31 marzo 2010

James Joyce


"Adagio, umilmente, esprimere, tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch'essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione dell'anima, un'immagine di bellezza che siamo giunti a comprendere: questa è l'arte".


James Augustine Aloysius Joyce nasce a Rathgar, un sobborgo di Dublino, il 2 febbraio del 1882, data che ricorre in modo quasi ossessivo nella sua vita di artista: tutte le sue opere vengono pubblicate il giorno del suo compleanno. Primo di dieci fratelli, cinque dei quali muoiono durante l’infanzia, Joyce cresce in una famiglia profondamente cattolica. Compie i primi studi al Clongowes Wood College e al Belvedere College, entrambi istituti gesuiti. Successivamente si iscrive all’università di Dublino, dove si laurea in Lingue moderne. Ma già in questo periodo inizia a manifestarsi quel senso di oppressione e il relativo moto di ribellione dettati dalla soffocante presenza della Chiesa e della Corona Britannica nella vita sociale della sua città. La ribellione, soprattutto nei confronti della religione, lo porta a rifiutare di inginocchiarsi e pregare al capezzale della madre morente. A Dublino avviene l’incontro che cambia la sua vita: quello con Dora Barnacle, una cameriera dell’ovest dell’Irlanda che diventerà la sua compagna per tutta la vita. I due decidono di fuggire dall’isola e lo scrittore si addentra in quella condizione di esule volontario che sarà il filo conduttore della sua vicenda umana ed artistica. Da Dublino a Zurigo, poi a Trieste, Pola e ancora Trieste, dove lo scrittore inizia a trovare un po’ di pace e dove nasce il suo primogenito Giorgio. Intanto lavora alle sue liriche, che confluiranno nella raccolta Chamber Music, ad alcuni racconti - o meglio, epicleti - con i quali vuole descrivere la paralisi dell’Irlanda, e al pentateuco icarico che rappresenta il manifesto estetico della sua giovinezza: il Dedalus. A Trieste nasce la sua secondogenita Lucia, la quale col passare degli anni inizia a soffrire di schizofrenia, fino alla totale pazzia. A Trieste collabora al “Piccolo della sera”, attività che alterna a quella di insegnante e soprattutto a quella di scrittore e conosce Ettore Schmitz, Italo Svevo, al quale impartisce lezioni di Inglese. Ma Trieste è ormai diventata una città che gli sta stretta e soprattutto lo scoppio della Grande Guerra lo vede costretto a rifugiarsi a Zurigo, in quanto cittadino britannico in una città dell’Impero Austro-Ungarico. Ma anche Zurigo si rivela una città culturalmente arida e quindi Joyce si trasferisce a Parigi, capitale della cultura europea di inizio Novecento. A Parigi porta a termine la stesura dell’opera “trinitaria” che sconvolge completamente le strutture del romanzo: Ulisse, pubblicato il giorno del suo quarantesimo compleanno. Ormai Joyce è uno scrittore affermato, di fama mondiale; le sue opere vengono conosciute e pubblicate oltreoceano dall’editore Huebsch. La sua condizione di esule continua anche all’interno della stessa Parigi: Joyce cambia continuamente indirizzo. La sua carriera sembra ormai giunta al culmine, anche perché un glaucoma ha reso lo scrittore irlandese quasi cieco. Ma nel 1923, dopo un anno di totale inoperosità, Joyce scrive una lettera alla sua mecenate, Miss Harriet Shaw, dicendole di aver iniziato un nuovo lavoro: quel work in progress che verrà pubblicato nel 1939 (nel giorno del suo cinquantasettesimo compleanno) col titolo di Finnegans Wake. La parabola del “Dio- creatore di linguaggi” può ritenersi conclusa. James Joyce viene ricoverato per un’ulcera perforata all’ospedale di Zurigo, dove aveva passato gli ultimi anni per stare vicino alla figlia internata in una clinica svizzera. Si spegne alle 2.15 del 13 gennaio 1941. Due giorni dopo, sotto la neve, sono presenti al funerale Nora, Giorgio, Stephen, figlio di Giorgio e pochi amici. Lucia, informata qualche giorno dopo della sepoltura del padre, risponde indignata: «Che cosa ci sta a fare sotto terra, quell’idiota? Quando si deciderà a uscire? Ci spia tutto il tempo».

