30 novembre 2010
Corpi da reato
James Ellroy
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani
2000
5 giugno 1998: da una base d’asta di 150 mila dollari vengono battute le quattordici lettere d’amore che Lana Turner mandava al gangster Johnny Stomponato tra l’ottobre del 1957 e il marzo 1958. Il 4 aprile dello stesso anno la relazione viene troncata dalla figlia della donna, la quattordicenne Cheryl Crane, la quale accoltella Stomponato per difendere la madre dalle sue violenze... Domenica 2 gennaio 1994. A Los Angeles vengono trovati i cadaveri di Ronald Godman e Nicole Brown Simpson, ex moglie di O. J. Simpson, giocatore di football ed attore di Hollywood. Per cinque anni O. J. Aveva sistematicamente picchiato la moglie. Si apre, così, uno dei processi che raggiungerà un’altissima risonanza e livello mediatico… Giugno 1958, il cadavere di una donna viene ritrovato seminudo, abbandonato in un vicolo di Los Angeles, tra i cespugli accanto al campo di atletica di un liceo di El Monte, in periferia. La vittima è Geneva Hilliker Ellroy, di 43 anni. È stata strangolata e il suo assassino non verrà mai trovato. Nel 1938, a 23 anni, Geneva aveva vinto un concorso di bellezza e nel 1940, già divorziata, si era innamorata di Armand Ellroy. La Morte di Geneva avviene undici anni dopo un omicidio efferato che si consuma a Los Angeles, quello di Elizabeth Short, la Dalia Nera…
Queste vicende ed altre sette, compongono il collage di Corpi da reato, raccolta di racconti ed articoli pubblicati su “GQ” dal 1993 al 1999, divisa in due nuclei narrativi. Nella prima parte Ellroy analizza la realtà corrotta di Los Angeles, novella Sodoma, con un particolare occhio di riguardo nei confronti del mondo del giornalismo d’assalto e della violenza quotidiana che inghiotte i suoi abitanti come un vortice implacabile. L. A. la “giungla glamour” in cui “arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, la culla dei sogni sbagliati e dei fallimenti personali, la città dei delitti irrisolti, come quello di Elizabeth Short, la Dalia Nera, ritrovata brutalmente assassinata e fatta a pezzi a Leimert Park o di Geneva Hillier Ellroy, la madre dello scrittore - che all’epoca aveva appena dieci anni. Proprio il tema materno è al centro della seconda parte della raccolta, in cui Ellroy affronta la storia del suo dolore, che si acutizzava ogni qualvolta che la Città degli Angeli restituiva un cadavere di una donna; racconti in cui è difficile capire cosa è frutto della cronaca e cosa è stato partorito dalla geniale mente dell’autore, il quale nel racconto dedicato alla madre, “L’assassinio di mia madre”, visiona il dossier dell’omicidio con tutti i verbali, gli interrogatori e le agghiaccianti foto del delitto. Una morte che, per dirla con le parole di Ellroy, “corruppe e ingagliardì la mia immaginazione. Mi liberò e al contempo mi imprigionò. Si appaltò il mio curriculum mentale. Mi laureai in omicidio con specializzazione in donne vivisezionate. Crebbi e scrissi romanzi sul mondo maschile che sanciva le loro morti”. Romanzi su cadaveri, o corpi… da reato.
