25 gennaio 2011
Appunti di un venditore di donne
Giorgio Faletti
Baldini Castoldi Dalai
2010
Aprile 1978. L’Italia è sconvolta dal rapimento di Aldo Moro e il clima sociale e politico è rovente. Milano è teatro degli scontri di piazza e preda del banditismo, e si appresta a diventare la bibita degli anni Ottanta. All’Ascot Club, il tempio indiscusso del cabaret milanese, muove i primi passi una generazione di comici e cabarettisti. Un luogo che, insieme ai ristoranti di lusso, le bische clandestine e le discoteche, è terreno fertile per gli affari di un uomo affascinante e impenetrabile che tutti conoscono con il nome di Bravo e che di mestiere fa il venditore di donne. Niente violenza, solo proposte. In questo modo Bravo è riuscito a farsi un nome nell’ambiente. Ma nessuno sa che Bravo ha un menomazione fisica. A causa di uno sgarbo è stato evirato. La sua vita cambia quando conosce Carla, una donna bellissima che risveglia in lui istinti ormai soffocati, soprattutto quando gli sussurra cinque parole che diventano una tortura: “Con te ci verrei gratis”. Carla vuole lavorare con lui, per lui e durante un festino avviene una strage in cui tutti vengono trucidati. Tutti tranne Carla. La donna è scomparsa e Bravo si trova coinvolto in una torbida storia in cui egli diventa al contempo capro espiatorio e preda di una caccia all’uomo che vede coinvolti i Servizi Segreti deviati, le Brigate Rosse, la polizia e la criminalità organizzata…
Che Giorgio Faletti fosse un personaggio eclettico era un fatto appurato dalla sua lunga carriera che lo ha visto cabarettista, cantante, attore e scrittore: e le pagine di Appunti di un venditore di donne danno l’ulteriore conferma che lo scrittore astigiano non riesce a soffermarsi su di un genere ma ha bisogno di allargare i suoi orizzonti e dilatarli attraverso una scrittura in continua evoluzione. Lo avevamo lasciato con Io sono dio, il thriller pubblicato nel 2009 che aveva come teatro d’azione le strade di New York e come deus ex machina la tragedia della guerra del Vietnam, e lo ritroviamo con un noir ambientato nel 1978, anno in cui l’Italia viveva un evento tragico come il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta. È il protagonista, Bravo, a narrare la vicenda in prima persona e già il prologo è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato: “Io mi chiamo Bravo e non ho il cazzo”. È lui che inizia e conduce un viaggio nel tempo in una Milano armata e blindata, bagnata dal sangue delle vittime delle Brigate Rosse e della criminalità organizzata. Ma non solo. A Milano sorge l’Ascot Club, evidente omaggio al Derby Club, il teatro dove molti artisti della comicità italiana hanno mosso i primi passi: Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Massimo Boldi, Cochi & Renato, Mauro Di Francesco, Gino & Michele, I Gatti di Vicolo Miracoli, I Gufi, Enzo Iacchetti, Enzo Jannacci, Paolo Rossi, Francesco Salvi, Teo Teocoli, Guido Nicheli e lo stesso Faletti, il quale ha abbandonato lo stile americano dei lavori precedenti e si è immerso nella narrazione dello spaccato di un’Italia in cui non era facile vivere, attraverso un genere, il noir, che sta diventando sempre più il punto di forza degli scrittori nostrani.
24 gennaio 2011
Il carezzevole
Massimo Lugli
Newton & Compton
2010
Roma. Primi anni Settanta. Il giovane Marco Corvino muove i primi passi in cronaca nera come volontario nella redazione di una testata nazionale. La capitale è in pieno fermento. Gli scontri tra i “neri” e i “rossi” sono all’ordine del giorno, così come le rapine, gli attentati, le sparatorie e le guerre della malavita organizzata. L’apprendistato di Marco procede all’ombra dei principi della Nera Sandro Tarioli e Dario Mirioni e le sfuriate del caporedattore l’Orbace. Nella capitale, intanto, agisce uno spietato assassino che rapisce le sue vittime e le introduce in una spirale di torture fisiche e psicologiche secondo un antico rituale cinese legato ai cinque elementi della tradizione naturalistica del Tao-Te-Ching: acqua, fuoco, terra, legno, metallo. L’assassino ha bisogno di divulgare le proprie gesta e il proprio credo e per farlo sceglie proprio il giovane cronista, catapultato di colpo in un universo di violenza e perversione, quello del Carezzevole…
Nel 2009 si è classificato terzo al Premio Strega con L’istinto del lupo, praticamente una vittoria per un romanzo di genere. Lui è Massimo Lugli, uno dei più grandi giornalisti di cronaca nera della capitale e dell’intero panorama giornalistico nazionale, sempre in trincea, sempre in strada per raccontare fatti di sangue, tragedie umane e drammi sociali. In questo teatro è ambientato il suo terzo romanzo, Il carezzevole, un noir spietato, scritto con l’indelebile inchiostro del sangue, quelle delle persone comuni, vittime di rapine e di omicidi, che il protagonista Marco Corvino è costretto a guardare e respirare per fare la gavetta nel difficile mondo della cronaca nera, e quello delle vittime del Carezzevole, spietato serial killer che si muove in una Roma di piombo e di contestazioni, che deve il suo nome, come egli stesso spiega al giovane cronista, al carnefice dell’imperatore cinese, che inferiva ai condannati torture indicibili. Per questo Il carezzevole è un romanzo crudele, a volte disumano, che attinge molto spesso dai casi di cronaca nera che hanno infestato la Capitale negli anni Settanta e sono diventati pane quotidiano per i cronisti come Massimo Lugli che descrive alcune scene con dovizia di particolari e getta il lettore in un baratro senza ritorno attraverso una scrittura incalzante e serrata, intervallata da spunti ironici che infondono al romanzo un sapore da commedia nera, declinata secondo un solo colore, quello della cronaca, quello dell’orrore e quello di un geniale finale al cardiopalma, il nero, appunto.
