29 marzo 2011

Uomo del Rinascimento


Giuseppe Pagliara
Book
2010

Urbino. 12 giugno 1502. Mentre legge il De Catilinae Coniuratione di Cicerone, G. è preso da violenti spasmi: il suo inconscio lo avverte dell’incombente pericolo che sta per abbattersi sulla città. In effetti è dal 1498, anno in cui ha abbandonato il cardinalato, che Cesare Borgia, duca di Valentinois, medita di farsi spazio nel mondo politico della penisola acquistando uno stato, partendo dal centro Italia, per poi espandersi verso gli altri stati. La prima tappa del suo disegno prevede la presa della città di Urbino di Guidubaldo da Montefeltro, duca di Urbino, destinato a non lasciare eredi a causa della sua sterilità. Per questo il duca, dopo averne parlato con la moglie, Elisabetta Gonzaga, decide di ricorrere all’adozione di Francesco Maria Della Rovere. Ma Cesare Borgia, il Valentino, aiutato dal padre Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI, è deciso a compiere la sua impresa tramando nell’ombra. Intanto sta già adunando le truppe…
È impresa ardua affrontare un romanzo come Uomo del Rinascimento, seconda opera di Giuseppe Pagliara – docente di Lingua e Letteratura inglese – dopo Giallo Pompeiano. La lettura, infatti, si rivela impervia e dai ritmi blandi a causa delle mille sottotrame che si succedono sulla pagina e di un linguaggio prettamente classicheggiante che non si limita ai soli dialoghi ma viene esteso anche alle parti narrate. Sfilano, nell’arco di due settimane, personaggi storici come il duca di Urbino Guidubaldo da Montefeltro, il duca Valentino Cesare Borgia, Francesco Soderini, Giuliano de’ Medici, Niccolò Machiavelli. Proprio lo scrittore fiorentino – insieme a Il Cortegiano di Baldassar Castiglione – sembra rappresentare un saldo punto di riferimento per Pagliara, il quale si cala letteralmente nel Cinquecento e si fa spettatore di un periodo che ha mutato gli equilibri italiani, attraverso il personaggio fittizio di G, fictum caput proiettato nello svolgersi degli eventi e al contempo sdegnoso spettatore. Per questo Uomo del Rinascimento diventa cronaca puntuale di un periodo storico, anche grazie all’avallo delle fonti, e spunto allegorico per descrivere la brama di potere e il malcostume che avvolge l’universo della politica. Così tutte le azioni dei personaggi di questo romanzo-fiume sembrano muoversi nella comune direzione che lo scrittore ha voluto infondere – con un controllo linguistico notevole, seppur di non facile fruizione – all’intera costruzione narrativa: il dimostrare che in ogni epoca e in ogni dove gli interessi personali e la brama di potere soverchiano irrimediabilmente i diritti di ogni individuo.

24 marzo 2011

Uomini e ossa


Bill Bass, Jon Jefferson
Traduzione di Dario Leccacorvi
Nord
2008

Nel 1980 nasce a Knoxville, nel Tennessee, su una manciata di acri di terra piena di ciarpame, l’Anthropology Reserach Facility, noto come la Fabbrica dei Corpi. All’interno, al sicuro dai predatori, vengono collocati cadaveri umani per registrare e documentare lo sviluppo e i tempi della decomposizione nell’arco di un intervallo postmortem. Il primo cadavere a scopo di ricerca varca i cancelli della Fabbrica nel maggio 1981 e per salvaguardarne l’anonimato viene stabilito un sistema di numerazione che fa riferimento ai cadaveri attraverso codici numerici invece che nomi. Così quel primo cadavere diventa 1-81, seguito dal 2-81 e via discorrendo. Fautore di questo progetto è il dottor Bill Bass, antropologo forense che, grazie all’esperienza pionieristica della Fabbrica dei Corpi, è riuscito a risolvere casi di omicidio in cui polizia e FBI brancolavano nel buio. Casi come quello dell’omicidio di Leoma Patterson e del viceprocuratore distrettuale Ted Barnett, o casi eclatanti come quello del disastro aereo del 3 febbraio 1959, in cui morirono Buddy Holly, noto per la canzone “That’ll be that day”, Ritchie Valens, voce della canzone “La bamba”, e J.P Richardson Jr. detto il “Big Bopper”. Con l’avvento della tecnologie le scienze forensi hanno subito un incremento di successi dovuti, ad esempio, alla maggiore conoscenza del DNA umano o ai programmi di ricostruzione facciale che permettono di riconoscere il volto di un teschio; ma se l’antropologia forense ha subito una massiccia evoluzione lo dobbiamo soprattutto agli studi del dottor Bass e agli esperimenti della Fabbrica dei corpi…
Era il 1994 quando Patricia Cornwell pubblicava La fabbrica dei corpi, romanzo in cui la detective italo-americana Kay Scarpetta si avvaleva dell’aiuto dell’istituto che studia la decomposizione dei cadaveri. Ebbene, quell’istituto esiste realmente ed è frutto del lavoro dell’antropologo forense Bill Bass, il quale, insieme a Jon Jefferson, giornalista, divulgatore scientifico e documentarista, aveva aperto le porte della Fabbrica nel saggio La vera fabbrica dei corpi; i due, tra l’altro, sono coautori con lo pseudonimo di Jefferson Bass di una serie di romanzi thriller che si muovono sullo sfondo della Fabbrica dei corpi e hanno come protagonista l’antropologo forense Bill Brockton, personaggio che rappresenta l’alter-ego di Bill Bass. In Uomini e ossa Bass e Jefferson ripercorrono l’epopea della Fabbrica dei corpi e descrivono i casi in cui l’antropologo forense è stato chiamato a mettere in campo la sua competenza. Il saggio è arricchito dall’ormai consueta appendice con lo schema dello scheletro umano, con un apparato fotografico che proviene direttamente dall’archivio del dottor Bass e un glossario di termini tecnici, fondamentali per orientarsi in un universo fatto di uomini e ossa… e sangue.

