01 agosto 2010

Intervista a Olle Lönnaeus

In Svezia è diventato un caso editoriale, vincendo il premio della Swedish Crime Writer’s Academy come miglior esordiente. Lui è Olle Lönnaeus, e di professione fa il giornalista investigativo, una figura che in Italia praticamente non esiste (e non potrebbe essere diversamente con le leggi attuali). Il suo lavoro lo ha portato in Libia, Iran, Israele e Palestina. Lo incontro all’Auditorium di Roma, dopo aver ricevuto la mia dose giornaliera di traffico, in un torrido pomeriggio di inizio estate. Altro che città ghiacciata...






Sei un giornalista. Cosa ti ha spinto a cimentarti nella narrativa?

Sì, sono un giornalista, ho scritto di politica, società e molto altro per circa vent’anni. Per alcuni anni ho coltivato questo mio Il bambino della città ghiacciata dentro di me, doveva solo uscire. I temi che tratto nei miei libri sono principalmente il razzismo e l’intolleranza e c’è stato un evento in particolare che mi ha spinto a scrivere un romanzo: ho letto un articolo sul giornale per il quale lavoro che il primo maggio del 2007 la tradizionale parata che organizzavano i Socialdemocratici svedesi sarebbe stata organizzata da un partito che si chiama Sverigedemokraterna, un partito che affonda le proprie radici nel neo-nazismo.


La Svezia ha una tradizione thriller/crime molto importante. Una scuola, praticamente. Come si colloca il tuo romanzo all’interno del panorama letterario svedese?

Questa è una domanda ricorrente alla quale non so mai rispondere in modo esauriente. Noi scrittori svedesi di crime stories siamo piuttosto eterogenei e gli elementi in comune sono pochi. Due degli elementi che possono essere considerati ricorrenti sono: l’amore per la natura e la solitudine. Infatti si dice che gli svedesi siano un popolo solitario.


Perché in Svezia si scrivono e si leggono molti thriller?

All’estero la ragione del successo degli scrittori svedesi tra i lettori americani, francesi, italiani che leggono molti thriller, può essere ricondotta all’immaginario che si ha sulla Svezia: un paese efficiente, un po’ noioso, con poche persone, tra l’altro piene di sé. Quando gli scrittori di gialli danno un’immagine diversa, violenta, della Svezia, il lettore estero può pensare: “Allora anche loro hanno dei problemi”, e questo li attrae. Ma questa è solo una mia teoria.


Il bambino della città ghiacciata è ambientato a Tomelilla, una piccola cittadina di provincia. Perché questa scelta?

Prima di tutto perché ci sono cresciuto. Poi perché le piccole città svedesi, queste piccole realtà di campagna, con fabbriche dismesse, negozi abbandonati, edifici in decadenza sono ideali per l’ambientazione di un thriller. Sono paesi in cui vige il sospetto verso qualsiasi cosa non riesca a capire, come la crisi finanziaria, l’immigrazione e la multiculturalità. Per questo rappresentano terreno fertile per partiti politici razzisti e populisti che fanno leva sull’ignoranza della gente.


Nel romanzo affronti temi come il razzismo e la diversità. Lo sguardo verso questi temi deriva dalla tua carriera di giornalista?

In realtà no. Io sono interessato al fenomeno in sé. Non bisogna esagerare nel pensare che la Svezia sia una realtà totalmente razzista. Tantomeno, ad esempio, la Germania o l’Italia. D’altra parte il razzismo è un fenomeno verso il quale dobbiamo restare vigili, in Svezia come in Francia o in Italia.


Ti sei ispirato ad eventi reali per la stesura del romanzo?

In linea di massima ciò che ho ripreso fedelmente dalla realtà è l’ambientazione e la mentalità della popolazione. Ci sono eventi che racconto che hanno un forte riscontro nella realtà. Uno di questi riguarda Sven, l’amico di Konrad che sogna di andare sulla Luna. Quando ero piccolo a Tomelilla avevo un amico il cui unico sogno era quello di volare.


Quali scrittori ti hanno influenzato?

Leggo moltissimo. Tra gli autori italiani mi son piaciuti molto Niccolò Ammaniti, Umberto Eco ed Elsa Morante. Poi una serie di scrittori svedesi che non ti dico perché hanno nomi per te impronunciabili.


La trilogia di Stieg Larsson ha venduto milioni di copie. Come vedete voi scrittori svedesi questo fenomeno?

Stieg Larsson non ha potuto godersi né la fama né i soldi e questo mi dispiace. Lui è davvero un mostro sacro.

Il bambino della città ghiacciata


Olle Lönnaeus
Traduzione di Kerstin Östgren, Martina Cocco, Mattias Cocco
Newton & Compton
2010

Sono passati tanti anni da quando Konrad Jonsson ha lasciato Tomelilla, una piccola città della Svezia meridionale. Konrad è un giornalista in crisi dopo essere scampato miracolosamente ad un rapimento in cui un suo amico ha perso la vita. Ora è costretto a tornare nella cittadina nella quale ha trascorso l’infanzia perché Herman e Signe, i suoi genitori adottivi, sono stati assassinati con un colpo di Luger alla nuca e lui è tra i principali sospettati. Ma tornare a Tomelilla vuol dire per Konrad fare i conti con il suo passato. Rivede l’odiato fratellastro Klas e il suo unico amico, l’eccentrico Sven. Ma soprattutto torna a galla l’evento che ha cambiato radicalmente la sua vita: la scomparsa di sua madre Agnes, una donna sola e discriminata da tutto il paese perché polacca. Le sue indagini lo portano a scoprire un segreto che è custodito a Tomelilla, mentre nel frattempo vengono uccisi due ragazzi stranieri che tentavano di intrufolarsi in casa di un vecchio razzista. Solo recuperando i pezzi del passato Konrad può ricostruire il puzzle del presente…
La Svezia ha sfornato da qualche anno a questa parte dei romanzi di genere che l’hanno portata ad essere considerata la culla dei migliori scrittori contemporanei di crime stories: l’esordio letterario di Olle Lönnaeus conferma questa tendenza. L’autore è un noto giornalista investigativo che con i suoi reportage sui paesi del Medioriente ha vinto numerosi premi. Il bambino della città ghiacciata fa parte di quella schiera di romanzi che avvolgono completamente il lettore e lo costringono a provare emozioni forti, viscerali. Siamo abituati a pensare alla Svezia come un paese in cui tutto va bene, un paradiso di tolleranza e ricchezza. Ma non è così. Lönnaeus ci racconta con gli occhi di chi ci vive la realtà di una piccola cittadina di provincia nella quale essere straniero è una colpa. “Sporco polacco” veniva chiamato Konrad durante la sua adolescenza. “Puttana polacca” la madre, la cui sparizione rappresenta il fulcro dell’intera narrazione, narrazione che l’autore costruisce con uno stile equilibrato, accompagnando per mano il lettore verso l’abisso della verità, per poi lasciarlo da solo alle sue riflessioni. Come definire Il bambino della città ghiacciata? Un giallo? Un thriller? Mai come questa volta le etichette stanno strette e l’unica risposta possibile è che Olle Lönnaeus ha scritto un ottimo romanzo che ci permette di addentrarci nei meandri di una cultura tanto lontana dalla nostra, abituati come siamo alle classiche sparatorie all’ombra dello skyline di Manhattan.