20 gennaio 2011
Intervista a Roberto Parodi
Roberto, fratello di Cristina e Benedetta, nella vita ha fatto prima l’ingegnere meccanico e poi il banker. Basette lunghe da rocker, ad un tratto ha capito che la sua vera passione era la scrittura e si è messo a fare lo scrittore e il giornalista. Ma non solo. Un’altra passione è quella per le moto, l’Harley Davidson in particolare, a bordo della quale nel febbraio 2009 ha compiuto in viaggio attraverso il deserto del Sahara fino alla cima dell’Assekrem. Un’esperienza che è diventata ispirazione per un romanzo.
Scheggia è la storia del viaggio di tre arlisti quarantenni nel deserto del Sahara. Il protagonista Scheggia ha i basettoni, lavora per una banca, suona la chitarra, ha tre figli e possiede una Road King. Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?
Detta così si farebbe prima a dire cosa "non c'è" di autobiografico, visto che gli elementi citati sono proprio quelle mie caratteristiche personali che ho voluto lasciare anche al protagonista. Oltre a questi elementi "di colore" ho in comune anche nella realtà due amici unici e insostituibili e l'insofferenza per ciò che la vita urbana ha fatto di noi, dopo vent'anni di banche estere, business e competizione. Scheggia è un po' la mia controfigura coraggiosa: un uomo che, invece di limitarsi a sognarlo, molla tutto per davvero da un giorno all'altro e trova la forza di ritrovarsi insieme ai suoi amici più cari, con la sua moto e l'affascinante atmosfera del deserto. Grazie a ciò riguadagnerà un suo equilibrio personale che aveva perso nel corso della sua vita. In questa cosa, per fortuna, io sono messo molto meglio di Scheggia: grazie a mia moglie e ai miei figli, riesco a bilanciare l'avventura con una serena vita familiare alla quale non potrei mai rinunciare. Sono un Dr Jekhill e Mr Hyde, un po' ingordo: sono felice solo se ho entrambe le cose.
Il romanzo sembra riprendere i temi della letteratura Beat. Quali sono le letture che ti hanno influenzato?
Innanzitutto Il giovane Holden di Salinger, specie nell'uso di alcuni avverbi ed aggettivi che nello stile del grande autore sono utilizzati molto spesso. Il riferimento alla letteratura beat e in particolare al Kerouac di On the road e a Dos Passos, è corretto, ma tra gli autori che sento più vicini ci sono John Fante e Joe Lansdale. Aggiungo che mi ha dato molto anche un libro di Stephen King: On Writing, nel quale il grande romanziere spiega la genesi dei suoi capolavori. Mi sembra quasi blasfemo citare questi grandissimi scrittori anche solo come riferimenti al mio piccolo libro, però in fondo è giusto seguire stelle luminose, anche se si è solo un viandante che brancola nel buio. Mi piacerebbe aggiungere che ho ricevuto molta ispirazione anche da opere cinematografiche come "Fandango", "Marrakech Express" e "Into the Wild", di cui ho cercato di ricreare atmosfere e suggestioni.
Uno dei protagonisti (non diciamo chi per non rovinare la sorpresa) dice: “A tutti coloro che amano il rock, prima o poi, viene il desiderio di abbandonare tutto. Salire sulla propria moto con la chitarra e scappare nella notte. È l’anima del rock, signori, non c’è da stupirsi”. Cosa rappresenta per te il rock?
Il rock è un'angolo prezioso che conservo in fondo all'anima. A volte salta fuori e si prende tutto, debordando nella vita di tutti i giorni, e non solo quando suono la mia chitarra e l'armonica a bocca, ma specialmente quando trovo il coraggio di dire ciò che penso davvero ed essere ciò che sono nel mio intimo. Altre volte se ne sta lì, tranquillo e sotto controllo, ma so che c'è e che potrei chiedere il suo aiuto quando ne sentissi davvero il bisogno. E' un'anima pericolosa come solo la vera libertà sa essere. Nel film "Easy Rider", Jack Nicholson dice a Peter Fonda e Dennis Hopper, "Parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Tutti parlano di libertà ma poi quando vedono qualcuno veramente libero, ne hanno paura" Questa frase racchiude in sè molto della vera anima del rock.