30 marzo 2010

I neri agenti della notte


Peter Tremayne
Hobby & Work
2009

Nel 1033 Macbeth indaga sull’omicidio avvenuto nel suo castello: un uomo è stato trovato accoltellato nel suo letto; nel 1613 il Bargello della ronda sul Bankside, Mastro Hardy Drew, è alle prese con il ritrovamento del cadavere di Tom Hawkins, un attore del Globe Theatre, in cui è di scena l’Enrico VIII di Shakespeare; nel 1601 al Globe Theatre è invece in programmazione Tutto è bene quel che finisce bene, sempre di Shakespeare. Il giovane Bargello Hardy Drew indaga su due omicidi che ruotano intorno alla commedia; in una locanda di Londra un uomo è in fin di vita, accoltellato. Quando Mastro Drew giunge sul posto, il giovane morente cita un verso dell’Enrico V di Shakespeare: “Il gioco è cominciato!”; agli inizi del XIX secolo su una nave inglese, dopo uno scontro con una nave francese, viene trovato tra i caduti il tenente Jardine. Sembrerebbe una cosa normale, ma pare invece che Jardine sia stato assassinato da qualcuno dell’equipaggio; Charles Dickens è in una locanda con il genero Charles Collins, quando nel Tamigi viene trovato il cadavere di un avvocato. L’intuito dello scrittore aiuterà la polizia nelle indagini; Sherlock Holmes fa il suo esordio nel mondo dell’investigazione con un singolare caso al Kildare Street Club; le indagini di Sherlock Holmes risolvono un caso in cui pare vi sia la presenza di uno spettro; a Sennen Cove alcune navi avvistano un’enorme sirena sulla scogliera, ma l'intuito di Sherlock Holmes svelerà l’arcano; Sherlock Holmes risolve un caso di omicidio riconducibile al nazionalismo irlandese; nei giorni nostri un uomo viene assassinato nel bagno di un aereo a diecimila metri di quota. La porta del bagno è chiusa dall’interno; nell’abazia di Durrow sorella Fidelma è alle prese con un apparente spirito vendicativo che ha posseduto una monaca…
Peter Berresford Ellis, alias Peter Tremayne, è uno scrittore britannico noto soprattutto per la serie di gialli storici che vedono protagonista sorella Fidelma. Autore di circa ottanta libri, nel 1974 ha pubblicato The Cornish Language and its Literature, un saggio di storia del linguaggio della Cornovaglia che è ritenuto ancora oggi il più autorevole in materia. I neri agenti della notte è un’antologia di racconti gialli legati insieme da un comune denominatore: l’ambientazione anglo-irlandese. Protagonisti delle storie sono quindi personaggi che appartengono alla letteratura britannica: da Macbeth allo scrittore Charles Dickens, da Shakespeare (che appare nei racconti di Mastro Drew) al capostipite degli investigatori in letteratura, Sherlock Holmes. Proprio i racconti che vedono protagonista il personaggio di sir Arthur Conan Doyle risultano i più divertenti, soprattutto grazie alla caratterizzazione del personaggio Holmes, col suo intuito eccezionale e l’aria stralunata, che riesce ad irritare chiunque gli sia vicino. Le ambientazioni denotano la volontà dell’autore di inserire i propri personaggi all’interno di realtà precise e ben connotate: dalla Londra medioevale alla Londra cupa e multietnica del Seicento, preda degli effluvi del Tamigi, quasi un cimitero a cielo aperto che ogni tanto restituisce un cadavere. Una lettura piacevole per gli amanti del giallo classico-storico, con poca azione ma molta deduzione, in cui Tremayne cerca dimostrare di saper scrivere altro rispetto ai romanzi di sorella Fidelma: ma si sa, quando uno scrittore è legato ad un personaggio, difficilmente il lettore riesce a separarli. Un po’ come è successo proprio per Arthur Conan Doyle, costretto a 'uccidere' Sherlock Holmes per far conoscere al pubblico i suoi romanzi storici. Qualcuno li ricorda, però?