29 novembre 2010
La sequenza mirabile
Giulio Leoni
Mondadori
2010
Roma. Alla porta di uno scrittore di gialli si presentano due strani personaggi: Ermete Cimbro e sua figlia Amaranta. Vogliono che lo scrittore, Giulio Leoni, cerchi un testo risalente ai primi anni del Novecento. Un libro scritto dal matematico Gerolamo Martini che contiene il segreto per sbancare i casinò ingannando la roulette: la Sequenza Mirabile. Il testo sarebbe passato dalle mani dei Nani, cinque fratelli acrobati morti in circostanze misteriose a quelle di Aristotele Cimbro, antenato di Ermete, improvvisamente diventato ricco e in seguito assassinato – apparentemente – per rapina. Sembra un’impresa folle, il delirio di due pazzi assetati di ricchezza, ma lo scrittore, il cui nuovo romanzo vive un momento di stallo, ha tempo per fare qualche ricerca e in fondo qualche soldo in più non ha mai fatto mai male a nessuno. Giulio inizia le sue indagini, che lo trascinano in una storia in cui conosce personaggi assurdi e che affonda le sue radici nel 1920, all’impresa di Fiume e a Gabriele d’Annunzio; pare, infatti, che anche il Poeta abbia avuto tra le mani la Sequenza e abbia tentato un colpo di mano al casinò di Zara. Intanto tutti coloro che ruotano intorno alla Sequenza Mirabile iniziano a morire…
Se non ci fosse scritto nel colophon di apertura che i fatti narrati ne La sequenza mirabile sono frutto di fantasia, saremmo indotti a pensare di trovarci davanti ad un romanzo autobiografico, perché il protagonista della vicenda è lo stesso Giulio Leoni che narra le sue peripezie in prima persona. Come in un Cluedo di carta il lettore viene chiamato a scoprire la chiave per scardinare un intrigo ben congeniato, mandando a farsi benedire la figura dello scrittore onnisciente. Se in E trentuno con la morte Leoni, quello vero, aveva descritto le imprese di Fiume, qui “la città libera” diventa crocevia di un segreto che dura novant’anni e uccide chiunque tenti di addentrarsi in esso. Almeno così pare e spetta proprio al Leoni di fantasia sbrogliare un bandolo della matassa che lo porterà davanti ad alchimisti pazzi, esperti di statistica, antiquari, nani da circo, ex arditi, marinai della Regia Marina e, ovviamente, la storia del Comandante, Gabriele d’Annunzio, figura poetica ed eroica di inizio Novecento, con la sua visione vitalistica e ‘panica’ dell’esistenza. Per questo è sempre un piacere immergersi nella lettura di un libro di Leoni, per la sua capacità di mescolare presente e passato, facendo respirare aria d’altri tempi e facendo rivivere personaggi della storia visti in chiave personalissima – come accade nella saga dedicata ad un Dante Alighieri calato nelle vesti di detective – con uno stile, ricercato nel lessico e allo stesso tempo condito da una forte componente ironica, che rende “mirabili” queste pagine.
I vampiri di Ciudad Juarez
Clanash Farjeon
Traduzione di Chiara Vatteroni
Gargoyle Books
2010
Città del Messico. 16 marzo 1997. In una clinica muore, a causa di un intervento di liposuzione mal riuscito, Florio Bastida Morales alias Amado Portillo Perez, capo indiscusso del narcotraffico di Ciudad Juarez, una piccola cittadina dello stato del Chihuahua, all’estremo nord del Messico. Juarez è tristemente famosa a causa di migliaia di omicidi di giovani donne trovate terribilmente mutilate, a partire dal 1993. Michael Davenport, giornalista inglese free lance, ha deciso di compiere un viaggio negli Stati Uniti per cercare del materiale per un documentario e sfuggire al freddo clima inglese che gli procura perenni malanni. Giunto a El Paso, Michael conosce Chuck Bowman, un ex agente della DEA – l’agenzia federale antidroga – a cui qualcuno ha ucciso un figlio sciogliendolo nell’acido, che propone a Michael di portarlo sul confine per fare alcune riprese ai frontalieri messicani. Durante le riprese accade un fatto straordinario: Michael riprende una tigre siberiana e subito dopo due loschi figuri gli rubano la telecamera e il passaporto. Michael ha passato il confine e ora si trova a Ciudad Juarez, la città delle donne assassinate, la città di Amado Portillo Perez – che in realtà non è morto – la città dei vampiri…
Era il lontano 1897 quando Bram Stoker scriveva il suo Dracula ispirato alla storia di Vlad III. Da allora il vampirismo ha assunto significati e connotati diversi fino a giungere a quello proposto da Stephenie Meyer, romantico e soprattutto facoltativo. I vampiri che propone Clanash Farjeon - anagramma dell’attore inglese Alan John Scarfe - non hanno paura del sole, non odiano l’aglio, non sono immortali né romantici. I protagonisti de I vampiri di Ciudad Juarez, primo romanzo di una trilogia, sono narcotrafficanti che impestano il Messico con la loro droga e la loro sete di sangue, sono “vampiri sociali”. Appare chiaro sin dall’inizio l’intento allegorico che lo scrittore inglese cela dietro una trama che dall’horror sfocia nel noir: la critica dei cartelli del narcotraffico sudamericano, vero e proprio punto focale dell’economia messicana, una nave d’oro che naviga in un mare di povertà. In questa situazione viene proiettato Michael Davenport, protagonista involontario dal classico humor inglese, che nella vicenda scopre l’orrore e lo attraversa, fino a quando s’imbatte nei veri vampiri che infestano il globo: i potenti e la loro brama di potere. In questo caso mafia russa e narcotrafficanti. Due nomi che potrebbero essere sostituiti da qualsiasi altra entità che ‘toglie il sangue’ alla gente. Proprio come i vampiri di Ciudad Juarez.