Chi sono i Threepercenters?
I Threepercenters sono i membri del club che abbiamo fondato quasi dieci anni fa insieme a Mario Giugovaz e Roberto De Piano. Non è un circolo a cui ci si può iscrivere. Si diventa Threepercenters solo se prima di essere motociclisti cazzuti si è davvero amici. Il nome fa riferimento agli OnePercenters, bikers USA degli anni cinquanta, che erano orgogliosi di essere considerati "l'uno per cento dei motociclisti americani: quelli con cui i vostri genitori non vorrebbero mai che usciste..."
Come fai a conciliare la tua grande passione per i viaggi e la moto con la famiglia, visto che hai moglie e tre figli?
Come ho detto, è un'alchimia di tempo e di impegno familiare. Fare un viaggio di due settimane in moto in africa mi fa ritornare talmente ritemprato che posso essere un grande papà e un eccellente marito per almeno altri sei mesi.. o perlomeno provarci. Scherzi a parte, è fondamentale avere una grande donna accanto che sa capirti.
Scheggia è anche una storia di amicizia. Esistono Accio e Raniero?
Assolutamente no, anche se chi mi conosce si divertirà a cercare di ritrovare nei due amici di Scheggia, alcuni elementi caratteriali di Mario e Roberto, i miei amici con cui ho girato il mondo in Harley. Preciso però che Accio e Raniero sono figure completamente inventate e prive di ogni riferimento reale.
A quando il prossimo viaggio a bordo di un’Harley?
Sono appena tornato (domenica scorsa) da un lungo giro in moto in Senegal, Mali, Burkina e Togo, arrivando fino a Timbuctù! Un posto incredibile ma vista la quantità di sabbia e di piste, ho fatto questo giro con la mia vecchia BMW R80 G/S (che rappresenta la mia anima enduro, il contraltare dell'Harley) . L'Harley non ce l'avrebbe fatta. Credo però che quest'estate potrei organizzare qualcosa con i Threepercenters, e allora sarebbe con l'Harley certamente.
E il prossimo romanzo?
Già quasi pronto. E si parlerà di Asia...
Scheggia è la storia del viaggio di tre arlisti quarantenni nel deserto del Sahara. Il protagonista Scheggia ha i basettoni, lavora per una banca, suona la chitarra, ha tre figli e possiede una Road King. Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?
Detta così si farebbe prima a dire cosa "non c'è" di autobiografico, visto che gli elementi citati sono proprio quelle mie caratteristiche personali che ho voluto lasciare anche al protagonista. Oltre a questi elementi "di colore" ho in comune anche nella realtà due amici unici e insostituibili e l'insofferenza per ciò che la vita urbana ha fatto di noi, dopo vent'anni di banche estere, business e competizione. Scheggia è un po' la mia controfigura coraggiosa: un uomo che, invece di limitarsi a sognarlo, molla tutto per davvero da un giorno all'altro e trova la forza di ritrovarsi insieme ai suoi amici più cari, con la sua moto e l'affascinante atmosfera del deserto. Grazie a ciò riguadagnerà un suo equilibrio personale che aveva perso nel corso della sua vita. In questa cosa, per fortuna, io sono messo molto meglio di Scheggia: grazie a mia moglie e ai miei figli, riesco a bilanciare l'avventura con una serena vita familiare alla quale non potrei mai rinunciare. Sono un Dr Jekhill e Mr Hyde, un po' ingordo: sono felice solo se ho entrambe le cose.
Il romanzo sembra riprendere i temi della letteratura Beat. Quali sono le letture che ti hanno influenzato?
Innanzitutto Il giovane Holden di Salinger, specie nell'uso di alcuni avverbi ed aggettivi che nello stile del grande autore sono utilizzati molto spesso. Il riferimento alla letteratura beat e in particolare al Kerouac di On the road e a Dos Passos, è corretto, ma tra gli autori che sento più vicini ci sono John Fante e Joe Lansdale. Aggiungo che mi ha dato molto anche un libro di Stephen King: On Writing, nel quale il grande romanziere spiega la genesi dei suoi capolavori. Mi sembra quasi blasfemo citare questi grandissimi scrittori anche solo come riferimenti al mio piccolo libro, però in fondo è giusto seguire stelle luminose, anche se si è solo un viandante che brancola nel buio. Mi piacerebbe aggiungere che ho ricevuto molta ispirazione anche da opere cinematografiche come "Fandango", "Marrakech Express" e "Into the Wild", di cui ho cercato di ricreare atmosfere e suggestioni.
Uno dei protagonisti (non diciamo chi per non rovinare la sorpresa) dice: “A tutti coloro che amano il rock, prima o poi, viene il desiderio di abbandonare tutto. Salire sulla propria moto con la chitarra e scappare nella notte. È l’anima del rock, signori, non c’è da stupirsi”. Cosa rappresenta per te il rock?
