio asciutto, crudo, nervoso, in cui il dato che risalta è la mancanza dei segni d’interpunzione nei dialoghi, che si amalgamano nella struttura creando un flusso continuo tra parlato e raccontato. Proprio qui scoviamo la bravura del traduttore Pino Cacucci, il quale ha saputo rispettare la struttura senza interventi drastici, restituendoci il romanzo proprio come Mendoza lo ha costruito, denotando la sua sensibilità di scrittore. Travestendosi di finzione, il romanzo rappresenta un ponte con una cultura apparentemente lontana ma, se guardiamo la realtà come lo fa Élmer Mendoza, ci accorgiamo che anche le città in cui viviamo hanno raggiunto, e da un pezzo, il loro ragguardevole grado di modernità.

04 giugno 2010

Ernest Hemingway

"Non c’è nessun amico più leale di un libro".

Ernest Miller Hemingway nasce a Oak Park - un sobborgo di Chicago, nell’Illinois - in una calda mattinata del luglio 1899. Secondogenito di cinque figli, il piccolo Ernest vive un’infanzia poco felice a causa dei contini litigi dei genitori: Clarence Edmond Hemingway, medico, collezionista di monete, francobolli e cimeli indiani, appassionato di caccia e pesca, e Grace Hall, un contralto che abbandona la carriera musicale per problemi alla vista. Dopo gli studi elementari viene iscritto alla “Municipal High School”, dove incontra due insegnanti che notano la sua propensione alla letteratura e lo spingono a scrivere; nascono così i primi racconti e i primi articoli, che vengono pubblicati sui giornali scolastici “Tabula” e “Trapeze”. Nel 1917 ottiene il diploma ma rifiuta di iscriversi all’università e si trasferisce a Kansas city, dove inizia a scrivere per un quotidiano locale. Il 6 aprile di quell’anno gli Stati Uniti intervengono nelle sorti della Grande Guerra, schierandosi al fianco dell’Intesa e questo evento stimola Hemingway ad offrirsi volontario per il fronte. Viene però riformato per un problema alla vista e l’anno successivo si arruola come autista di ambulanze della Croce Rossa. In estate si trova sul fronte italiano, dove viene ferito; dopo una convalescenza di tre mesi e la delusione amorosa datagli da Agnes Hannah von Kurowsky, un’infermiera americana di origini tedesche, si ritira dalla Croce Rossa e combatte nell’esercito italiano fino all’armistizio. Al ritorno dal fronte Hemingway viene accolto da eroe per il suo coraggio, ma come tutti i reduci, trova grosse difficoltà nel riadattarsi alla vita civile; per questo motivo inizia a soffrire d’insonnia, che tenta di combattere iniziando a bere. Nel 1920 si reca a Toronto per allontanarsi dalla madre che non accetta la sua passione per la scrittura e inizia a collaborare con il “Toronto Star”. Questa esperienza si conclude nel giro di pochi mesi ed Hemingway si trasferisce nuovamente nell’Illinois, a Chicago, dove continua la sua attività di giornalista e, soprattutto, incontra e sposa Elizabeth Hadley Richardson, una ragazza orfana e di otto anni più grande di lui. Grazie all’aiuto economico della moglie e ad alcune lettere di raccomandazione di Sherwood Andersen a Gertrude Stein, Ezra Pound e James Joyce, raggiunge l’Europa e riprende la collaborazione con il “Toronto Star” come inviato. Si stabilisce a Parigi, dove inizia la sua carriera letteraria, che inizia con la pubblicazione di Three Stories and Ten Poems nel 1923, anno in cui nasce il suo primo figlio John Hadley Nicanor, soprannominato “Bumby”. Nel 1925 l’editore americano Horace accetta di pubblicare il suo secondo libro In our time. Seguono Fiesta, Torrenti di primavera e Men without Women. Nel 1927 divorzia dalla moglie e sposa una sua amica, Pauline Pfeiffer, redattrice di “Vogue”. L’anno dopo lascia l’Europa e torna negli Stati Uniti, dove trascorre il suo tempo immerso nella scrittura, nella caccia e nella pesca e dove nasce il suo secondogenito Patrick, dopo un parto complicato. Nello stesso anno il padre si toglie la vita, sparandosi un colpo di fucile alla testa. Nel 1929 pubblica Addio alle armi e due anni dopo nasce il terzo figlio, Gregory Hancock. Nel 1936 scoppia la guerra di Spagna e lo scrittore parte l’anno dopo come corrispondente di guerra per il “North American Newspaper Alliance”. Rimane nella penisola iberica fino al 1940, quando sposa la sua terza moglie Martha Gellhorn, giornalista e scrittrice, dopo aver divorziato da Pauline. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Hemingway si reca prima in Estremo Oriente come corrispondente di guerra, poi in Europa al seguito dell’esercito americano. Finita la guerra ottiene il divorzio da Martha, sposa la giornalista americana Mary Welsh e torna alla sua attività di scrittore, pubblicando nel 1950 Di là tra il fiume e tra gli alberi e nel 1952 Il vecchio e il mare. L’anno successivo vince il Premio Pulitzer e nel 1954 il Premio Nobel per la letteratura, dopo un incidente aereo nel quale si riteneva fosse morto. Nonostante i riconoscimenti in tutto il mondo, lo scrittore entra in una crisi esistenziale che lo condanna all’inattività. Nel 1960 viene ricoverato in una clinica del Minnesota, dove è sottoposto ad una ventina di sedute di elettroshock che gli causano vuoti di memoria che lo scrittore vive come una vera e propria tragedia. Nell’aprile del 1961 tenta il suicidio, prontamente sventato dalla moglie. Il primo luglio del 1961 trascorre una giornata tranquilla, tranne i ricorrenti incubi di una persecuzione da parte dell’FBI. La mattina dopo un colpo di fucile risuona nella casa dello scrittore; quando la moglie corre a vedere, scopre la tragica verità: Hernest Hemingway si è sparato un colpo di fucile alla tempia. Mary ha dimenticato di nascondere le chiavi dell’armadietto che custodisce le armi, ed Ernest le ha trovate.