25 novembre 2010
Destination: Morgue
James Ellroy
Traduzione di Carlo Prosperi, Sergio Claudio Perroni
Bompiani
2003
Los Angeles. 1955. Armand Ellroy e Geneva Hilliker si separano e la donna si trasferisce con il figlio Lee Earl nel quartiere di El Monte. Armand è un erotomane che sostiene di aver lavorato per Rita Hayworth e averle fatto “assaggiare la sua bestia” di 40 centimetri. Geneva, infermiera professionale, fa da balia alle stelle di Hollywood alcolizzate. Dopo la separazione inizia per il piccolo Lee Earl la spola tra la casa della madre e quella del padre, fino a quando Geneva viene assassinata - nel giugno del 1958. Inizia per Lee Earl un periodo di dissolutezze, di abbandono della scuola e di pedinamenti alle ragazze ricche di Hancock Park e Kosher Kanyon West, di totale dedizione alle anfetamine prima, e ai tamponi di Benzedrex poi. Il T-Bird, le massacranti masturbazioni, l’ossessione per la madre e per Elizabeth Short, la Dalia Nera, il Nazismo, il vagabondaggio, la vita da caddie, le mutandine rubate alle ragazze, il carcere, le cliniche di recupero. Tutto ciò fino al 1977. A ventinove anni Lee Earl Ellroy ha imparato tutto ciò che c’era da imparare. Ha coltivato “il dono e la maledizione dell’ossessione” e alla fine ha vinto il dono. È tempo che il tossico, l’ubriaco, l’ossessionato, il delinquente, esca di scena, lasciando spazio a James Ellroy, lo scrittore…
Se all’inizio del Novecento scrittori come Svevo, Joyce, Tozzi, sostenevano la necessità di lasciare libero sfogo alla scrittura e farla fluire sulla pagina, sulla scia degli insegnamenti della psicanalisi di Freud, James Ellroy sembra attingere a piene mani da questo bacino nei saggi Destination: Morgue, in cui lo scrittore losangelino ripercorre lucidamente le fasi della sua vita, sempre sull’orlo del baratro, sempre in trincea in una guerra esistenziale che spesso lo ha visto perdere. Ellroy racconta esperienze che gli hanno dato occasione di imparare: “Ho cambiato la mia vita. Riconosco a Dio il merito della mia salvezza. Dell’aver ripudiato l’iniquità. Dell’aver perseguito la rettitudine. Dell’aver desiderato con tutte le forze scrivere libri. La letteratura è una vocazione profonda. Ne sono stato cosciente anche nel punto più basso della mia vergogna”, scrive Ellroy e lo fa con uno stile frenetico, nervoso, senza compromessi, estremamente paratattico, senza alcuna presenza di subordinate. Solo punti. Nessuna virgola nel suo flusso di coscienza, puro espressionismo della parola. Ellroy ci parla della sua vita di delinquente, di disperato, ma non solo. Nell’antologia trovano spazio anche alcuni racconti noir ambientati, neanche a dirlo, nella Los Angeles dei poliziotti corrotti e dei quintali di droga. Poi, riflessioni sul giornalismo scandalistico dagli anni Cinquanta ai Settanta, la descrizione del memorabile incontro di boxe tra Morales e Barrera, le elezioni del 2000 in cui si scontrarono Bush e Gore, fino ad arrivare al disperato tentativo di far luce sull’omicidio irrisolto di Stephanie Lynn Gormann. Irrisolto come quello della Dalia Nera e della madre Geneva. Perché, in fin dei conti, gli scritti di Ellroy, siano essi romanzi, saggi o racconti, si muovono sempre verso un solo destino, verso un’unica e imprescindibile destinazione: l’obitorio.
