28 maggio 2010

Furia divina


José Rodrigues Dos Santos
Traduzione di Luca Quadrio e
Sara Quarantani
Cavallo di ferro
2009

Mayak. Russia. Un commando di guerriglieri ceceni riesce a penetrare in un impianto nucleare con l’aiuto di un colonnello corrotto e s’impadronisce di due casse contenenti plutonio e uranio. Intanto un messaggio in codice di al-Qaeda viene intercettato dall’intelligence americana: una serie di lettere e numeri apparentemente senza senso dietro la quale si nasconde una grave minaccia per l’Occidente. C’è bisogno di decifrare il codice e pare che l’unico in grado di farlo sia Tomàs Noronha, storico e crittografo portoghese che, per le sue doti, viene contattato dalla NEST, una costola della CIA che si occupa di emergenze che riguardano le armi nucleari. Nel frattempo in Egitto Ahmed, un bambino di sette anni, viene iniziato agli insegnamenti dell’Islam dal mullah della moschea Saad, il quale gli trasmette i valori pacifici della religione. Le cose cambiano quando nella “madrassa”, la scuola che Ahmed frequenta, appare un nuovo professore di religione, Ayman, che propone un Islam più radicale, estremista, aggressivo e intollerante. Chi dei due ha ragione? Qual è il vero insegnamento del Corano? Crescendo, Ahmed giunge ad una conclusione e compie la sua scelta…
L’11 settembre ha lasciato segni indelebili nelle nostre coscienze e nel nostro modo di pensare. Ma fermiamoci un attimo e immaginiamo: se al-Qaeda avesse a disposizione una bomba nucleare da far esplodere in una delle nostre città, quale sarebbe lo scenario al quale assisteremmo? È quello che prova a chiedersi José Rodrigues Dos Santos con il suo settimo romanzo, Furia divina. Lo scrittore - famosissimo in Portogallo dove svolge anche le attività di direttore dell’informazione della televisione nazionale “Rtp” e di docente universitario - riflette su uno dei problemi che attanaglia l’Occidente da decenni: il terrorismo islamico. E lo fa attraverso lo sguardo di chi si trova contemporaneamente all’interno e all’esterno della trincea. La narrazione, infatti, viene condotta su due piani, in una serrata alternanza di capitoli che conduce simultaneamente il lettore all’interno dei meccanismi del terrorismo internazionale - e delle misure che vengono adottate per prevenirlo - attraverso le vicende di Tomàs Noronha, e nel cuore dell’Islam attraverso la difficile crescita di Ahmed, fino a quando le loro storie s’incontrano in un pericoloso incrocio. Il tutto viene impreziosito dalle citazioni e le relative spiegazioni delle “sure” del Corano, denotando una precisa ed attenta documentazione da parte dell’autore, il quale avverte nella nota finale che “è vero che ci sono documenti di al-Qaeda e dichiarazioni dei loro dirigenti che rivelano l’intenzione del movimento di far detonare un dispositivo nucleare; è vero che, in possesso di cinquanta chili di uranio altamente arricchito, qualsiasi persona con conoscenze di ingegneria può montare in un garage una bomba nucleare, in meno di ventiquattro ore; è vero che è possibile entrare in possesso di uranio altamente arricchito o plutonio in paesi con misure di sicurezza di dubbia efficacia; è vero che sono già avvenuti vari furti di materiale nucleare in impianti russi, incluso Mayak; è vero che il Pakistan ha esportato per anni tecnologia nucleare verso i paesi islamici e i suoi scienziati sono stati consultati da Bin Laden e da altri dirigenti di al-Qaeda; è vero che più di centocinquanta versetti del Corano sono dedicati alla jihad”. In mezzo a questo mare di verità corriamo davvero il rischio di affogare nella paura?

17 maggio 2010

Intervista a Gianni Canova

È un pomeriggio di fine autunno plumbeo e piovoso a Roma. Mi dirigo verso la fantastica e un po’inquietante Villa Borghese, dove sorge la Casa del Cinema. Non c’è posto più adatto per incontrare Gianni Canova, critico cinematografico per le maggiori testate italiane, docente di Storia e critica del cinema alla IULM di Milano, preside della facoltà di Comunicazione della stessa università e studioso d’immagini, alle quali ha dedicato vent’anni della sua vita. Quella che mi trovo davanti è una persona schietta, diretta e senza peli sulla lingua, la quale, a fine intervista, mi lascia degli interessanti spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda.

Ti occupi da una vita di cinema. Come è nata l’idea di un romanzo thriller?

L’idea di scrivere un thriller nasce dall’esigenza di trasferire in forma narrativa alcune riflessioni e, soprattutto, alcune ossessioni che abitano in me da una vita. Ossessioni relative al rapporto che noi abbiamo con ciò che vediamo, con le immagini, prevalentemente quelle filmiche, ma anche le immagini televisive e fotografiche, che segnano il paesaggio del nostro mondo.


