28 febbraio 2011

City


Alessandro Baricco
Feltrinelli
2007

Nell’ottobre del 1987 la case editrice CRB decide di indire un referendum tra i suoi lettori per decidere le sorti di Mami Jane, la madre del supereroe cieco Ballon Mac, dentista di giorno e acerrimo nemico del male di notte grazie ai poteri della sua saliva. Shatzy Shell è una delle otto impiegate che rispondono al telefono per raccogliere i pareri dei lettori. Ha trent’anni, gira sempre con un piccolo registratore da cui nasce un western, e sul comodino ha le foto di Eva Braun e Walt Disney. Un giorno arriva una telefonata. È Gould, un ragazzo di tredici anni, un genio, laureato a undici anni, un sicuro premio Nobel. Gould non vede mai i genitori. La madre è fuggita o è chiusa in una clinica psichiatrica e il padre è un generale dell’esercito sempre fuori per lavoro. Vive con Diesel, un gigante impossibilitato a viaggiare a causa della sua mole, e il muto Poomerang. Dopo la telefonata Shatzy diventa la governante di Gould e tra i due nasce un rapporto sincero, perché la donna è l’unica a capire il ragazzino, senza porgli troppe domande e senza opprimerlo, neanche quando si chiude in bagno e, ascoltando la radio, crea la leggenda del pugile Larry Gorman. Ma Gould capisce che sta sprecando la propria vita e prende l’unica decisone possibile: quella di andar via e iniziare a vivere realmente…
City, il quarto romanzo pubblicato da Alessandro Baricco, rappresenta uno dei primi casi di lancio editoriale effettuato esclusivamente sul Web, attraverso un sito dedicato. L’autore ha spiegato che il libro è “costruito come una città, come l’idea di una città”, dove “le storie sono quartieri, i personaggi sono strade”. Quartieri e strade che si mescolano e frammentano, creando un universo diegetico che non lascia punti di riferimento, attraverso la sovrapposizione di tre trame che scorrono parallele per poi confluire in un medesimo mare narrativo, quasi a richiamare opere come il Finnegan's Wake di Joyce o il Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Sterne. Alla storia di Gould e Shatzy Shell, infatti, fanno da contraltare la storia del pugile Larry Gormann e il western raccontato dalla ragazza, ribaltando il testo in forme di ipertesto in cui personaggi, luoghi e tempo assumono trasparenza ed opacità nello stesso momento. In questo universo si muovono personaggi bizzarri, come il professor Taltomar, acuto osservatore delle partite di calcio, e il professor Mondrian Kilroy, autore del “Trattato sull’onestà intellettuale”, in cui spiega che qualsiasi idea, appena espressa, ed ancor di più quando diventa oggetto di discussione, si altera fino a diventare tutt'altra cosa: diventa pian piano campo di battaglia dialettico, proprio come i dialoghi che compongono City, in cui la parola viene sezionata in un puro gioco stilistico che sfiora il surrealismo nei voli tra un “disse” e un “non disse”. E attraverso questo gioco di alternanza di codici il lettore viene accompagnato per mano nella volontà di sogno di Baricco, per poi essere lasciato solo nella sua città, fatta di “gente. Strade. Si prendono le strade e si va”. Questo è City.

Ragazzi di vita


Pier Paolo Pasolini
Garzanti
2009

In una Roma in pieno dopoguerra – siamo nel 1946 – il Riccetto e Marcello, due adolescenti della periferia, si danno ai furti di rottami e, per racimolare qualche soldo, saccheggiano una fabbrica distrutta dai bombardamenti della guerra, la Ferro-Beton, per tutti la Ferrobedò, a Monteverde. Con i soldi racimolati il Riccetto affitta una barca con la quale, insieme ai suoi amici, si avventura nel Tevere per fare il bagno. È estate e il fiume è l’unico modo per trovare un po’ di refrigerio se non si vuole andare fino al mare di Ostia. La vita del sottoproletariato della Capitale è dura e il Riccetto impara da un napoletano il gioco delle tre carte con il quale truffa i passanti. Intanto la scuola dove Riccetto e altri sfrattati sono ospitati crolla e Marcello viene travolto e ucciso. L’esistenza del Riccetto è fatta di espedienti: mangia alla mensa dei frati e compie furti, come quello ai danni di una signora alla quale, insieme al suo amico Caciotta, ruba il portafogli, fino a quando non conosce l’esperienza del carcere. Il Riccetto non è più una ragazzo. Ora è diventato uomo…
Era il 13 aprile del 1955 quando Pier Paolo Pasolini spediva all’editore Garzanti il dattiloscritto di Ragazzi di vita, romanzo d’esordio narrativo che procurò allo scrittore accuse di oscenità a causa della scabrosità di uno dei temi trattati: la prostituzione maschile. Malgrado le feroci stroncature di critici come Emilio Cecchi e Roberto Asor Rosa, e l’esclusione dal premio Strega e dal premio Viareggio, Ragazzi di vita ottenne un enorme successo di pubblico, mentre la procura di Milano aveva accolto la denuncia di carattere pornografico del romanzo. Ma cos’è che fece gridare allo scandalo i benpensanti degli anni Cinquanta? Si tratta di un romanzo corale che prende in esame il sottoproletariato urbano della Capitale nell’immediato dopoguerra, una cruda testimonianza della vita nelle borgate romane, ricche di miseria e di fame, i cui abitanti vivevano alla giornata, arrangiandosi alla meglio, con furti e, spesso, prostituendosi. I protagonisti, alcuni dei quali vengono presentati con il loro nome (Amerigo, Genesio, Marcello) e altri attraverso un soprannome espressionista come il Riccetto, il Lenzetta, il Piattoletta, sono al centro di avventure che vanno dal comico, al grottesco, al tragico. Vivono d’azione e si esprimono attraverso il dialetto romano. Personaggi che non si evolvono, che non trovano una soluzione che possa risolvere la loro condizione di degrado, di polvere, di fame e di violenza. D’altra parte Pasolini offre una sua personalissima visione del mito del “buon selvaggio”, perché, in fondo, nessuno dei ragazzi che egli descrive è in realtà un violento e, in un rovesciamento del punto di vista, anche il più cattivo e torbido diventa una vittima, un vinto, per dirla con le parole di Verga, un sommerso per dirla con le parole di Primo Levi. Tutto questo Pasolini lo racconta con spirito documentaristico, più che narrativo, offrendo un affresco di una città che successivamente approfondirà nell’indimenticabile pellicola “Mamma Roma”, attraverso un lessico aderente alla realtà, che altro non fa se non descrivere il degrado sociale ed economico che aveva colpito l’Italia nel dopoguerra. E nel farlo, lo scrittore ha scelto i ragazzi di vita, i deboli, uno di quelli che (secondo la ricostruzione ufficiale) nella notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 all’idroscalo di Ostia pose fine alla vita di uno dei maggiori esponenti della cultura italiana del Novecento, per dirla con le parole di Alberto Moravia, “una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile”: Pier Paolo Pasolini.