Il rock è un'angolo prezioso che conservo in fondo all'anima. A volte salta fuori e si prende tutto, debordando nella vita di tutti i giorni, e non solo quando suono la mia chitarra e l'armonica a bocca, ma specialmente quando trovo il coraggio di dire ciò che penso davvero ed essere ciò che sono nel mio intimo. Altre volte se ne sta lì, tranquillo e sotto controllo, ma so che c'è e che potrei chiedere il suo aiuto quando ne sentissi davvero il bisogno. E' un'anima pericolosa come solo la vera libertà sa essere. Nel film "Easy Rider", Jack Nicholson dice a Peter Fonda e Dennis Hopper, "Parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Tutti parlano di libertà ma poi quando vedono qualcuno veramente libero, ne hanno paura" Questa frase racchiude in sè molto della vera anima del rock.
Chi sono i Threepercenters?
I Threepercenters sono i membri del club che abbiamo fondato quasi dieci anni fa insieme a Mario Giugovaz e Roberto De Piano. Non è un circolo a cui ci si può iscrivere. Si diventa Threepercenters solo se prima di essere motociclisti cazzuti si è davvero amici. Il nome fa riferimento agli OnePercenters, bikers USA degli anni cinquanta, che erano orgogliosi di essere considerati "l'uno per cento dei motociclisti americani: quelli con cui i vostri genitori non vorrebbero mai che usciste..."
Come fai a conciliare la tua grande passione per i viaggi e la moto con la famiglia, visto che hai moglie e tre figli?
Come ho detto, è un'alchimia di tempo e di impegno familiare. Fare un viaggio di due settimane in moto in africa mi fa ritornare talmente ritemprato che posso essere un grande papà e un eccellente marito per almeno altri sei mesi.. o perlomeno provarci. Scherzi a parte, è fondamentale avere una grande donna accanto che sa capirti.
Scheggia è anche una storia di amicizia. Esistono Accio e Raniero?
Assolutamente no, anche se chi mi conosce si divertirà a cercare di ritrovare nei due amici di Scheggia, alcuni elementi caratteriali di Mario e Roberto, i miei amici con cui ho girato il mondo in Harley. Preciso però che Accio e Raniero sono figure completamente inventate e prive di ogni riferimento reale.
A quando il prossimo viaggio a bordo di un’Harley?
Sono appena tornato (domenica scorsa) da un lungo giro in moto in Senegal, Mali, Burkina e Togo, arrivando fino a Timbuctù! Un posto incredibile ma vista la quantità di sabbia e di piste, ho fatto questo giro con la mia vecchia BMW R80 G/S (che rappresenta la mia anima enduro, il contraltare dell'Harley) . L'Harley non ce l'avrebbe fatta. Credo però che quest'estate potrei organizzare qualcosa con i Threepercenters, e allora sarebbe con l'Harley certamente.
E il prossimo romanzo?
Già quasi pronto. E si parlerà di Asia...
19 gennaio 2011
Scheggia
Roberto Parodi
TEA
2010
Scheggia vive a Milano, ha tre figli, una moglie e un posto di lavoro come banker presso la Morgan Chartered International. Ma soprattutto Scheggia ha una grande passione: la moto, o meglio, la Harley Davidson. Passione che condivide con Raniero, avvocato penalista che sta vivendo una crisi di coscienza e Accio, produttore televisivo tradito dalla moglie brasiliana. I tre fanno parte di un gruppo, i “Threepercenters”, e non si vedono da cinque anni, presi dai problemi della quotidianità, fino a quando si ritrovano al funerale di un loro amico, Fedro, tragicamente scomparso in un incidente mentre si trovava da solo in Africa a bordo della sua Harley. Proprio durante il funerale a Scheggia viene l’idea di portare le ceneri di Fedro lì dove aveva deciso di vivere e ha trovato la morte: nell’estremo confine del Sahara algerino. L’avventura ha inizio e Scheggia, Accio e Raniero possono staccare la spina e partire alla volta dell’Africa, dove li aspettano un viaggio difficoltoso a bordo di una moto, l’Harley, inadatta ad attraversare il deserto, e la riscoperta di valori come l’amicizia e la libertà…
Nel 1957 venne pubblicato per la prima volta On the road di Jack Kerouac, emblema della Beat generation, in cui dominava la cosiddetta voglia di prendere e mollare tutto, partire e scoprire posti nuovi, a dispetto delle rigide regole borghesi. È questo il bacino a cui sembra attingere Roberto Parodi (per la cronaca fratello di Cristina e Benedetta) con Scheggia. Dopo Il cuore a due cilindri, l’autore torna a raccontare la sua passione, quella per l’Harley Davidson, a bordo della quale Scheggia, Accio e Raniero compiono un viaggio incredibile che li vedrà protagonisti di mille peripezie all’interno del Sahara algerino. Ma come si fa ad attraversare il deserto a bordo di un’Harley? È ciò che si chiede chiunque incontri i tre scalmanati biker nel deserto ed è ciò a cui solo Roberto Parodi può rispondere, protagonista nel febbraio 2009 del viaggio raccontato nel romanzo. Ma Scheggia non è solo un viaggio fisico, ma rappresenta anche un viaggio allegorico dei tre protagonisti, alla scoperta dei veri valori, quelli che s’imparano solo di fronte alla vastità del deserto, in cui ci sei solo tu, la tua moto e i tuoi pensieri. Scheggia è anche la storia di un’amicizia con la A stra-maiuscola, raccontata attraverso uno stile semplice e diretto, condito spesso da un linguaggio triviale che, come spiega Parodi nella nota d’autore, attribuisce ai protagonisti perché “quando si ha a che fare con i motori, qualche maledizione di troppo può scappare”. Le maledizioni dei protagonisti alle prese con carter spaccati, frizioni bruciate, moto impantanate, da una parte, e con i magnifici silenzi delle notti africane, dall’altra, sfondo di un romanzo accompagnato da una colonna sonora costante e chiuso da un finale a tratti commovente e a tratti degno di un romanzo di formazione.