22 marzo 2011

Dictator - Il trionfo di Cesare


Andrea Frediani
Newton & Compton
2010

2 agosto 47 a.C.: dopo aver sgominato le truppe di Pompeo Magno a Farsalo ed essersi riposato in Egitto tra le braccia di Cleopatra, Gaio Giulio Cesare è in Siria, nel Ponto, per sconfiggere definitivamente il re Farnace, figlio del leggendario Mitridate Eupatore. A Roma, intanto, i soldati sono in rivolta, esasperati dai continui rinvii del loro congedo, e ad aggravare la situazione concorre l’incapacità di Marco Antonio, nominato magister equitum, nel tenere a bada gli scontri tra le bande dei tribuni della plebe Dolabella e Trebellio, che hanno gettato la città in uno stato di vera e propria guerriglia urbana. Ma per Cesare le battaglie non sono ancora finite. I suoi oppositori, infatti, dopo Farsalo hanno posto le basi della rivolta in Africa. Al condottiero non rimane che partire con le sue legioni e il fido germano barbaro Ortwin alla volta del continente, dove si troverà al cospetto di Metello Scipione, Marco Porcio Catone l’Uticense, Pompeo il Giovane, Tito Labieno e suo figlio Quinto: gli ultimi baluardi prima che Cesare celebri l’ultimo e definitivo trionfo…
Si conclude la saga di Dictator, trilogia dedicata alla figura di colui che gettò le basi del passaggio dall’età Repubblicana a quella Imperiale di Roma, il condottiero più grande della storia romana: Gaio Giulio Cesare. L’autore, Andrea Frediani, è laureato in Storia medievale e si occupa principalmente di storia antica, con particolare riguardo nei confronti di quella romana. Dictator – Il trionfo di Cesare è il racconto delle ultime gesta del dittatore romano, dal periodo immediatamente successivo alla battaglia di Farsalo, alle battaglie di Tapso e Munda che posero, di fatto, la città nelle mani di Cesare. Le vicende narrate attingono direttamente da fonti storiche, quali la Storia romana di Cassio Dione, la Guerra civile di Appiano e la Vita dei Cesari di Svetonio e vengono impreziosite dall’originale punto di vista dell’autore che immagina un diverso svolgimento dei fatti: nella finzione del romanzo, infatti, l’acerrimo nemico di Cesare, Tito Labieno, fungerebbe da infiltrato nelle file anticesariane e le vittorie del condottiero sarebbero influenzate in modo decisivo da questo evento. Accanto a Labieno e Cesare, sicuramente i protagonisti del romanzo, sfilano in queste pagine figure che hanno riempito le pagine della Storia romana, come Asinio Pollione e Aulo Irzio, Marco Antonio e Metello Scipione, fino al tragico, e al contempo poetico, suicidio di Catone, e figure di fantasia come i germani Ortwin e Veleda, le cui vicende si susseguono in una sottotrama di inseguimenti e ritrovamenti. E insieme al loro le migliaia di soldati che si scontrano sul campo nelle cruente battaglie che Frediani racconta con un taglio realistico e con un ritmo sempre serrato. Molto interessante, infine, è la descrizione di un Cesare stanco, oppresso dagli affanni e preda di attacchi epilettici che lo stringono a stare lontano dai campi di battaglia. Un Cesare deriso dai soldati mentre celebra il suo trionfo a Roma. Un Cesare nella cui mente rimbomba come un mantra la parola “declino”. Un Cesare che, nonostante sia giunto all’apice della sua vicenda umana e politica, è lontano da quello che, varcato il Rubicone, affermò le celeberrime parole: “Alea iacta est”.

18 marzo 2011

Così si muore a God's Pocket


Pete Dexter
Traduzione di Tommaso Pincio
Einaudi
2010

Leon Hubbard è un ragazzo difficile. Ha ventiquattro anni e vive nel quartiere di God’s Pocket, a Filadelfia, insieme alla madre Jeanie e il suo compagno, Mickey Scarpato. È stato proprio lui a trovare un lavoro al ragazzo come muratore di primo livello nel cantiere del nuovo reparto di traumatologia dell’Holy Redeemer Hospital. Leon non si separa mai dal rasoio che porta nella tasca posteriore dei pantaloni. Quello strumento lo fa sentire sicuro. Ha con esso un rapporto quasi morboso: ci parla, ci dorme, ci mangia: è come se facesse parte del suo corpo. Un giorno, però, il ragazzo sbaglia a tirarlo fuori e ferisce un collega, il vecchio Lucy, un nero che nella vita ha solo lavorato e non ha mai dato problemi a nessuno. Sono giorni che in cantiere nessuno sopporta Leon. Neanche il vecchio Lucy, il quale, dopo aver visto il rivolo di sangue scendere dalla sua gola, prende un tubo e fracassa la nuca di Leon, lasciandolo esanime. Quando arriva la polizia il capocantiere Coleman Peets decide di nascondere la verità e di far passare la morte del ragazzo come un incidente sul lavoro. Ma questa versione non convince la madre di Leon, Jeanie, pronta a conoscere la verità sulla morte del figlio, coinvolgendo la polizia, la stampa – soprattutto il giornalista Richard Shellburn – e un quartiere che è un vero e proprio universo concentrazionario: il God’s Pocket…
Era il 1983 quando il giornalista Pete Dexter esordiva nella narrativa con Così si muore a God’s Pocket, poco tempo dopo aver rischiato di morire pestato a sangue da una folla inferocita che lo massacrò in un bar a causa di un articolo scritto sulla morte un giovane spacciatore. Il quartiere non apprezzò le parole del giornalista e decise di fargliela pagare duramente. Proprio questo evento diede lo spunto narrativo a Dexter, il quale, con Così si muore a God’s Pocket, costruisce un romanzo corale a metà strada tra le pellicole di Clint Eastwood e Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, disegnando la mappa di un quartiere che diventa simbolo della periferia americana dei primi anni Ottanta; un quartiere in cui la vita scorre lenta e si trascina sui banconi dei bar. Un affresco di una Filadelfia razzista che diventa la città dei perdenti, in cui nessuno vince e, a loro modo, tutti subiscono la propria sconfitta esistenziale. E tutto ciò Dexter lo racconta attraverso una scrittura spigolosa e tagliente, pregna di malinconia e di denuncia sociale, priva di colpi di scena, quasi rassegnata, come rassegnati appaiono gli abitanti di God’s Pocket davanti allo scorrere dell’esistenza e del tempo, nell’attesa di morire di cancro tra un traffico di carne e uno di droga, già consapevoli di aver perso anche l’ultimo dei baluardi prima della resa definitiva: la speranza.