19 marzo 2010

L'uomo della pianura


Paolo Roversi
Mursia
2009

Negli anni Settanta un ragazzo viene rinchiuso a San Vittore con l’accusa di aver ucciso una donna. Il ragazzo è innocente, ma all’interno del carcere impara a farsi rispettare, diventando un killer spietato. Il suo soprannome è Hurricane, da una canzone di Bob Dylan che parla di un pugile, Rubin “Hurricane” Carter, ingiustamente accusato di omicidio. Quando esce dal carcere per mancanza di prove, Hurricane inizia la sua carriera di criminale tra rapine, sequestri e omicidi, tutti firmati incidendo sul corpo della vittima una “H”. Ma Hurricane pesta i piedi a troppe persone ed è costretto a far perdere le sue tracce… Ai giorni nostri un apparente omicidio a sfondo passionale porta Enrico Radeschi a Capo Ponte Emilia, un paesino della Bassa Padana. Enrico è un giornalista di cronaca nera e un hacker che vive a Milano e si muove su una Vespa del ’74, il Giallone. Nella Bassa Padana ci è nato e lì risiedono tutti i suoi affetti. Quando il caso sembra essere chiuso, viene ritrovata un’auto abbandonata. Enrico aiuta i Carabinieri nelle indagini e sembra che la torbida vicenda affondi le radici nei lontani anni Settanta…
L’uomo della pianura è il quarto romanzo di Paolo Roversi che vede protagonista Enrico Radeschi. Questa volta il giornalista torna alle sue origini, ai suoi affetti, e sarà alle prese con un caso davvero scottante che metterà a rischio la sua stessa vita. Il plot è costruito secondo un’alternanza di brani che sembra richiamare la tecnica cinematografica del montaggio incrociato: il piano narrativo è diviso in due parti alle quali corrispondono due registri linguistici diversi. Da una parte il racconto di Hurricane, il quale ripercorre tutta la sua carriera in prima persona attraverso il discorso indiretto ed una serie di flashback; dall’altra vengono narrate le avventure di Radeschi tramite il discorso diretto ed un massiccio uso della satira. Nel raccontare la vita di provincia, Paolo Roversi disegna una serie di personaggi ai quali è difficile non affezionarsi: dall’ispettore Boskovic, alle prese con la disintossicazione dall’amaro Montenegro, al brigadiere Rizzitano, maestro della moka e uomo dalla battuta facile; dal Betassa, classico provinciale che puntualmente sbagli i proverbi, a Diego Fuster, collaboratore di Radeschi e dizionario umano di frasi fatte. Nelle gesta di Hurricane, invece, prevale l’elemento “nero” del romanzo. Sangue a fiumi, una Milano preda della malavita meneghina con un forte richiamo a Milano calibro 9 di Giorgio Scerbanenco e un climax di violenza dal quale il criminale non sembra poter uscire. Gli ingredienti che compongono L’uomo della pianura son davvero tanti e ben amalgamati dalla sapiente penna di Paolo Roversi, il quale, per l’ennesima volta, dimostra di poter meritare l’appellativo di golden boy del giallo italiano. Un noir molto realistico, pieno di richiami storici, che non mancherà certamente di appassionare il lettore e portarlo ad un finale amaro, inatteso…nero.