02 giugno 2010

La lettera perduta


Scott Mariani
Traduzione di Velia Februari
Nord
2010

Austria. Oliver Llewellyn è un musicista che sta scrivendo un libro sulla morte di Mozart. Il suo cadavere viene ritrovato sulle sponde di un lago ghiacciato: la polizia archivia il caso come un incidente, ma in realtà Oliver è stato ucciso. La sera della sua morte era stato ad un party ed aveva assistito ad una scena agghiacciante, riuscendo a filmare tutto con il cellulare. Circa un anno dopo Leigh Llewellyn, sorella di Oliver e soprano di fama mondiale, riesce a sventare un tentativo di rapimento e, spaventata, chiede aiuto a Ben Hope, un ex militare delle SAS, compagno d’armi del fratello e sua vecchia fiamma. I due non credono alla tesi dell’incidente, soprattutto dopo aver visionato il cd che Oliver ha mandato alla sorella prima di morire. Ben inizia ad indagare e scopre che il suo amico è stato ucciso dai seguaci di una setta che affonda le sue radici nella Massoneria e che già nel lontano 1791 si è macchiata dell’uccisione di Mozart. A conferma di ciò esisterebbe una lettera in cui il grande compositore confessa di conoscere i motivi del male che lo sta portando alla tomba. Inizia per Ben e Leigh un viaggio per l’Europa alla ricerca della lettera e della verità, ma i due devono tenere gli occhi aperti perché la setta è sulle loro tracce…
E se a causare la morte di Mozart non fosse stata l’invidia del rivale Antonio Salieri o una febbre reumatica ma la cospirazione di una setta massonica tramite l’avvelenamento con l’acqua toffana, un potente veleno in uso nel Settecento? È questo lo scenario che viene ipotizzato dall’eclettico scrittore scozzese Scott Mariani, musicista, traduttore, giornalista free lance e istruttore di tiro con la pistola. La lettera perduta prova a far luce su un argomento sul quale si sono scritte intere biblioteche, per dirla alla Benigni, ma lo fa con un taglio personale ed intrigante, mai banale. La bravura dello scrittore risiede nel saper amalgamare pseudo-verità storica e finzione narrativa, lasciando al contempo la possibilità al lettore di costruirsi un proprio punto di vista. La costruzione del plot si rivela frizzante, veloce e serrata e viene condita da tutti gli ingredienti tipici dell’action thriller: travestimenti, fughe rocambolesche da una città all’altra, colpi di scena, sparatorie, pochissima introspezione psicologica dei personaggi. Tutti elementi che infondono al romanzo un taglio decisamente cinematografico e che Scott Mariani sembra maneggiare sapientemente. Complotto massonico ed intrigo storico, come non pensare a Dan Brown? Ma chi s’imbatterà in queste pagine si accorgerà che altre strade sono percorribili anche all’interno di un genere che pare aver esaurito gli argomenti ma che viene impreziosito da storie interessantissime. Storie come questa.