19 novembre 2010
La casa dei corpi sepolti

Elly Griffiths
Traduzione di Matteo Curtoni, Maura Parolini
Garzanti
2010
Norwich, regione del Norfolk. Inghilterra. Ruth Galloway è un’archeologa forense esperta nella datazione di ossa e spesso ha aiutato la polizia nelle indagini. La giovane donna è chiamata da un collega, Max Grey, per dare un’occhiata negli scavi di un’antica villa romana presso la quale sono state ritrovate delle piccole ossa umane: i resti di un bambino. Bisogna stabilire se queste ossa risalgano all’epoca romana – i Romani avevano la consuetudine di seppellire ossa di bambini nei pressi di un’abitazione come sacrificio a Giano, dio dei passaggi, degli inizi e delle fini, protettore delle porte domestiche – o se si tratti di un omicidio compiuto in epoca recente. Per questo sul posto è stato chiamato anche Harry Nelson, ispettore capo della Omicidi. Nel frattempo altre ossa appartenenti ad un altro bambino vengono rinvenute durante l’abbattimento di un orfanotrofio vittoriano. Le indagini di Nelson lo portano davanti ad una verità risalente a quarantadue anni prima, quando dall’orfanotrofio scomparvero due bambini, Martin ed Elizabeth Black, mai più ritrovati. Appartengono a loro quelle ossa? Sta a Nelson scoprirlo ma qualcuno sta cercando si spaventare Ruth Galloway la quale, oltre a se stessa, deve difendere anche il bambino che adesso porta in grembo…
Elly Griffiths - pseudonimo che la scrittrice londinese Domenica De Rosa ha preso in prestito da sua nonna, ritenendolo più adatto ad una scrittrice di gialli - torna con un romanzo che, dopo Il sentiero dei bambini dimenticati, propone nuovamente come leit motiv la morte violenta di bambini. La scrittrice ha rivelato che le storie che racconta sono ispirate dal marito, che ha abbandonato un lavoro in ufficio per darsi all’archeologia e dalla zia, vera e propria fonte di miti e leggende del Norfolk. La casa dei corpi sepolti parte in sordina e, come un buon motore diesel, ha bisogno di un po’ di pagine prima di carburare. I primi capitoli scorrono lenti e il ritmo di lettura ne risente, anche a causa dell’infinità di parentesi che la scrittrice inserisce tra un periodo e l’altro. Sull’altro piatto della bilancia si pone una trama che si nutre di mitologia romana e celtica e alcune descrizioni paesaggistiche delle paludi del Norfolk - un luogo che sembra essere un incrocio tra cielo e terra - che rappresentano una piacevole parentesi di un romanzo che esplode solo nelle ultime pagine, nelle quali il ritmo sale febbrilmente, fino al finale che però un attento e navigato lettore di gialli non mancherà di intuire in anticipo.
08 novembre 2010
Anharra - Il santuario delle tenebre

J.P. Rylan/ Giulio Leoni
Mondadori
2007
“Ad Anharra cominciò la follia, qui la follia conoscerà il suo termine. Là i vivi si aggirano tra le tombe, i morti devastano la terra. Cosa cercano i morti tra le tue fontane prosciugate? Quali segreti trafugano i vivi dalle tue rovine?”. Le “Tavole” custodite nella Sala Negata della Biblioteca di Menthor, andata per sempre perduta a causa di un rogo terribile, parlano chiaro: da Anharra si scateneranno le forze delle Tenebre e per tutti sarà la fine. Vargo, eroe dal passato oscuro e dal destino segnato, Amnor, medico ed astronomo di Menthor, Shanda e Khaima, appartenenti al Cerchio delle Sgualdrine, sono riusciti a raggiungere Anharra dopo un viaggio pieno di ostacoli. Nella città hanno assistito al risveglio di Vemerin e allo scatenarsi dell’esercito delle Tenebre, composto da uomini e demoni. Dopo essersi sbarazzati dell’esercito della Guardia, Vemerin e le Tenebre sono diretti verso Menthor per cancellare dalla faccia della Terra l’intera umanità. Miracolosamente Vargo e i suoi compagni, ai quali si è aggiunto il sergente Kon, unico superstite della Guardia, riescono a fuggire dalla città maledetta e a portar con loro un sarcofago di cristallo in cui giace, in un sonno a metà strada tra la vita e la morte, Athramala, la figlia di Vemerin, sulla quale è tatuato il rito del Trentesimo Canto, l’unico che può rigettare Vemerin nel sonno eterno. Ma affinché ciò avvenga c’è bisogno del Popolo Ribelle, l’unico che trenta secoli prima sia riuscito a ribellarsi al Re folle…