Intervista a Wilbur Smith


Nato nel 1933 nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), ma cresciuto in Sudafrica, Wilbur Smith è uno che i libri li vende a centinaia di milioni: decine di milioni solo in Italia - e trovatemene un'altro, che ci riesce. Non lo diresti, a guardare questo azzimato signore anziano dritto come un fuso che ha sempre un sorriso per tutti e una professionalità invidiabile. Umiltà, semplicità, disponibilità: le virtù dei grandi. E lui, infatti, è un grande della letteratura d'avventura. Forse il più grande. M'hai detto niente.


Quanto ha contato nella formazione del tuo gusto per l'avventura la tua infanzia africana?

Nascere in Africa è stata di gran lunga la cosa più importante della mia vita. L'Africa è uno scrigno di tesori e di racconti, ha una disponibilità infinita di storie. Io scrivo da 45 anni e posso dire di aver soltanto scalfito la superficie.

È vero che fu tua madre a insegnarti l'amore per i libri?

Assolutamente sì. Quando ero bambino del resto non esisteva la televisione, e le madri leggevano libri ai bambini prima di andare a letto o nei lunghi pomeriggi di pioggia. Sono profondamente grato a mia madre per avermi trasmesso l'amore per la lettura e per la scrittura, ha fatto la mia fortuna.


Visto il tuo affascinante passato, perché la scelta di non scrivere un'autobiografia?

Un'autobiografia è l'estrema vanità. Forse in fin di vita ne scriverò una: ma sarà fatta più di fiction che di realtà. Un'autobiografia alla Wilbur Smith, insomma.


La corona di re dei bestseller è pesante da portare?

No, per niente. Soprattutto perché non prendo troppo sul serio questa cosa. Esistono tanti scrittori al mondo, ognuno ha la sua nicchia personale nella quale si colloca e sta comodo, ma tutti hanno qualcosa di interessante da dire. Senza nessuna competizione, per carità.


Cosa pensi della divisione tra letteratura di serie A e serie B? I libri non dovrebbero avere tutti una stessa dignità?

Penso che anche solo l'idea di libri più validi solo perché riconosciuti tali da un'èlite sia una vera idiozia. Shakespeare scriveva per il popolo, e il suo pubblico andava dagli spazzini al re. Si trattava quindi di letteratura popolare, eppure sono opere di elevatissimo livello o sbaglio? E poi perché ora Shakespeare è invece considerato riservato ai lettori colti? I confini sono variabili, confusi. La divisione tra libri di serie A e B non ha semplicemente senso.


Qual è il segreto del fascino che l'antico Egitto esercita sui lettori e quale fascino esercita il personaggio di Taita in particolare su di te?

Tutti non possono fare a meno di essere affascinati dall'Egitto antico perché semplicemente si tratta della culla della nostra civiltà. Lì sono nate la scrittura, la Matematica, l'Astronomia, la Filosofia, etc. etc. E poi aggiungiamoci monumenti grandiosi, affreschi splendidi, un'estetica intrigante... La valle del Nilo ha dato i natali all'uomo, e io mi sento un discendente diretto degli antichi egizi. Con Taita negli anni si è creato un rapporto che definirei quasi di amicizia stretta. E' un uomo complicato, contraddittorio, sempre capace di sorprendermi, e mi piace chiacchierare con lui ogni tanto, chiedergli anche dei consigli. Ah, Taita...


Il viaggio di Taita è davvero senza fine come dice lui alla fine del romanzo Alle fonti del Nilo? Quale sarà la sua prossima tappa?

Non se è saggio credere a Taita, fidarsi di lui. Forse il suo viaggio continuerà, chissà. Ma anche se fosse non è certo tipo da venire a raccontare i dettagli a me (ride, ndr)!


Ne La legge del deserto affronti il tema dell’integralismo islamico. Hector Cross, il protagonista del romanzo, lo definisce “La Bestia”. Qual è il tuo pensiero riguardo la religione islamica e le sue estremizzazioni, quali, appunto, l’integralismo?