14 gennaio 2011
Per chi suona la campana
Ernest Hemingway
Traduzione di Maria Napolitano Martone
Mondadori
2008
Guerra civile spagnola. 1937. Si fronteggiano le truppe anti - marxiste dei nazionalisti falangisti del “Caudillo” Francisco Franco e quelle governative dei repubblicani. Tra queste, a Navacerrada, nei pressi di Madrid, agisce una banda di partigiani guidata da Pablo, un combattente rozzo, duro e spietato, e da Pilar, la sua amante. Un giorno la banda è raggiunta da uno straniero, un americano che si chiama Robert Jordan, un intellettuale, un docente di Spagnolo negli stati Uniti, che all’inizio della guerra civile ha lasciato il suo paese per arruolarsi nelle truppe repubblicane. Il suo è un compito difficile, delicato e rischioso: azioni di sabotaggio dietro le linee franchiste. Robert è stato incaricato dal generale Golz di far saltare un ponte su un fiume in modo tale da impedire alle truppe franchiste di portare i rifornimenti a Segovia mentre l’esercito repubblicano è impegnato ad attaccare la città. Ha solo tre giorni di tempo e organizzare l’azione non è per nulla semplice. Per questo ha bisogno dell’aiuto dei partigiani di Pablo, il quale cerca invece di ostacolarlo in tutti i modi. A complicare la situazione c’è il fatto che Robert incontra Maria, una rivoluzionaria reduce dalle torture dei falangisti, e se ne innamora. Ma il tempo a disposizione è poco e Robert ha una missione da portare a termine a tutti i costi…
Ernest Hemingway amava visceralmente la Spagna, sin dal 1922, quando compì il primo viaggio nella penisola iberica. In Spagna è ambientato Fiesta. Alla Spagna erano rivolte il cuore, la testa, le emozioni nel 1937, quando partì dagli Stati Uniti per guardare con i propri occhi le prove generali del conflitto mondiale che sarebbe esploso due anni dopo: la guerra civile spagnola. Da questo dato parte Per chi suona la campana, completato dallo scrittore di Oak Park nel 1940, quando le truppe di Hitler erano alle porte di Parigi. Un romanzo il cui il tempo della narrazione viene dilatato all’inverosimile: poco più di settantadue ore raccontate in 530 pagine, in cui, oltre ai tragici eventi bellici che segnarono in qualche modo le sorti della democrazia spagnola ed europea, Hemingway pone l’accento sulle riflessioni dei personaggi, sulle loro paure, le loro consapevolezze, stravolgendo completamente i rapporti cronotopici. Attraverso il suo inconfondibile stile frammentato, quotidiano, privo di ogni velleità descrittiva a favore del dialogo mimetico, lo scrittore affronta il doppio binario del dramma universale della guerra e quello individuale del dramma sentimentale, attraverso un’esperienza di vita che diventa esemplare, perché Per chi suona la campana diventa consapevolezza del proprio dovere anche di fronte ad una sicura morte, tema che ricorre ossessivamente nelle opere di Hemingway. E alla fine Robert Jordan porterà a termine il suo incarico e quel ponte diventerà emblema di libertà e di speranza di un intero popolo. Ma permane il tono elegiaco che ha portato Ernest Hemingway all’insano gesto del 1961, perché la sconfitta è sempre dietro l’angolo e, come recitano le parole della canzone dei Metallica For whom the bell tolls, "per chi suona la campana il tempo incombe".