Si entra nel vivo di Anharra, ciclo fantasy di J.P. Rylan, pseudonimo dello scrittore italiano Giulio Leoni, che qui presenta il secondo capitolo della serie: Il santuario delle tenebre. Siamo all’alba della fine dell’umanità, un’apocalisse oscura, illuminata solo dalla luce di Nester, la stella che dopo trenta secoli è tornata a brillare per annunciare il ritorno di Vemerin, colui che vuole spazzare via il genere umano, colui che non vuole che si compia il destino di un uomo che «avrebbe ucciso suo padre senza riconoscerlo, gli avrebbe strappato il regno e senza riconoscerla avrebbe preso sua madre sul letto di nozze». Colui che non vuole che un marinaio costruisca un cavallo di legno sulle spiagge di una città nemica per poi bruciarla. Edipo e Ulisse, simboli umani, miti che Vemerin vuole distruggere per gettare sulla Terra gli artigli delle tenebre, miti che J.P. Rylan/ Giulio Leoni pone a testimonianza del genere umano destinato a perire. Tutto ciò sarebbe stato perfetto se alle porte di Menthor lo scrittore avesse disegnato una battaglia epica, lo scontro definitivo tra il Bene e il Male, invece si assiste ed una vera e propria guerriglia senza ordine, in cui tutti pensano a salvare se stessi. Tutti tranne Vargo, ovviamente, il quale, novello Enea, può fuggire lontano da Anharra, da Vemerin, dalle Tenebre e da una Menthor/ Troia in fiamme e raggiungere una nuova terra oltre il Vuoto. Una terra «sull’altra riva del grande oceano che sbarra la strada al regno dei morti. Fertile, ricca di acque e di pianure, dove mandrie di grandi tori corrono libere. Le sue coste sono ricche di pesci; le sue montagne daranno la pietra e i suoi boschi immensi il legno per costruire nuove città; e le sue caverne il ferro per le nuove spade ». Una terra che Vargo chiamerà Europa…
03 novembre 2010
Il corpo del reato

Jefferson Bass
Traduzione di Mara Dompè
Nord
2010
È tempo di riprendere in mano la propria vita per Bill Brockton, antropologo forense fondatore della Fabbrica dei Corpi, un laboratorio a cielo aperto dove si studia la decomposizione dei cadaveri. Jess Carter è morta, e Bill è chiamato a testimoniare contro il suo assassino Garland Hamilton, ex medico legale, il quale ha tentato di far ricadere la colpa sull’antropologo prima, e cercato di ucciderlo poi. È un’estate torrida a Knoxville, nel Tennessee. Qualche giorno prima una donna, Mary Latham, è stata trovata completamente carbonizzata all’interno della sua auto e i principali sospetti sono rivolti verso il marito Stuart, il quale, però, ha un alibi di ferro: al momento dell’incendio si trovava a Las Vegas. Come se non bastasse l’avvocato Burt de Vriess, l’uomo che ha difeso Bill quando era sospettato dell’omicidio di Jess, chiede aiuto all’antropologo quando gli vengono restituiti i “cremains” – le ceneri dopo la cremazione – della zia. Tutto normale se non fosse che nell’urna c’è di tutto tranne che resti umani. Bill è chiamato, quindi, a scoprire cosa si nasconde dietro il giro delle cremazioni e dimostrare che Stuart Latham è colpevole dell’omicidio della moglie. Intanto Garland Hamilton riesce ad evadere dal penitenziario in cui era rinchiuso…
C’è molta carne al fuoco ne Il corpo del reato, terzo appuntamento della serie Body Farm di Jefferson Bass, pseudonimo che rivela le sapienti doti narrative di Bill Bass e Jon Jefferson. Il protagonista della serie, Bill Brockton, uomo di scienza dal marcato spirito euristico, questa volta deve volgere le proprie forze, intellettuali e non, su tre fronti: risolvere l’indagine sul ritrovamento del cadavere carbonizzato di Mary Latham, salvarsi dalla vendetta di Garland Hamilton, l’ex medico legale assassino di Anatomia di un delitto e trovare il bandolo della matassa in un caso di finte cremazioni, portandolo alla scoperta di centinaia di cadaveri in avanzato stato di decomposizione ammassati nei boschi vicini ad una società di pompe funebri, fatto realmente accaduto nel 2002 quando 331 cadaveri venero trovati ammassati o parzialmente sepolti nel crematorio di Noble, in Georgia. Anche questa volta Bill potrà fare affidamento su Art Bohanan, personaggio realmente esistente, Miranda Lovelady e Burt de Vriess, ormai passato dalla parte dei “buoni” dopo la brillantissima prova nel processo contro Bill. Sempre costanti, quindi, sono i richiami ai lavori precedenti, anche se i fatti a cui si fa riferimento vengono sempre spiegati; ma per apprezzare realmente l’universo di Bill Brockton e della Fabbrica dei corpi – che questa volta resta un po’ in secondo piano – bisogna necessariamente leggere i libri in serie. Solo in questo modo si potrà gustare a fondo la suspence, respirare la paura e il puzzo di decomposizione che permea queste pagine, completate dall’ormai consueto schema del corpo umano in appendice. Il corpo del reato chiude la serie Body Farm? Speriamo vivamente di no!