Ogni religione che viene portata agli estremi diventa qualcosa di malvagio e questo viene sottolineato nei dialoghi dei protagonisti del mio libro. Hazel, la protagonista femminile, ad un certo punto esprime la sua indignazione, il suo orrore sulle modalità con le quali le persone vengono castigate in base alla Sharia, la legge islamica. Quando lei assiste a queste esecuzioni afferma che questa gente non è umana. Hector le risponde che tutte le religioni hanno avuto delle fasi estreme, determinate da uomini che applicano le leggi religiose in modo integralista. In questo modo la religione diventa espressione di odio e violenza. Anche la religione cristiana ha attraversato questa fase, se pensiamo, ad esempio, all’Inquisizione spagnola. Quando la religione diventa strumento politico in mano di pochi determina persecuzioni, pogrom. Il Cristianesimo ha superato questa fase mentre alcune parti del mondo islamico odiano ancora chiunque non sia maomettano. Per il resto ritengo che l’Islam sia una religione molto vicina al Cristianesimo e l’Ebraismo; è una religione monoteista e Gesù Cristo viene ritenuto uno dei Profeti; non vengono adorati gli idoli. Questi sono elementi comuni che appartengono a queste tre grandi religioni monoteiste, mentre nell’applicazione concreta si vengono a creare diversità che in passato non erano ampie come oggi. Il Cristianesimo, nel frattempo, si è ammorbidito ed è diventato più umano, cosa che non è avvenuta per alcune parti del mondo islamico. La cosa che più mi trova in contrasto con la religione islamica è il trattamento delle donne. So che ci sono molte donne islamiche che sostengono di non avere problemi ad indossare il burqa ma credo che questo derivi dal fatto che esse non conoscano altre realtà e altre situazioni. Tutto ciò mi rattrista molto.


Nel romanzo La legge del deserto sembra non esistere il tema del perdono, anzi, tutti i personaggi sono mossi dalla vendetta, dallo sceicco Tippu Tip ad Adam, da Tariq fino agli stessi Hazel ed Hector. Il pensiero dei personaggi rispecchia il tuo?

Naturalmente non è questa la mia visione ma prettamente quella dei miei personaggi. D’altra parte il concetto della faida di sangue esiste tutt’ora in molte parti del mondo e viene perpetrata di generazione in generazione. Penso, ad esempio, all’ambito mafioso: ancora oggi assistiamo a faide tra famiglie ed è un elemento ancora più forte in Medio Oriente, insito nella stessa religione islamica. È un dato di fatto che ovviamente non appartiene al mio modo di pensare e credo che il concetto di perdono sia più radicato nella religione Cristiana e non nelle altre religioni. In realtà i protagonisti del romanzo non sono in cerca di vendetta quanto, piuttosto, di un modo per porre fine a questa faida e capiscono che l’unico modo è quello di applicare la stessa legge del nemico, quella della Sharia. Quindi, secondo la sua legge, l’unico modo per porre fine alla scia di sangue creatasi è la sua morte. Sulla questione del perdono, mi piace citare una frase del generale Norman Schwarzkopf, soprannominato “Stormin’ Norman”, il quale, al giornalista che lo interrogò sulla questione del perdono riguardo Saddam Hussein, rispose: “Il perdono non è il mio lavoro ma quello di Dio. Il mio è fare in modo che Saddam vada al Creatore più in fretta possibile a chiedere perdono!”.


Hazel ed Hector sembrano disumani. Sanno fare praticamente di tutto. Hai mai conosciuto gente così?

Se vedi cosa sono in grado di fare gli atleti professionisti puoi già farti un’idea del fatto che esistano persone in grado di fare ciò che fanno Hazel ed Hector. Nel calcio, ad esempio, vediamo dei gesti tecnici straordinari come la rovesciata. Il corpo umano è capace di cose veramente straordinarie se allenato in modo adeguato. Qui parliamo di una donna che è stata una campionessa mondiale di tennis e di un ex militare che dopo una lunga giornata di lavoro va ad allenarsi in palestra e al poligono di tiro ogni giorno. E ci sono persone così. Dalla nostra prospettiva di persone che conducono una vita sedentaria, o quasi, ci possono apparire sovrumani ma solo perché non ci alleniamo come loro. Un giorno mia moglie ed io eravamo a fare una passeggiata nelle campagne inglesi e abbiamo visto una fila di soldati che correva con i zaini in spalla: stavano facendo un addestramento. Io ho detto a mia moglie: “Lo sai che ognuno di quegli zaini pesa quaranta libbre (circa 20 kg, n.d.r.)?”. Lei non mi ha creduto e si è messa a correre dietro ad un sergente che faceva finta di non vederla – ma sicuramente l’ha notata perché è una bella donna – chiedendogli: “È vero che lo zaino pesa quaranta libbre?”. E lui con una faccia fiera le ha risposto: “No! Quaranta chili!”.


Sei ritenuto il maestro incontrastato dell’avventura. Cos’è per te l’avventura?

“Avventura” significa lasciare i sentieri battuti e mettersi in situazioni di cui non si può avere il controllo. Per me può essere andare a fare un safari o scalare una montagna, cosa che non faccio più oggi ma in passato ho fatto varie volte, o attraversare il deserto con una carovana di cammelli. Lasciare ciò che si conosce e andare verso l’ignoto: questa è l’avventura secondo me.


La legge del deserto, però, oltre a parlare di azione e avventura descrive anche una miriade di sentimenti: amore declinato in varie forme, odio, paura...

Quando scrivo un romanzo come La legge del deserto mi piace affrontare e considerare l’intera gamma dei sentimenti umani. Ci sono diversi temi che mi stanno a cuore e ricorrono nei miei libri: il rapporto tra un genitore e un figlio, il rapporto tra i compagni di squadra, quindi la totale fiducia nell’affidare la propria vita a qualcun altro, e, soprattutto, il rapporto tra un uomo e una donna, forse quello più importante, quello che ci permette di procreare e propagare le nostre generazioni. Sono sfaccettature delle nostre esperienze che a livello individuale si manifestano in modo unico. È come prendere un gioiello e guardarlo da varie angolazioni: cambia il colore, cambia la forma e questo ci distingue, la capacità di accoppiarci per la vita, di avere dei figli e saperli allevare, la capacità di instaurare rapporti di fiducia e stima reciproca. Questi sono gli elementi distintivi dell’umanità.