13 gennaio 2011
Seta nera
Rafael Dezcallar
Traduzione di Fabio Badin
FBE
2010
Bruxelles. Due individui si presentano al negozio di Ibrahimi per acquistare un tappeto Chelaberd. L’antiquario ne ha molti, ma non sa che i due vogliono proprio quello che non ha intenzione di vendere e che ha acquistato da poco a Baku, la capitale dell’Azerbaigian: un Karabakh Chelaberd del XVIII secolo. Il giorno dopo Ibrahimi viene ucciso e il tappeto rubato. Proprio a Baku è diretto Juan, ingegnere spagnolo della Oil Britannia, compagnia petrolifera inglese in lotta con le altre compagnie per il controllo della regione e il dominio dello sfruttamento dell’oro nero. Esiste, infatti, un documento risalente al periodo dell’Unione Sovietica riguardo ad un ricco pozzo petrolifero: la mappa sismica della quadriglia G62, un vero e proprio tesoro. Juan si trova involontariamente coinvolto in un intrigo internazionale intorno alla mappa sismica, mentre il governo azero si mette sulle tracce del tappeto rubato a Bruxelles, l’unica testimonianza che potrebbe risolvere il conflitto intorno alla regione del Nagorno - Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Baku, quindi, diventa il crocevia delle sorti di una zona calda e in perenne rischio di conflitto come il Caucaso…
Rafael Dezcallar è attualmente ambasciatore di Spagna in Germania, dopo essere stato ambasciatore in Israele, Stati Uniti, Russia, Cuba ed Etiopia, nonché direttore generale di Politica Estera per il Ministero degli Affari Esteri Spagnolo. Tra il 1995 e il 1998 ha vissuto a Mosca e compiuto diversi viaggi nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale e del Caucaso. Per questo Seta nera rappresenta una preziosa testimonianza dei meccanismi diplomatici, economici, politici e sociali di una delle regioni più calde del mondo, quella del Caucaso e del mar Caspio, soprattutto dopo lo scioglimento, nel 1991, dell’Unione Sovietica che garantiva una sorta di equilibrio tra popoli eterogenei segnati da differenze etnico - religiose molte volte inconciliabili. Seta nera racconta la discriminazione russa nei confronti degli azeri, definiti “culi neri”; l’eterno conflitto tra Turchia e Armenia; l’odio dei paesi satelliti nei confronti di Mosca; la difficile situazione della Cecenia; il KGB; il Fronte Popolare. Tutto ciò a discapito della trama, che viene messa in secondo piano rispetto alle concrete e realistiche descrizioni delle usanze e delle abitudini dei popoli, intorno alle quali si muovono personaggi che riescono ad infondere coerenza e credibilità ad una seppur lenta lettura. Se da una parte, quindi, Seta nera si rivela un’occasione per gettare uno sguardo storico-antropologico ad un territorio lontano e ricco di spunti culturali, dall’altra porta il lettore a viaggiare in un universo corale di storie, intrighi e guerra fredda.
11 gennaio 2011
I quarantanove racconti
Ernest Hemingway
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Mondadori
2001
La breve vita felice di Francis Macomber, alle prese con una difficile battuta di caccia in Africa; Madrid, i toreri e la fine dell’inconsapevole Paco; il Kilimangiaro e i dolori di Harry e Helen; l’incontro, durante la guerra di Spagna, con il vecchio che badava alle bestie; Jim Gilmore, l’uomo che dal Canada giunse a Hortons Bay, nel Michigan; le vicende di Nick Adams; i viaggi in Italia di un rivoluzionario; il signor Elliot e la signora Elliot; il ritrovamento di un gatto durante un temporale; i ricordi di Joe e di suo padre; il torero Manuel García; un freddo autunno a Milano, e la guerra; le colline della valle dell’Ebro, come elefanti bianchi; un viaggio a La Spezia; Jack Brennan, pugile giunto a fine carriera, si prepara all’ultimo incontro contro un pugile più giovane, e scommette cinquanta bigliettoni contro se stesso; i discorsi di William Campbell e il suo lenzuolo; il dialogo nel Venerdì Santo dei tre soldati che uccisero Gesù; la storia di un torero intubato e in fin di vita; il senso dell’esistenza di un vecchio, cioè un posto illuminato dove poter sorseggiare un mojito; l’amore per la Patria e il vino che la rievoca; una battuta di caccia di Nick Adams e il padre…
Era il lontano 1938 quando I quarantanove racconti vennero pubblicati insieme alla commedia La quinta colonna, tre atti scritti nel 1937 a Madrid che non ebbero il successo auspicato, a tal punto che Ernest Hemingway decise di non cimentarsi mai più nel teatro. Lo scrittore iniziò a comporre i racconti nel 1921 con Su nel Michigan, scritto a Parigi, mentre l’ultimo della serie in ordine cronologico è Vecchio al ponte, telegrafato da Barcellona nell’aprile del 1938. I temi affrontati nei racconti sono quelli tradizionalmente cari ad Hemingway: la guerra, l’amicizia, lo sport, il pugilato, la caccia, le sbronze, la corrida, la Spagna, l’Africa, le riflessioni sulla vita e la morte. Temi che sono stati il fulcro dell’opera letteraria dello scrittore, piccoli focolai esplosi nelle opere successive, il cui centro rimane sempre la guerra – evento che Hemingway ha vissuto in prima persona (fu ferito a Fossalta del Piave durante la Prima Guerra Mondiale) – e racconta con il suo inconfondibile stile sintetico, paratattico, contraddistinto dall’uso parsimonioso degli aggettivi e cesellato da un costante lavoro di labor limae, aderente alla realtà. I dialoghi, infatti, appaiono come uno specchio del vissuto, registrazioni dell’esistenza quotidiana, crude esperienze raccontate con l’occhio di chi ha vissuto, violenza allo stato puro, soprattutto quando si parla di caccia o di vicende belliche. E nel farlo Ernest Hemingway non ha bisogno di artifici letterari e retorici, perché i suoi racconti sono pura narrazione, genuina descrizione e, come dice egli stesso, “in questo libro ci sono racconti di ogni genere, spero che ne troverete qualcuno che vi piace”.