16 marzo 2010

Rivelazioni non autorizzate


Marco Pizzuti
Il punto d'incontro
2009

Il 24 giugno del 1717 è la data in cui, secondo gli storici, nasce la Massoneria. La dottrina esoterica massonica, in realtà, affonda le sue origini nella tradizione dei grandi maestri costruttori dell’Antico Egitto, mentre il 1717 rappresenta solo il momento in cui l’organizzazione ha trovato la sua ufficializzazione, uscendo allo scoperto. Il termine “Massoneria” veniva utilizzato originariamente per indicare le associazioni di tagliapietre medievali, che si riconoscevano in particolari corporazioni. I massoni avevano dei segni grazie ai quali si riconoscevano all’interno della società, come strette di mano particolari o parole-chiave e usavano incontrarsi nelle logge, posti segreti costruiti all’interno delle cattedrali, per sfuggire alle persecuzioni della Santa Inquisizione. Attraverso il cammino della storia la Massoneria si è infiltrata sempre più all’interno dei poteri forti della società, rendendosi protagonista, e a volte organizzatrice, delle più importanti rivoluzioni che hanno cambiato radicalmente la storia dell’uomo e delle stesse società: dalla guerra d’indipendenza americana al Risorgimento italiano, dalla Rivoluzione russa alle guerre mondiali, fino al tragico e famigerato 11 settembre 2001. L’intento della Massoneria sembra essere quello di creare un “nuovo ordine mondiale”, concentrando tutte le risorse del Globo nelle mani di una casta di cinici banchieri, mascherando il tutto sotto dietro le false scusanti della filantropia...
Ricordate la scena di “Matrix” in cui Morpheus offriva due pillole a Neo? La pillola blu era quella che non portava cambiamenti e avrebbe permesso a Neo di continuare tranquillamente la sua vita; la pillola rossa, invece, gli avrebbe consentito di conoscere realmente la realtà delle cose. Proprio questo tenta di fare Marco Pizzuti con Rivelazioni non autorizzate: il saggio inizia con l’analisi storica della Massoneria e la definizione dei suoi simboli, come quelli palesemente riassunti nella banconota da un dollaro, per poi analizzare tutti gli eventi in cui c’è stato lo zampino della società segreta, dimostrando che la massoneria è viva e vegeta anche nei giorni nostri. L’autore pone uno squarcio sulla storia raccontata attraverso le cosiddette “verità ufficiali” e lo fa non tramite una documentazione segreta, ma attraverso un’ampia bibliografia e webgrafia. Nell’affrontare questo saggio si è consapevoli di dovere rivedere le proprie convinzioni sul corso della storia, azzerare le conoscenze acquisite ed essere pronti a conoscere alcune verità davvero sconvolgenti. In fin dei conti- sembra dirci Pizzuti- basterebbe aprire un attimo gli occhi e scorgere i fili che da secoli muovono l’uomo-burattino nel grande teatrino della storia.