In Italia i tuoi romanzi vanno a ruba. Come spieghi questo fenomeno?

Sinceramente non me lo so spiegare. Ad esempio, può esserci un buon libro che scompare sotto la superficie della coscienza umana senza nemmeno incresparne le acque. Ce ne può essere un altro che crea uno tsunami. Occorre un tocco di magia che susciti entusiasmo nei lettori. In un anno i libri che possono creare questo entusiasmo sono al massimo due o tre. Per quanto riguarda i miei libri, forse non causano tsunami ma sono certamente delle belle ondate che arrivano costantemente sulla spiaggia. In Italia molte persone leggono i miei libri ed è capitato che i padri li facessero conoscere ai figli e ora siamo già a tre generazioni di lettori. Sicuramente ho toccato i tasti giusti nelle menti dei lettori italiani, mentre in Germania non sono affatto conosciuto. Eppure la Germania è un paese molto vicino all’Italia.

Intervista di David Frati e Lorenzo Strisciullo

La legge del deserto


Wilbur Smith
Traduzione di Giampiero Hirzer
Nord
2011

Nell’entroterra dell’emirato di Abu Zara c’è una concessione petrolifera un tempo di proprietà della Shell ed ora appartenete alla Bannock Oil, la società petrolifera della ex tennista Hazel Bannock, donna bellissima che ha ereditato un impero finanziario dopo la morte del marito Henry e che conduce gli affari in modo eccelso. Ad occuparsi della sicurezza degli impianti, oggetto di frequenti attacchi terroristici, è la Cross Bow Security Limited, agenzia di mercenari capeggiata da Hector Cross, ex maggiore delle SAS, uomo d’azione e dai metodi estremi nel fronteggiare i nemici. Hazel ha una figlia, la diciannovenne Cayla, una ragazza viziata che si trova a bordo dello yacht di famiglia in rotta verso l’isola di Mahé nelle Seychelles: l’Amorous Dolphin. Cayla non sa che l’uomo con il quale sta avendo una relazione di sesso e che lei stessa ha fatto salire a bordo offrendogli un lavoro come steward – Rogier Marcel Moreau – in realtà si chiama Adam Abdul Tippu Tip e si trova lì per rapirla. Adam è il nipote dello sceicco Tippu Tip, capo dei pirati del Puntland somalo i quali, proprio grazie ad Adam, riescono ad incrociare il lussuoso yacht e rapire Cayla. Quando arriva la richiesta di riscatto Hazel Bannock inizia a smuovere tutti i canali ufficiali ma non ottiene risultati. Nonostante i rapporti con Hector Cross non siano i migliori, Hazel sa che solo lui può tentare l’ardua impresa di riportare a casa Cayla…
Torna Wilbur Smith, come un evento al quale ormai ci si è abituati da decenni, con un nuovo romanzo d’avventura. Lo scrittore, nato nel 1933 a Broken Hill, nella Rhodesia Settentrionale – l’attuale Zambia – ha esordito nel 1964 e da allora i suoi romanzi sono diventati bestseller internazionali, soprattutto in Italia dove Smith è di gran lunga lo scrittore più venduto. La legge del deserto affronta un tema caldo e di estrema attualità come quello dell’integralismo islamico e della pirateria nelle coste africane e lo fa con gli ingredienti che hanno reso Smith un maestro del genere: le ambientazioni esotiche del continente africano, una serie di personaggi a confronto dei quali Rambo sembra uno scolaretto, un plot serrato che non lascia scampo e che conduce il lettore in un viaggio che si compone di salite e discese, di azione e di descrizione di sentimenti quali la paura, la vendetta, l’odio, l’amicizia e l’amore. Attraverso gli occhi dei suoi personaggi, Wilbur Smith getta lo sguardo sul mondo islamico e sulle dure leggi della Sharia, le quali, poste nelle mani di persone sbagliate come lo sceicco Tippu Tip, diventano incunabolo di ignoranza e deflagrano in atti di violenza e odio. E davanti a tali atti ad Hazel ed Hector non resta che abbandonare i propri preconcetti e le proprie esperienze e calarsi in un mondo dominato da una sola legge. Quella del deserto.