Il tuo campo d’indagine, quindi, si concentra sull’immagine. Qual è il tuo concetto d’immagine?

Le immagini non chiariscono le idee, le complicano, per questo vale la pena occuparsene. L’uomo contemporaneo è caratterizzato da un ingorgo d’immagini; siamo passati da un consumo medio di quaranta immagini nel corso di una vita durante il medioevo a seicentomila immagini artificiali al giorno, oggi. Ciò che dobbiamo capire è cosa ci succede nell’entrare in contatto con una tale mole d’immagini. Ci sono due teorie al riguardo: qualcuno dice che tale visibilità rende il mondo più comprensibile; qualcun altro che nessun’epoca è stata meno informata su se stessa come la nostra. Palpebre vuole essere un tentativo di riflessione su quelle forme di ottundimento della percezione che sono legate all’immagine. L’ho fatto con un romanzo perché ero divertito dall’idea di cambiare genere di scrittura, perché con i saggi non vai da nessuna parte, li leggono cento persone. Devo dire che ho avuto più riscontri con questo romanzo nel giro di pochi mesi che in trent’anni di carriera.


Palpebre compie un’incursione all’interno delle paure e delle ossessioni. Secondo te di cosa si ha paura oggi?

Si ha paura di aprire gli occhi veramente.


Quanto le tue conoscenze cinematografiche hanno inciso sulla stesura del romanzo?

Le mie passioni cinematografiche hanno inciso molto. Mentre scrivevo mi venivano in mente le immagini dei registi e dei film che amo: Cronenberg e Lynch soprattutto. Sento molto vicino a questo libro un film che pochi hanno visto, “Il coraggioso”, unica regia di Johnny Depp e penultima interpretazione di Marlon Brando. La storia narra le vicende di un indiano d’America poverissimo che non sa come mantenere la propria famiglia e allora decide di vendersi per uno snuff movie. La domanda che nasce da Palpebre è: che cosa spinge un uomo a spendere tantissimo denaro per uno snuff movie? Qualcuno afferma che questo fenomeno sia solo una leggenda metropolitana mentre io credo che il mercato degli snuff esista realmente. Ho dei dati che non posso rendere pubblici che dimostrano che esistono delle persone disposte a spendere una cifra enorme per un video in cui si vede un proprio simile che viene torturato, sventrato, fatto a pezzi, decapitato, ucciso. Questo pone un problema relativo al nostro rapporto con quello che vediamo e relativo all’essere umano in sé. Forse non potremo più dire “è disumano Auschwitz” o “è disumano Ground Zero”, perché quello fa parte dell’umano. La cultura cattolica ha dato delle risposte a questo ma io cerco, da ateo, delle risposte laiche. Non mi basta il “non farlo perché vai all’inferno”. Palpebre è un tentativo di riflettere su questo.


Ultimamente abbiamo assistito a scrittori di romanzi, soprattutto thriller e noir, che vengono da professioni disparate. Penso ad esempio a Faletti o a De Cataldo. Cosa pensi di questo fenomeno?

Questo è un bene. Diffido degli scrittori di professione, quelli che fanno solo gli scrittori di romanzi, quelli che quando li chiami ti rispondono “ah, sto scrivendo” e magari il loro romanzo esce due anni dopo. Sì ma nel frattempo vivi, cazzo. Quindi, che una persona faccia il magistrato, lo showman, il cantante o il professore, come nel mio caso, è un bene perché è a contatto con il mondo, con degli squarci di vita e di realtà molto forti che possono avere delle aperture feconde e positive sul romanzo che sta scrivendo.


Hai intenzione di cimentarti ancora nella narrativa?

Ho già cominciato. Io ho cinquantacinque anni e una figlia di cinque. Da quando lei ha un anno ogni sera non si addormenta se non passo almeno mezz’ora con lei ad inventare delle storie. Ogni sera una storia diversa. Se lei dice “stasera voglio ridere”, devo inventare una commedia, se dice “stasera, papà, voglio aver paura”, invento storie gotiche per bambini. Questo esercizio quotidiano di riscoperta della narratività mi ha permesso di riscoprire lo stupore del raccontare, l’età dell’innocenza del racconto. Dopo quattro anni di storie per bambini mi è venuta voglia di raccontare una favola nera e Palpebre è una favola nerissima, non la racconterei mai a mia figlia.