05 marzo 2010

Dizionario atipico del giallo 2010


Maurizio Testa, Alessandra Buccheri, Claudia Catalli
Cooper
2010

La polemica che ha investito durante l’estate del 2009 Giorgio Faletti, sospettato di avere alle spalle un ghost-writer straniero a causa dell’abbondante numero di anglicismi presenti nel suo ultimo romanzo; la progressiva e massiccia presenza di scrittrici di gialli e noir nel panorama italiano; la crescita dei giallisti italiani rispetto a quelli stranieri; la definizione dei vari sottogeneri del giallo, dal noir al thriller, dall’hard-boiled al giallo storico; l’approfondimento del fenomeno Wu Ming e della New Italian Epic; “Parnassus-L’uomo che voleva ingannare il diavolo”, l’ultimo film che ha visto protagonista Heath Ledger, tragicamente ucciso da un cocktail di farmaci; “Bastardi senza gloria”, il film in cui Quentin Tarantino fa morire in un attentato rocambolesco un patetico Adolf Hitler; La danza del Gabbiano di Camilleri, l’unico romanzo in cui compare l’indicazione dell’età di Montalbano; il ritorno di John Grisham al medical thriller con Il ricatto, dopo le non esaltanti prove dello scrittore statunitense nelle lande dei generi limitrofi; le serie americane che hanno spopolato in tutto il globo: da “C.S.I” a “Criminal Minds”, da “Dead Zone” a “Ghost Whisperer”...
Questi e molti altri sono i tasselli che compongono il mosaico del Dizionario atipico del Giallo 2010, giunto alla seconda edizione dopo il volume del 2009. Gli autori sono tutti esperti del genere giallo: Maurizio Testa è uno dei fondatori del gruppo romano RGF (Roma Giallo Factory), è il fondatore della prima rivista italiana sul giallo, “Il Falcone Maltese”, e del primo annuario sul genere, il "Noirbook"; Alessandra Buccheri ha collaborato con la rivista fondata da Testa e con varie riviste di genere; Claudia Catalli collabora da anni con varie testate di critica cinematografica. Dalla A alla Z viene passato in rassegna tutto ciò che è accaduto nel mondo del giallo durante il 2009, o meglio, tutto ciò che ha attirato l’attenzione dei curatori, perché il DAG non ha la pretesa di essere un vero e proprio dizionario, ma un libro da leggere dall’inizio alla fine. In questo consiste la sua atipicità, e non solo. Il DAG oltrepassa i confini del giallo ed esplora tutto ciò che si avvicina al genere, come l’horror o il fantasy, analizzando proprio quella contaminazione di generi alla quale si è assistito negli ultimi anni. I temi trattati sono di cinque tipi: dalla letteratura al cinema, dalla televisione all’home-video, per chiudere con il web, il tutto condito da una serie di interviste ad autori, attori e registi. Il libro si chiude con due sezioni finali: la prima è la classifica dei migliori cento gialli secondo Julian Simmons e H.R.F. Keating; la seconda passa in rassegna alcuni anniversari che ricorrono nel 2009/2010, come i duecento anni dalla nascita di Edgar Allan Poe o i vent’anni dalla morte di Georges Simmenon. Attraverso un punto di vista molto personale sia nelle scelte del materiale sia nei commenti – non vi è traccia di riverenza alcuna nei confronti di nessuno ma il solo punto di vista degli autori- il DAG rappresenta davvero un ottimo strumento per orientarsi nell’ormai immenso mondo del giallo e nelle strade parallele che esso percorre. Un progetto davvero originale e ben riuscito.

03 marzo 2010

Intervista a Luca Rinarelli



Luca, classe ’75, vive a Torino. In realtà ha iniziato a viverci da quando aveva vent’anni, dopo aver trascorso la sua infanzia tra le colline del Roero. Nel capoluogo piemontese si è laureato in Scienze Politiche e lavora come impiegato. È appassionato di Storia del Novecento, di cinema e, soprattutto, di fotografia. Da anni fa parte di un’associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e, intanto, ha fatto il suo esordio nel panorama letterario, riscuotendo una serie di ottimi consensi. Il suo sguardo è quello di chi giunge dalla provincia in una grande città e inizia ad osservare con occhi famelici; e dopo aver osservato, inizia a descrivere. Ciò che Luca fa attraverso la fotografia e attraverso la scrittura.

In perfetto orario è un romanzo noir contraddistinto da una dettagliata cura dell’immagine fotografica. Cosa rappresentano per te la scrittura e la fotografia?

La fotografia è stata una specie di scoperta, avvenuta grazie a un amico. In senso puramente meccanico, la macchina fotografica è stata il primo mezzo che mi ha spinto a tradurre quel che vedevo e sentivo in una forma comprensibile anche per altre persone. Parlo di fotografia nel senso novecentesco del termine, quindi non di digitale e Photoshop. E’ immediata, è un’immagine che sembra costringere gli altri a vedere quello che hai visto tu. Io scelgo cosa dirti e come dirtelo. Ovviamente non è così, perché coloro che guarderanno quella fotografia, lo faranno con i propri occhi. La scrittura è del tutto diversa per me. Mi permette di inventare una storia, delle vite, delle persone, anche dei luoghi. Non ci si limita a interpretare la realtà e a mostrarla da un certo punto di vista. Scrivendo si può davvero inventare. Certo si usano pezzi di realtà, ma si è del tutto liberi di montare, aggiungere, togliere, modificare. In perfetto orario è certamente molto “fotografico”, semplicemente perché il mio modo di scrivere riflette come percepisco ciò che mi circonda: modalità audio-video-tattile-olfattiva. Come il mio gatto...