04 marzo 2011

La mappa del destino


Glenn Cooper
Traduzione di Amalia Rincori, Velia Februari
Nord
2011

Périgord, Francia. 1899. Édouard Lefevre e suo cugino Pascal s’imbattono in un’antica caverna: una scoperta straordinaria. Pieni d’entusiasmo si recano in una locanda nel piccolo villaggio di Ruac per raccontare al proprietario e ai clienti del loro ritrovamento. Un errore, perché non fanno neanche in tempo a finire il racconto che sono già cadaveri. Ruac, oggi. Un incendio si è scatenato tra le mura di un’abbazia e nascosto in un muro crollato viene ritrovato un libro risalente al Medioevo, ornato con borchie d’argento, scritto in codice e pieno d’immagini che raffigurano animali e piante. Le prima pagine sono in latino e riportano strane parole: “Io Barthomieu, monaco dell’abbazia di Ruac, ho duecentoventi anni. E questa è la mia storia”. Hugo Pieneau, l’antiquario a cui il prezioso libro è stato affidato dall’abate Menaud per essere restaurato, non ha dubbi nel convocare un suo amico per fargli visionare il volume: l’archeologo Luc Simard. All’interno del libro i due trovano una mappa che li conduce all’interno di una caverna formata da dieci stanze, nei pressi di Ruac. Un ritrovamento dal valore archeologico immenso. La caverna è piena di dipinti rupestri che raffigurano bisonti, cavalli, cervi, uomini, gli stessi raffigurati nel libro, insieme a quelli della decima stanza, dove l’artista preistorico ha lasciato la testimonianza di un segreto che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità. Un segreto che gli abitanti di Ruac vogliono difendere ad ogni costo…
La mappa del destino è il terzo romanzo dello scrittore newyorchese Glenn Cooper, il quale ha momentaneamente abbandonato le sorti di Will Piper, il protagonista dei best-seller La biblioteca dei morti e Il libro delle anime, per spostare il centro dell’attenzione su un nuovo personaggio, l’archeologo francese Luc Simard, il quale si trova da un giorno all’altro di fronte alla scoperta che qualsiasi archeologo vorrebbe fare: una caverna piena di dipinti rupestri risalenti addirittura al 30.000 BP (acronimo di “Before Present”, un sistema di datazione utilizzato da diverse discipline scientifiche che fissa il punto di riferimento nel 1950). Luc è il classico personaggio che potremmo trovare in un romanzo di Clive Cussler o Wilbur Smith: bello, colto, tombeur de femmes; nello svolgersi della trama il personaggio acquista maggiore spessore e ne scopriamo le debolezze, la psiche, i modi di pensare, davanti ad una serie di eventi che metteranno a dura prova la sua stessa vita. Eventi che trovano spunto da una serie d’ingredienti che tengono sempre alto il ritmo della tensione: una cittadina, Ruac, che pare custodire un ancestrale segreto e i suoi cittadini pronti a tutto per difenderlo. Tutto ciò attraverso una scrittura sempre precisa nel raccontare termini archeologici o anche lo stesso gergo che si usa in un campo di scavi. Ma il punto di forza de La mappa del destino, così come l’intera opera narrativa dello scrittore, sta nel saper mescolare i diversi piani storici e temporali che non danno punti di riferimento al lettore, portato a spasso nella Storia da una scrittura che viene utilizzata come la DeLorean di “Ritorno al futuro”. A parte il capitolo iniziale di contorno, ambientato nel 1899, Cooper ci parla della vita dell’Homo Sapiens, degli scontri con l’uomo di Neanderthal e degli inizi del processo comunicativo umano, per poi fare un salto nel Medioevo dove personaggi del calibro del monaco Abelardo e san Bernardo di Chiaravalle hanno avuto tra le mani l’antico manoscritto rinvenuto a Ruac, teatro di eventi drammatici e cruenti, ingrediente principale e sostanziale per un gran action-thriller a sfondo storico/archeologico come La mappa del destino.

Intervista a Glenn Cooper


Glenn è un esempio lampante di self-made man: laurea in Archeologia a Harvard, dottorato in Medicina, presidente ed amministratore delegato di un’industria biotech, sceneggiatore e produttore cinematografico. Fino al 2009, anno in cui ha deciso di dedicarsi alla narrativa, da subito con enorme successo. Per questo quando il direttore mi ha detto che era in Italia per una serie di presentazioni a Milano, Roma ed Avellino non ho perso tempo e mi sono attivato per intervistarlo. L’ho incontrato in una sala da tè adorna di mobili d’epoca, in un hotel a due passi da Piazza di Spagna, e lo scrittore si è rivelato una persona deliziosa, sempre sorridente ed amichevole, un vero gentiluomo, un esempio di stile. Una figura ben lontana da molti scrittori che si sentono facenti parte di una sorta di Empireo pur avendo venduto nemmeno la metà delle copie che ha venduto lui.


Quando hai esordito con La biblioteca dei morti ti aspettavi un successo così vasto, direi planetario?

Assolutamente no! Il successo de La biblioteca dei morti mi ha reso, ovviamente, felice ma, soprattutto, sono rimasto spiazzato e sorpreso da un tale riscontro.


La mappa del destino, il tuo ultimo romanzo, non è legato alle vicende di Will Piper, il protagonista de La biblioteca dei morti e Il libro delle anime, ma ne ricalca il genere. Questa volta il romanzo è maggiormente condito da spunti archeologici. Quanto i tuoi studi ti hanno condotto verso questa direzione?

Sicuramente i miei studi hanno avuto un grande impatto su questo libro. Volevo scrivere un romanzo che nascesse dal mio amore nei confronti dell’archeologia. Quando ero all’università ho studiato in particolare il Paleolitico e questo periodo mi interessa molto perché rappresenta la transizione dall’uomo incapace di comunicare all’uomo che comunica attraverso i dipinti rupestri: un’evoluzione del cervello umano che ha permesso all’uomo di catturare ed esprimere le proprie emozioni attraverso queste fantastiche forme d’arte.


Il libro delle anime chiude le vicende di Will Piper. Hai intenzione di scrivere un altro romanzo con Will protagonista?

Oltre a La mappa del destino ho scritto due libri in cui Will non appare. Sono romanzi singoli, che non fanno parte di una serie. Uno ha come protagonista una suora italiana che viene convocata per salvare il Vaticano, l’altro è un libro sull’esperienza di pre-morte e sulla vita nell’aldilà. Credo che a breve mi metterò a scrivere il terzo libro della serie di Will Piper perché recentemente ho avuto un’idea gustosa per concludere la trilogia.


È prevista una trasposizione cinematografica de La biblioteca dei morti e de Il libro delle anime?

Finora ho avuto circa dieci trattative per la realizzazione del film con diversi produttori di Hollywood, ma non sono andate a buon fine. I produttori americani mi dicono che realizzare un film sui miei romanzi è difficile perché sono ambientati in diverse epoche storiche. Spero che un produttore europeo decida di intraprendere quest’avventura perché secondo me i miei romanzi sarebbero meglio rappresentati da un film europeo.


Spesso i tuoi libri vengono accostati a quelli di Dan Brown, soprattutto per la scelta di ambientare la narrazione in un periodo storico lontano per poi svilupparla nella contemporaneità. Secondo te quali differenze ci sono tra i tuoi e i suoi romanzi?