Anharra - Il trono della follia

J.P. Rylan/ Giulio Leoni
Mondadori
2006
“Non fu sempre così la forma della Terra. Più volte il sole mutò il suo oriente, e gli astri il loro corso. Fiumi e laghi sorsero e si inaridirono dove oggi regna il deserto, montagne si innalzarono dalle pianure. E generazioni di popoli abitarono le terre che oggi sono il regno di ghiacci. Città furono erette e sparirono, con i loro splendori e infamie. Tutto questo è già accaduto. Tutto questo accadrà di nuovo. Ma niente si vide mai simile alla città di Anharra e al Re che la eresse nella sua follia, Vemerin il Terribile”. Questo recitano le “Tavole”, custodite nella Sala Negata della Biblioteca di Menthor, andata perduta in un tremendo rogo. Ma l’ultimo ad averle lette è stato Amnor, sciamano, astronomo e medico imperiale, che in una locanda di Hirush, città posta al confine del Vuoto, incontra Vargo, grande guerriero dal passato oscuro. Amnor gli mostra una mappa segnata su una strana pergamena fatta di pelle umana. L’esercito imperiale sta organizzando una spedizione nel Vuoto e il vecchio propone al guerriero di farsi assoldare e trovare l’uomo sulla pelle del quale è scolpita la seconda metà della mappa. Il viaggio ha inizio e ai due viandanti si uniscono Shanda e Kahima, due donne bellissime, che si sono allontanate dal Cerchio delle Sgualdrine. Un viaggio difficile ed irto di ostacoli, verso una città fondata trenta secoli prima da un sovrano, Vemerin, che ha stretto un patto con le Tenebre ed è caduto nella follia. Una città che nasconde tesori immensi. Una città in cui vivi e morti s’incontrano: Anharra…
Nel luglio del 2009 si tenne a Roma un incontro sulla fantascienza italiana durante il quale Giulio Leoni, autore di gialli storici noto soprattutto per la serie che vede protagonista Dante Alighieri nei panni di detective, ruppe gli indugi e rivelò di pubblicare anche sotto lo pseudonimo di J. P. Rylan. Benvenuti ad Anharra, quindi, città maledetta, in direzione della quale si volge una compagnia assortita dai vaghi richiami alla Compagnia dell’anello di J. R. R. Tolkien. Ma se ne Il Signore degli anelli tutti si muovevano compatti nel perseguire uno scopo comune, qui le cose cambiano. Vargo, eroe tormentato dai ricordi, vuole conoscere la verità ed è mosso dal destino ineluttabile che egli porta segnato sulla sua fronte: il marchio dell’impero; Shanda e Kahima, appartenenti al Cerchio delle Sgualdrine, cercano ad Anharra ciò che da secoli ha spinto migliaia di avventurieri a volgere lo sguardo verso l’ignoto: la brama di ricchezza; Amnor, vero e proprio coprotagonista che rovescia la figura del mago saggio dalla lunga barba bianca à la Gandalf, rappresenta un punto di rottura all’interno del plot: imprevedibile, sempre sul confine tra bene e male, non indugia nel gettare un bambino in un pozzo davanti ad una madre cieca e morente. Il viaggio, dunque. Un topos della letteratura fantasy che qui J. P. Rylan/Giulio Leoni condisce con mille imprevisti dalle oscure tinte horror e con la scoperta di diabolici marchingegni che caratterizzano del resto anche il ciclo di Dante Alighieri (come non ricordare la macchina di Federico II ne I delitti della luce?). Il trono della follia è, in definitiva, un romanzo che percorre campi già battuti da mostri sacri del genere, quindi la trama non offre molti spunti di novità rispetto al canone, ma immergendosi nella lettura si viene piacevolmente colpiti da uno stile asciutto e dalle non eccessive descrizioni paesaggistiche, vero e proprio neo di “romanzoni” che, tra draghi e viaggi interminabili, sfiorano molto spesso le mille pagine.
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