Ci sono scrittori ai quali ti sei ispirato?

No, nessuno. Leggo, e vi sono alcuni scrittori che mi piacciono davvero tanto e che ammiro. Ma vengo ispirato dalla realtà che mi circonda, dai luoghi e dalle persone che vedo e che sento. Questa è la prima fonte di ispirazione. La seconda fonte di ispirazione è il cinema, più che la letteratura, proprio perché mi esprimo per immagini. In perfetto orario è stato ispirato da luoghi e persone reali, ma deriva anche dalle suggestioni e dalle emozioni che mi hanno dato due film: “Goodbye Lenin” e “Il nemico alle porte”. Il primo mi ha acceso una lampadina riguardo alla difficoltà di cambiare e riadattarsi ad un ambiente che muta. La storia di questa donna figlia della Germania Est, convinta che il sistema socialista possa essere migliorato, e che entra in coma prima del crollo del Muro e che si risveglia dopo, è davvero commovente. Il secondo film, ambientato durante la battaglia di Stalingrado, mi ha impressionato per il paesaggio. Le fabbriche distrutte nelle quali si inseguono i due cecchini erano incredibilmente simili a quelle di Torino in dismissione, che ho fotografato. Mi è venuto in mente di farle diventare una parte della location del romanzo.


Nel romanzo c’è un personaggio, Giovanni Scavino detto “Gian”, un ex fotoreporter caduto in disgrazia, che ha mollato tutto ed è diventato un “invisibile”, un clochard, una di quelle persone di cui ti occupi con la tua attività di volontariato. Con quanti “Gian” ti confronti ogni giorno?


Non so se riuscirei a svolgere questa attività tutti giorni, per lavoro. Certo coinvolge molto, emotivamente. Ci sono molte persone che finiscono in strada, per i motivi più diversi. Un divorzio, la perdita del lavoro e del reddito. Alcuni, usciti dal carcere, non riescono ad avere alternative ai piccoli espedienti e ai dormitori pubblici. Nell’attuale situazione economica, e con le regole attuali del mercato del lavoro, non ci vuole nulla a finire sulla strada. Questo mi ha sempre inquietato.


Tu descrivi una Torino povera, una Torino notturna e, a tratti, “maledetta”. Qual è il tuo pensiero sulla città in cui vivi?

Mi ha sempre affascinato. C’è una certa mitologia maledetta su Torino, è vero, ma credo che sia esagerata. Dal punto di vista del crimine, credo che rientri nella media delle altre città dell’Europa Occidentale. Ovviamente con la crisi dell’industria la città si è impoverita, e io forse pongo l’accento su questo aspetto proprio perché mi confronto spesso con persone che hanno difficoltà. E’ una città anche molto ricca, in alcuni suoi settori, e di sicuro è “inventiva”, creativa. Questo mi è sempre piaciuto. Il fatto che il torinese ormai abbia le origini culturali più diverse, come succede a Londra o Parigi, a me piace molto. Dal punto di vista estetico, continuo a pensare che sia una delle città italiane con il centro storico più bello e intrigante, per differenze e sovrapposizioni di stili, solo che invece di provare un senso di confusione, passeggiando si ha sempre l’impressione che qualcuno abbia deciso, con un disegno ben preciso, che il tutto dovesse essere così. Torino inoltre esprime perfettamente tutti i miei stati d’animo.


I tuoi personaggi si muovono in una dimensione di crisi. Economica, sociale, esistenziale. Qual è il messaggio che si cela nel tuo romanzo?