Prima di tutto lui vende cento volte più di me! È vero che Dan Brown parte da un evento storico, ma mentre le sue storie si sviluppano interamente nel presente, a me piace giocare con la Storia, sovrapporre i diversi piani temporali e far sì che il passato si intersechi con il presente nell’arco dell’intero romanzo.


Visto il grande successo dei tuoi primi due romanzi, cosa ti aspetti da La mappa del destino? Ci affezioneremo anche a Luc Simard?

Inizialmente ero un po’ preoccupato perché dopo aver scritto due romanzi di successo non sai mai come verrà accolto il nuovo libro e se piacerà al lettore come gli altri. A quanto pare La mappa del destino sta riscuotendo un buon successo e se i lettori si appassioneranno alla figura di Luc Simard sicuramente scriverò altri romanzi con lui protagonista. Non sono sicuro se questo libro piacerà ai francesi, perché di solito ai francesi non piace quando gli americani scrivono sulla Francia.

James Ellroy


"Mi piace il mio lavoro, amo battermi, odio perdere, non mollo mai. Se esco ammaccato, fa niente. Scrivere è come fare la lotta, mi piacciono le cicatrici. Con gli alimenti che devo pagare dopo il divorzio, o scrivo o sono cazzi amari".

Lee Earle Ellroy nasce a Los Angeles il 4 marzo 1948 da Armand Ellroy, un erotomane che sostiene di aver lavorato per Rita Hayworth e averle “fatto assaggiare la sua bestia di 40 centimetri”, e Geneva Hilliker Ellroy, infermiera professionale che fa da balia alle stelle alcolizzate di Hollywood. Nel 1955 i due divorziano e Geneva va a vivere con il figlio nel quartiere di El Monte. Tre anni dopo, nel giugno del 1958, quando Lee Earle ha dieci anni, un poliziotto si presenta a casa per dirgli che la madre è stata assassinata. Il cadavere di Geneva è stato trovato seminudo in un cespuglio vicino un liceo di El Monte. Tre mesi prima, durante il suo compleanno, Lee Earle aveva deciso di vivere con il padre e la madre gli aveva dato un ceffone tanto forte da fargli sbattere la testa su un tavolino, provocando le maledizioni del figlio. Pochi mesi dopo la morte della madre il piccolo Lee Earle riceve in regalo dal padre un libro di Jack Webb, The Badge, che parla del Los Angeles Police Department; un libro che Lee Earle leggerà in modo ossessivo e che gli fa conoscere la storia di Elizabeth Short, la Dalia Nera, brutalmente torturata, assassinata e tranciata di netto in due a Los Angeles il 15 gennaio 1947: un delitto irrisolto, come quello della madre, un’ossessione, uno spunto narrativo. Ma sono ancora lontani gli anni della scrittura. Dopo la morte di Geneva, Lee Earle va a vivere definitivamente con Armand. Sono gli anni delle estenuanti serate passate davanti al televisore a guardare gli incontri di boxe e a bere birra. Sono gli anni del liceo di Fairfax, dove Ellroy si avvicina a ideali neonazisti e razzisti. Nel 1965 è già stato cacciato dal liceo quando anche il padre muore. Lee Earle finge un esaurimento nervoso, inizia a balbettare e lascia l’esercito, dove nel frattempo si era arruolato volontario, con disonore. Le ultime parole del padre sono state: “Scopati tutte le cameriere che puoi”. Nello stesso anno, durante i fatti di Watts – sei giorni di sommossa a sfondo razziale – tenta con alcuni amici di entrare nella zona della rivolta, senza riuscirci. Ora Lee Earle è solo al mondo e inizia per lui un periodo di deriva e dissolutezze: alcol, droga, anfetamine e tamponi di Benzedrex, delinquenza, carcere, lavoretti occasionali, feticismo, mutandine rubate nei ricchi appartamenti di Hancock Park e Kosher Kanyon West, appostamenti e pedinamenti, massacranti masturbazioni, vagabondaggio, ossessioni, soprattutto quella per la Dalia Nera e per la madre, due pensieri fissi nella sua vita. A causa della sua vita sregolata rischia due volte di morire di polmonite. L’unica àncora di questo periodo è la lettura di romanzi gialli, l’unica luce in tunnel lungo e oscuro. Vive da solo nell’appartamento del padre mentre quello di un suo amico diventa suo tutore. Quando nel 1968 esce per la seconda volta di prigione, inizia a lavorare in una libreria la cui proprietaria gli ricorda la madre. Ma l’alcol e i tamponi di Benzerdrex, che ormai ingoia direttamente affinché facciano più effetto, lo stanno distruggendo, per questo Lee Earle decide di disintossicarsi. Quello che egli stesso definisce “Il giro di giostra” finisce nel 1975, quando, dopo l’ennesima disintossicazione, riesce a raggiungere il traguardo che si era prefissato sin dall’infanzia: scrivere. Lee Earle Ellroy si trasforma in James Ellroy e debutta nel mondo della narrativa con Prega detective. Molti anni dopo essere diventato uno scrittore cult di fama mondiale Ellroy decide di affrontare la sua ossessione più grande e torna sul luogo del delitto per avviare un’indagine privata sull’omicidio della madre. Intanto si sposa con Helen Knode, scrittrice anche lei, e va a vivere a Kansas city. Ma nel 2006 i due divorziano e lo scrittore torna a Los Angeles, la città che gli ha tolto la madre, la città che lo ha visto trasformarsi da uno sbandato ad uno scrittore di successo mondiale, la città che nessuno come lui ha saputo descrivere in modo così maniacale, morboso e ossessivo, la città che lo ha visto morire e rinascere sotto altre spoglie.