10 gennaio 2011
Vivere da morire
Pier Francesco Grasselli
Mursia
2010
Tony ha vinto l’ultima edizione del Grande Fratello con un record personale: è riuscito a trombarsi tutte le donne all’interno della casa. A Portofino è ospite di Valentina Taviani, la figlia del ricco stilista Donato Taviani, e i due sono fidanzati. Solo in teoria, però, perché Tony è un playboy, e quando per caso incontra la pornostar Eva Blond, fa ovviamente di tutto per abbordarla. Playboy lo è anche il conte Cesare Malatesta, nobile dal passato oscuro e dal presente torbido, segnato da un oscuro segreto. Claudio, invece, è un figlio di papà che non sa cosa vuole dalla vita, in perenne analisi psichiatrica per via di un sogno che lo tormenta e un tentativo di suicidio, e alla ricerca di qualcosa che dia una scossa alla sua esistenza. Uomini e donne che d’estate si danno appuntamento negli esclusivi locali di Portofino e Forte dei Marmi e d’inverno conducono le loro vite sregolate a Milano e Roma, tra sesso, droga, alcol, e copertine. Ma chiunque ha qualcosa da nascondere. Pane per i denti del paparazzo Marcello Marini…
Vivere da morire è il romanzo che chiude la trilogia dannata - per dirla con le parole dell’autore Pier Francesco Grasselli - iniziata con L’ultimo Cuba Libre e proseguita con All’inferno ci vado in Porsche. Se in prima battuta potrebbe sembrare il surrogato di una delle tante riviste di gossip che ormai popolano le nostre edicole, Vivere da morire si rivela, man mano che ci si addentra all’interno delle sue 452 pagine, un romanzo che denuncia la crisi di valori delle nuove generazioni. Donne che fanno di tutto pur di apparire in uno schermo che le vuole nude e mute, uomini palestrati e lampadati che per entrare nel mondo dello spettacolo non si fanno scrupoli a diventare vere e proprie geishe di produttori cinematografici viziosi e pervertiti. A tal proposito emblematica è la caratterizzazione del personaggio di Jerry D’Agostino,un viscido produttore che molesta il malcapitato Tony, il quale deve sottostare ai suoi voleri per sfondare nel mondo del cinema. Con uno stile istintivo condito da descrizioni a volte troppo approfondite, soprattutto nelle scene di sesso, Grasselli racconta un mondo torbido che si nutre di compromessi e attinge a piene mani dagli ultimi casi di cronaca, come l’inchiesta di Vallettopoli e l’universo delle sette sataniche e degli snuff movies, il tutto a base di un’insolita colonna sonora che alterna la house delle discoteche ai riff martellanti dei gruppi black metal, tra i quali spuntano i nomi dei Marduk e i Mayhem, soprattutto gli ultimi sembrano adatti all’ultima parte del romanzo, che si rivela cruenta e al limite del thriller, soprattutto perché la band norvegese è stata protagonista di efferati episodi di omicidi e suicidi. Vivere da morire, quindi, si rivela una discreta prova che dimostra l’attitudine dell’autore nel saper maneggiare registri diversi e spaziare in ambienti eterogenei, con un plot che alterna momenti di stallo e spunti interessanti e in definitiva si rivela un’interessante denuncia delle malattie che hanno colpito l’uomo occidentale alle prese con i vizi scaturiti dal processo che chiamiamo “modernità”.