Gli uomini hanno paura dei cambiamenti. Spesso, anche quando si sta male, si continuano a ripercorrere sempre le stesse strade, perché si crede di non conoscerne altre. A me è capitato spesso. Non è vero, e lo sappiamo bene, ma la paura ci blocca e ci fa guardare indietro invece che avanti. Le crisi, anche le sofferenze, possono provocare delle reazioni, che a me ricordano quasi a quelle chimiche. E’ questo ad affascinarmi degli incontri casuali, che sono la continua chiave di volta di tutto il libro. Si incontrano due persone sole e senza speranza, e si cambiano la vita a vicenda.


Vista con gli occhi dello scrittore, come ti sembra la situazione editoriale italiana?

Non so dirti bene, ci sono appena capitato dentro. Grandi disparità di mezzi tra editori grandi e piccoli, moltissime pubblicazioni, il che ti dà maggiori possibilità di pubblicare, ma rende anche il tuo lavoro una goccia nel mare. Pressoché invisibile.


Progetti futuri? Sentiremo ancora parlare di Werner Hartenstein ?

Sì, perché ne sentirei io per primo la mancanza. Sto lavorando a un
secondo romanzo in cui Werner continuerà la sua evoluzione personale. Non voglio che diventi un personaggio sempre uguale a se stesso, come spesso accade. Farà un suo percorso, come le persone reali. Mi piacerebbe poi che qualcuno girasse un film ispirato a In perfetto orario. Perché mi incuriosisce vedere come questa storia possa essere “vista” dall’occhio e dal cervello di un regista. Un’altra persona che usa altri strumenti.

Resurrectum


Gianfranco Nerozzi
Dario Flaccovio
2005

Arizona. Tre astronomi gesuiti stanno compiendo degli studi nel Radio-osservatorio della Montagna Sacra. Sono rimasti solo in tre perché nelle vicinanze è scoppiato un incendio di immani dimensioni e l’osservatorio è stato evacuato. La notte del primo gennaio 1999 giungono dei segnali luminosi da una cometa; questi segnali contengono un’agghiacciante trasmissione radio del 1939 con la voce di Hitler durante un raduno nazista e alcune spirali di colore che nascondono un messaggio digitale. I tre astronomi traducono le spirali in un codice genetico speciale giungendo alla conclusione che si tratta di un DNA non umano. Lo stesso DNA rinvenuto sulla Sacra Sindone, evento che è stato mantenuto segreto dal Vaticano. Intanto in Italia una ragazza è stata stuprata da un maniaco, rimanendo incinta; il bambino nato dallo stupro le viene tolto da un’equipe di medici che vogliono analizzarlo: la ragazza ha infatti lo stesso DNA trasmesso dalla cometa. Salvatore Vanelsìn, vescovo gesuita e demonologo, si trova in Israele, a Megiddo, città indicata dalle Sacre Scritture come il luogo dove avverrà l’Armageddon, la lotta finale tra il Male e il Bene. Qui trova un antico cimitero in cui sono sepolti cadaveri di neonati decapitati, probabilmente risalenti alla strage compiuta da Erode, e un crittogramma che annuncia oscuri disegni apocalittici. Intanto in Italia cinque bambini vengono uccisi in modo assurdo: sembra che qualcuno stia compiendo dei sacrifici votivi e che sulla Terra qualcosa stia cambiando in modo definitivo…
In Italia l’horror è un genere di nicchia. I romanzi horror non vengono ritenuti opere degne di far parte dell’universo letterario. Chi pensa questo non ha mai avuto per le mani un libro di Gianfranco Nerozzi, musicista, pittore, scrittore, cultore di arti marziali, co-fondatore del laboratorio di scrittura Zanna Bianca e docente di thrilling nella scuola Incubatoio 16 di Carlo Lucarelli. Resurrectum è il secondo capitolo della saga denominata “Genia”, dal titolo del romanzo che ha aperto la serie, pubblicato nel 2004. In realtà l’incunabolo da cui ha preso vita il progetto affonda le radici in Cuori perduti, vincitore del premio Tedeschi come miglior giallo dell’anno nel 2001. Resurrectum è un calderone di generi: è un horror per le atmosfere cupe e per i litri di sangue che vengono versati sulla pagina; è un thriller per la tensione che si respira man mano che si avanza nella lettura. Il linguaggio è un mix di registri in cui l’autore alterna un realismo quasi raccapricciante nel descrivere corpi che si smembrano e facce che esplodono a colpi di fucile, facendo vivere al lettore pure emozioni in prima persona, allo stesso tempo raggiunge picchi di elevato lirismo nel raccontare la miriade di sentimenti che vengono disegnati all’interno della vicenda. I personaggi vengono descritti molto dettagliatamente, anche grazie ad una sorta di monologo interiore di cui essi sono protagonisti o tramite i loro viaggi onirici. La labirintica struttura del romanzo viene supportata da una costante colonna sonora; come in un audio-book il lettore assiste allo svolgersi degli eventi con una canzone di sottofondo, denotando una particolare attenzione sinestetica da parte dell’autore. Con una giusta miscela di orrore e suspense, di sangue e realismo, Nerozzi sa davvero nascondere la paura in ogni anfratto e, anche se non vive nel Maine ma a Bologna, può essere ritenuto senza ombra di dubbio un maestro dell’horror.