Il cacciatore di ossa


Stuart MacBride
Traduzione di Claudia Businaro
Newton & Compton
2010

Aberdeen, Scozia. Una buia notte di inizio estate viene squarciata dal triste barlume di un incendio: un palazzo prende fuoco mentre un perverso omicida è nascosto nel buio, eccitato dalle urla delle vittime che egli stesso ha intrappolato nell’inferno di fuoco. Durante la stessa notte due agenti della polizia trovano, in vicolo buio del quartiere a luci rosse, il cadavere nudo di una donna che è stata massacrata di botte: Rosie Williams. Tutti gli agenti della polizia sono impegnati nell’incendio, per questo sulla scena del delitto viene chiamato il sergente Logan McRae, sottoposto ad un’ indagine perché uno dei suoi uomini è rimasto gravemente ferito durante un’azione della quale è diretto responsabile. Proprio per questo Logan è stato rimosso dalla squadra dell’ispettore Insch e inserito nel team dell’ispettrice Steel – una donna volgare e incompetente – la cosiddetta “Squadra Coglioni”. Per uscirne Logan ha una sola possibilità : trovare l’assassino e risolvere il caso. Ma deve fare presto, perché altre donne vengono trovate morte con il medesimo modus operandi. Sembra che ad Aberdeen ci sia un serial killer, anzi due, perché le notti di Aberdeen vengono infiammate da altri roghi…
Dopo Il collezionista di bambini Stuart Macbride – scrittore scozzese che nella vita ha svolto i più svariati lavori, da addetto alle pulizie a sviluppatore di applicazioni per l’industria del petrolio – continua la saga che vede protagonista il sergente Logan McRae con questo Il cacciatore di ossa. Il dato che immediatamente emerge dalla lettura è la struttura labirintica del plot: Macbride costruisce infatti una trama che si muove su due casi apparentemente paralleli, creando un senso di vertigine al lettore che si trova spiazzato e non sa che pesci prendere, come se si trovasse davanti al gioco delle tre carte. In questo dedalo si muovono i personaggi che Macbride descrive con dovizia di particolari e un sorprendente realismo, condendo i dialoghi con ironia prettamente britannica. In tutto ciò l’autore trova il tempo per descrivere alcuni aspetti “malati” della società scozzese ma che in fondo sono fondo comune della maggio parte dei paesi: la corruzione, la violenza, la prostituzione, sempre con uno stile che rende Il cacciatore di ossa un ottimo punto d’incontro tra un thriller mozzafiato e un noir duro, durissimo. Sinceramente lascia un po’ di dubbi la traduzione del titolo, visto che l’originale, Dying Light (Luce morente) sarebbe stato sicuramente più aderente alla natura di un romanzo che racconta i bassifondi di una Scozia che non si trova nei depliant delle agenzie di viaggio e ruota intorno ad eventi che si compiono di notte, quando la luce è, appunto, morente. Se non già morta.

01 marzo 2011

I barbari


Alessandro Baricco
Feltrinelli
2008

La società sta subendo una mutazione. E i barbari sono alle porte. L’invasione barbarica è una realtà condivisa e diffusa e viene alimentata quotidianamente dall’industria culturale, dalla politica, dai mezzi d’informazione. Ma chi sono i barbari e come si muovono? L’effetto della loro azione, che genera la mutazione sociale e culturale, colpisce la consuetudine dei gesti, il modo di pensare e di vivere – espandendosi in diversi ambiti - frantuma gli ordini costituiti, apre le porte alla comunità, a partire dal mondo della cultura del vino, del calcio e dell’editoria. Quando poi la mutazione è completata, le porte del sapere vengono scardinate: pensiamo all’avvento di Google, un vero e proprio spartiacque nel modo di concepire la navigazione e, di conseguenza, l’universo della conoscenza e dell’esperienza. Infatti, mentre i modelli che storicamente portavano al risultato dell’esperienza erano legati allo scavare per trovare l’essenza delle cose, grazie ad un lavoro certosino di metodo, studio e intuizione, il nuovo modello, dovuto alla mutazione, ha scardinato quello precedente, fondandosi principalmente sulla logica della superficie, fondata – a sua volta – sulla velocità di fruizione e sul “multitasking” e ha provocato la perdita dell’anima, concetto che venne introdotto solo a partire dall’Umanesimo ed esploso realmente solo nell’Ottocento Romantico. Ma come ci si difende dai barbari? Bisogna fare come i Cinesi, che tra il 1400 e il 1600, per paura delle invasioni barbariche, costruirono la Grande Muraglia?
Nel 2006, tra il 12 maggio e il 21 ottobre, sul quotidiano La Repubblica apparvero trenta articoli firmati da Alessandro Baricco, raccolti il 21 novembre dalla Fandango e ripresi nel 2008 da Feltrinelli. I barbari rappresenta il tentativo di affrontare l’universale paura socio – culturale di un’ imminente e violenta mutazione che investe tutti gli aspetti del vivere umano, dalla cultura alla società, dalla politica al costume e che colpisce il modo di pensare e di vivere. Il nucleo che provoca lo sgomento e il terrore da invasione barbarica, ci dice Baricco, viene dettato dalla crisi dei valori della cultura del passato in favore del “nuovo che avanza”, in un discorso che analizza esempi disparati ed eterogenei che vanno da Google, al calcio, dalla musica classica ai libri, il tutto attraverso un dialogo diretto con il lettore che assume molto spesso aspetti didascalico – didattici, in cui lo scrittore abbandona lo stile ricercato dei suoi romanzi e si concentra sul messaggio del testo. E se i barbari di Baricco certamente non sono gli stessi descritti da Tacito nel 98 d.C nella Germania, si può affermare che hanno preso ormai l’avvento nei meandri della società, come in tutte le rivoluzioni che si rispettino, e altro non possiamo fare che accettare la mutazione e abbandonare il paradigma dello scontro tra civiltà per capire realmente chi sono i moderni barbari.