Palpebre


Gianni Canova
Garzanti
2010

Giovanni Vigo è uno studioso del Purgatorio di Dante Alighieri, con particolare interesse verso le pene che il poeta fiorentino immagina inflitte ai dannati. Una mattina è seduto ad un tavolino di un bar nei pressi dell’Università Statale di Milano, dove tiene un seminario. Nota una donna bella ed affascinante parlare con un tizio che sembra Big Jim. Dopo alcuni minuti i due si avviano verso l’università ed entrano nei bagni, dove la donna, Mia, uccide barbaramente l’uomo. Vigo li ha seguiti ed è l’unico testimone del delitto. Il cadavere dell’uomo viene trovato giorni dopo dalla polizia: mancano i denti, gli occhi e l’intero apparato genitale. Giovanni è ossessionato dal delitto e decide di indagare con l’aiuto di Giorgio Simmel, giornalista di Radio Popolare. I due scoprono una verità sconvolgente e per Giovanni Vigo inizia un viaggio verso un’unica direzione: l’inferno, senza possibilità di ritorno…
Un thriller spiazzante, crudo, visionario, apocalittico e di respiro internazionale: questo è Palpebre, romanzo che segna l’esordio narrativo di Gianni Canova, critico cinematografico, docente di filmologia e conduttore della trasmissione “Il Cinemaniaco” su Sky Cinema. Il titolo è un evidente richiamo ad una terzina del canto XIII del Purgatorio che ricorre spesso nel romanzo, quella in cui Dante descrive la pena inflitta agli invidiosi, puniti per aver guardato la vita e i beni altrui, con l’accigliatura, la cucitura delle palpebre. Si capisce quindi qual è il filo rosso dell’intera narrazione: l’immagine, l’atto del guardare e le conseguenze che esso comporta. Tema che troviamo anche nel secondo grande richiamo culturale: Il “Giudizio Universale” di Giotto, in cui i dannati dell’inferno sono appesi e trafitti in ogni parte del corpo tranne gli occhi, come se dovessero vedere il proprio martirio, in un caos che si contrappone all’inferno tomistico ed ordinato di Dante. Il luogo in cui si svolge la vicenda è Milano. Una città che l’autore ci restituisce tramite descrizioni sinestetiche, facendoci sentire gli odori della pioggia e del cemento. Una città che di giorno vive il suo tran tran quotidiano e la notte si trasforma in un luogo in cui prendono forma le più oscure perversioni, mentre in TV si assiste alla decapitazione in Iraq di Nick Berg e nelle sale esce "Kill Bill" di Quentin Tarantino. Il plot è costruito secondo un’alternanza di piani che vede l’uso simultaneo della terza e della prima persona, fino a quando quest’ultima prende il sopravvento e viviamo la vicenda secondo il punto di vista del protagonista, Giovanni Vigo (piccola curiosità: il nome è un omaggio al regista di inizio Novecento Jean Vigo, mentre Giorgio Simmel deve il suo nome al sociologo Georg Simmel). Scopriamo insieme a lui immagini raccapriccianti, talmente cruente e crude da avere l'impulso di serrare gli occhi come se le avessimo davvero davanti, fatto che denuncia l'approccio cinematografico dell’autore, che sembra usare la penna come fosse una telecamera attraverso la quale osservare l’orrore che circonda la realtà. Un romanzo ben riuscito, quindi: uno spunto di riflessione sul modo di guardare il mondo, sulla fruibilità del mare d’immagini che inonda i nostri occhi e a volte ci costringe ad un piccolo gesto per guardarci dentro: chiudere le palpebre…

04 maggio 2010

Tenebre


Michele Noccelli
Aletti
2009

Claude è un patito delle tragedie di Shakespeare e una particolare compagnia teatrale, appena giunta in città, gli fa vivere l’Amleto in prima persona… Mancano tre giorni ad Halloween quando Jeff fa uno strano acquisto su Internet: una maschera in grado di dar vita ai peggiori incubi… Albert è disperato per la morte della sua ragazza e una bambola di pezza lo mette di fronte alla dolorosa verità del suo passato… Mark è un musicista che da anni cerca il successo; una notte, dal nulla, piomba in camera sua uno strano personaggio con una parrucca e un accento viennese. Dice di chiamarsi Mozart Wolfgang Amadeus… Oliver e Marta vivono un’intensa storia d’amore ma una serie di eventi cambia inesorabilmente le sorti della loro esistenza… La notte di San Valentino diventa un incubo per la bella Wendy… Al manicomio di Castel Pulci l’infermiere Max inizia ad avere strane visioni… George sta passeggiando nel bosco quando s’imbatte in una casa dove sembra dimorino i suoi ricordi…
Otto racconti che si pongono a metà strada tra l’horror e il fantastico. Questa è Tenebre, antologia che ha trovato la nascita dopo dieci anni di gestazione da parte dell’autore, Michele Noccelli, il quale, dopo essersi cimentato con i versi di Disillusione - opera poetica che nel 2009 ha vinto il premio della critica nel Concorso nazionale di poesia e narrativa “Il golfo”- riflette sul tema della solitudine attraverso il punto di vista della paura. Maschere killer, bambole parlanti, case nel bosco sono tutti topoi della letteratura horror e la bravura dell’autore sta nel saperli maneggiare con cura, senza mai sconfinare nel banale. I personaggi presentati riflettono le paure della società moderna e le affrontano in uno scontro sul ring della vita dal quale il più delle volte escono sconfitti. Alla fine di ogni racconto, quando tutto sembra perduto nell’oscurità e la coscienza decide di alzare bandiera bianca, il plot offre un motivo di redenzione e di salvezza, portando il lettore alla riflessione. Tenebre è l’ennesima conferma della netta crescita dell’interesse degli autori italiani per la narrativa di genere, in questo caso orrorifico: un genere in cui, come lo stesso Noccelli afferma, “il senso dell’orrore e della paura sgorgano da fortissimi desideri inconsci, dalla volontà precisa e pericolosamente prepotente di dare forma e sostanza agli impercettibili e tartassanti rantoli della fantasia”. Un mondo, quello della fantasia, in cui qualsiasi incubo può diventare realtà, soprattutto quando ci troviamo soli davanti ai nostri demoni e siamo avvolti dall’oscurità delle tenebre.