05 gennaio 2011
A l'alfabetista
Torsten Pettersson
Traduzione di Kerstin Ӧstgren, Martina Cocco, Mattias Cocco, Raimondo Cocco
Newton & Compton
2010
Ottobre 2005. Nella piccola cittadina finlandese e svedesofona di Forshӓlla viene trovato il cadavere di una donna, Gabriella Evelina Dahlstrӧm. L’assassino l’ha strangolata, denudata, le ha cavato gli occhi e ha inciso sul suo ventre una lettera, una “A”. Forshӓlla non è certo abituata ad eventi del genere. Non è New York né Los Angeles, per questo le indagini della polizia, guidate dal commissario Harald Lindmark, brancolano nel buio e si concentrano su moventi passionali e legati alle conoscenze della vittima. Il caso sembra chiuso quando viene arrestato il fidanzato di Gabriella, Erik Lindell. Ma alcuni mesi dopo viene trovata un’altra vittima: ha gli occhi cavati e una lettera incisa sul ventre, una “M”. Lindell è quindi innocente e il commissario Lindmark si rende conto di essere alle prese con uno spietato serial killer, il Cacciatore, una mina vagante dal modus operandi indecifrabile, la cui ferocia sembra destinata a non fermarsi…
Romanzo d’esordio per il finlandese Torsten Petterson, docente di Letteratura all’università di Uppsala, poeta e scrittore. A L’alfabetista è il primo romanzo di una trilogia che dimostra l’ormai appurata tendenza dei paesi scandinavi a farsi portavoce di un genere, il thriller, che è diventato un marchio di fabbrica. Sarà per le fredde atmosfere finlandesi, già note per i fatti del lago di Bodom, dove nel 1960 quattro adolescenti furono brutalmente assassinati, sarà per la perizia dello scrittore, bravo a costruire un romanzo che si compone come un puzzle, disseminando le tessere che solo nel finale prendono forma, ma la lettura di A L’alfabetista si rivela avvincente sin dalle prime pagine, nelle quali il lettore viene scaraventato in medias res, in un delitto che all’apparenza non presenta elementi di novità rispetto ad altri romanzi di genere. Ma, come la realtà di “Matrix”, il plot viene frammentato e il lettore perde quelle poche certezze acquisite anche grazie alla struttura del romanzo che si presenta come un vero e proprio dossier redatto in prima persona dai protagonisti, compreso il serial killer. All’interno della trama trova spazio uno spaccato della società finlandese e del tarlo della prostituzione minorile, che assume un peso specifico nello svolgersi dei fatti. Malgrado il ritmo scorra a bassi regimi – e questa è un po’ la caratteristica comune dei thriller scandinavi – Torsten Pettersson ha il merito di aver costruito un romanzo coinvolgente che ruota intorno alla figura del commissario Lindmark e alla sua capacità di immedesimarsi nelle scene del delitto attraverso la mente del’assassino. E solo grazie a lui il lettore riesce a trovare le chiavi per uscire dal freddo dedalo del plot per trovarsi al cospetto del Cacciatore, l’alfabetista…
02 gennaio 2011
Più forti del male
Padre Gabriele Amorth, Roberto Italo Zanini
San Paolo
2010
Il male è ovunque e s’insinua nelle anime deboli, cerca gli anfratti per penetrare nell’animo umano e prenderne possesso. Il male può assumere varie forme ed essere nominato in mille modi, ma per la Chiesa si riassume nel nome del principe delle tenebre, l’angelo ribelle, Satana. Sin dai tempi dei Vangeli si parla di possessione demoniaca, quel fenomeno che soprattutto nell’era contemporanea viene spesso considerato un mero problema psichiatrico, ma vi sono dei metodi per capire se un individuo è realmente posseduto dal demonio. Una volta appurata la possessione, l’ossessione, l’infestazione o la vessazione da parte del demonio, inizia un percorso difficile, costellato di sofferenza e preghiera, di elevazione spirituale e avvicinamento a Dio, una lotta tra fede e tentazione che anche Gesù Cristo aveva dovuto affrontare e che l’uomo deve sostenere quotidianamente, perché il serpente è sempre pronto a colpire con il suo veleno…
Era il lontano 1973 quando la pellicola di William Friedkin “L’esorcista” sconvolse e spaventò il mondo intero. Ma ciò che tutti abbiamo visto sullo schermo è pura invenzione o può realmente accadere? A questa e ad altre domande rispondono padre Gabriele Amorth, il più grande esorcista italiano, e Roberto Italo Zanini, giornalista di Avvenire. Padre Amorth è stato ordinato esorcista nel 1986, quando il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti decise di affiancarlo a padre Candido Amantini, spossato dalla sua attività. Da allora padre Amorth ha iniziato una dura lotta con il demonio, diretta, fitta di colloqui con satana, di cui Roberto Italo Zanini è stato testimone oculare assistendo a scene in cui il posseduto cambiava voce e parlava latino o aramaico o era preda di spasmi disumani. Più forti del male non affronta solo il tema dell’esorcismo ma è un’ampia disamina storico–sociologica sui motivi che determinano l’avvento del male nella società contemporanea, dai costumi corrotti dei media alle sette sataniche, dai maghi, fattucchiere e cartomanti ad Halloween, il tutto analizzato con una lucidità metodologica che compie numerose incursioni nell’agiografia e nelle scritture sacre e termina con un messaggio di speranza: il demonio entra solo nell’anima di chi gli apre le porte e, per dirla con le parole di padre Amorth, “La vita è una lotta continua col male e per combattere bisogna conoscere. Per vincere un nemico la cui arma principale è l’inganno, la conoscenza piena è mezza salvezza. L’amore che si ottiene con la preghiera, il trionfo”.
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