Morte sull'isola


Stuart Woods
Traduzione di Sacha Rosel
Longanesi
2008

Stone Barrington è un avvocato che lavora come consulente della CIA e ha militato per quindici anni nel NYPD, la polizia newyorchese, come detective della Squadra Omicidi. Una sera si trova a cena nel suo ristorante preferito insieme a Dino Bacchetti, un ex-collega, quando viene a sapere ciò che è successo a Dick Stone, suo cugino, un funzionario della CIA sotto copertura che tutti credevano un diplomatico. Dick è stato trovato morto insieme alla moglie e alla figlia nella sua villa a Dark Harbor, un paesino che si trova sulla piccola isola di Islesboro, al largo delle coste del Maine. Si tratta di un caso lampante di omicidio-suicidio. Tra l’altro Stone ha ricevuto qualche giorno prima un pacco dal cugino che lo nominava suo erede ed esecutore testamentario in caso di morte. Stone decide di trasferirsi sull’isola insieme a Dino, Lance Cabot, direttore di un’unità della CIA, e Holly Barker, agente della CIA e amante di Stone. Giunti sull’isola i quattro iniziano le indagini, insieme ad un gruppo di ex-agenti della CIA che abitano sull’isola e si fanno chiamare “Vecchi Scorreggioni”. Stone non crede alla tesi dell’omicidio-suicidio e infatti sull’isola vengono uccise altre persone…
Stuart Woods ha scritto una quarantina di romanzi, quindici dei quali vedono protagonista Stone Barrington. Per questo ci si aspetterebbe da un autore tanto esperto e navigato un romanzo solido, che lasci il lettore senza fiato e lo incolli letteralmente alla sedia. Niente di tutto questo, invece. Morte sull’isola è un thriller scontato, come scontato è il finale: basta leggere metà libro per capire come si snoderà la vicenda e scoprire l’identità del killer. La narrazione sembra seguire degli schemi preconfezionati, sono inserite nel plot varie scene di sesso che, sinceramente, non sono utili alla storia: sembra quasi che per ottenere un buon thriller bisogni necessariamente far accoppiare i protagonisti, ma non è così, specie se si esagera come in questo caso. I personaggi vengono dipinti come superuomini in grado di pilotare qualsiasi mezzo abbiano tra le mani e il cui unico scopo nella vita sembra essere spendere soldi tra una partita a golf e una regata di vela. Probabilmente Woods vuole sottolineare il lato consumistico dell’alta borghesia americana. Il fine sarebbe anche nobile, ma quando ci si accinge ad immergersi in un thriller, si cerca decisamente di più. Molto di più.