02 maggio 2010

Fango


Niccolò Ammaniti
Mondadori
1999

Roma. Al Comprensorio residenziale delle isole, al civico 1043 della Cassia, tutti si apprestano a festeggiare l’avvento del nuovo anno. Manca poco allo scoccare della mezzanotte e nessuno sa che sta per vivere il suo ultimo Capodanno… Il sabato del branco inizia in discoteca e si conclude su una spiaggia di Ostia, tra alcol, alta velocità, ragazze e violenza… Francesca Morale è una ricercatrice italiana che vive a Londra. È perseguitata da ricorrenti sogni erotici con il suo ex Giovanni, il quale è sospettato di alcuni efferati omicidi avvenuti nel quartiere Parioli a Roma… Andrea Milozzi è uno studente di Scienze biologiche esasperato dall’esame di Zoologia. La sera prima dell’esame lo studente viene ucciso da tre naziskin ma in qualche modo riesce a presentarsi davanti al professore… Albertino è il gangster del boss Ignazio Petroni, detto “il Giaguaro”. Un giorno lo tradisce, ma si sa, il Giaguaro viene sempre a sapere le cose… Coluzza lavora al reparto di derattizzazione e disinfestazione della USL. Quando si reca al quartiere Montesacro per un apparente lavoro di routine si trova davanti ad uno spettacolo tanto insolito quanto sconvolgente… Mario Recchi una sera è arrapato. Per questo decide di farsi un giro e trovare una prostituta. Trova Priscilla però, e le sue prospettive cambiano drasticamente…
Una miscela esplosiva che si nutre di generi diversi e converge nella prosa serrata e labirintica di Niccolò Ammaniti. Un grande laboratorio di scrittura in cui l’apparente normalità del quotidiano si mescola a risvolti imprevedibili, cupi e a volte surreali. Questo è Fango, antologia di racconti pubblicata nel 1996, opera terza dello scrittore romano. Il primo racconto ci propone una galleria di personaggi caricati di una valenza grottesca, che disegnano i vizi e le manie della società moderna. Dai tifosi del Nola in grado di distruggere tutto ciò che toccano all’avvocato Rinaldi, classico prodotto della società borghese ma che in realtà scarica le sue perversioni su una prostituta; da Enzo di Girolamo, perfetto modello dell’uomo medio italiano che tradisce la propria donna, a Cristiano Carucci e “Ossadipesce”, tipico esempio di una gioventù bruciata (soprattutto nel cervello). Proprio da questo racconto è stato tratto un film, “L’ultimo capodanno” nel 1998, con la regia di Marco Risi. La carrellata continua con la panoramica sulla gioventù che interpreta a suo modo la febbre del sabato sera, in un vortice che porta irrimediabilmente nei baratri più oscuri. Si entra successivamente, col terzo racconto, nel mondo del thriller psicologico e si continua con l’horror surreale dello “Zoologo”. Il quinto racconto - che dà il titolo alla raccolta - ci conduce in una dimensione pulp-noir, nella quale si respirano le atmosfere che si ritrovano nelle pellicole di Quentin Tarantino, con quella contaminazione tra cinema e letteratura che è tipica delle opere di Ammaniti. Gli ultimi due mini-racconti esaltano per la capacità dell’autore di creare storie apparentemente banali ma divertenti e spiazzanti. Emerge dalla lettura l’ecletticità dell’autore, il quale dimostra di sapersi ben muovere in qualsiasi genere e forma letteraria, condendo il tutto con una vena comica che fa da fil rouge all’intera raccolta. Assolutamente da leggere per entrare nell’universo di uno dei massimi scrittori del panorama letterario italiano.