24 dicembre 2010

Il canto della notte


Camilla Morgan Davis
Zero91
2010

Maila è una diciottenne che vive ad Amadriade, nei pressi del paesino di Robilante, in Piemonte. È orfana e vive con Victor e Lisaika, i sui genitori adottivi che si prendono cura di altri mutaforme, esseri dalle sembianze umane che si trasformano in lupi ma che non si cibano di carne umana, i Toron Isil. La vita scorre più o meno tranquilla per la piccola comunità, attenta a non farsi scoprire dagli umani e dai Disincarnati, umani folli, tra i pochi a sapere della loro esistenza e sempre a caccia di licantropi, considerati la discendenza di un ancestrale patto con il diavolo. Le cose cambiano quando due lupi aggrediscono un uomo del posto. Gli Artigli Rossi son tornati. Essi sono licantropi che si cibano di carne umana, allontanati tempi addietro dai Toron Isil, confinati in un limbo protetto da magneti, un luogo infernale chiamato il Non Dove. Per salvare gli umani e se stessi i Toron Isil hanno bisogno di un Prescelto designato dalla Luna e annunciato dal Canto della Notte, un suono che gli umani non possono percepire, un suono che annuncia che la Prescelta è proprio Maila, l’unica in grado di decapitare Seimo, il capo degli Artigli Rossi, e ricacciare la sua stirpe nel Non Dove…
Non fai in tempo ad accettare i nuovi vampiri proposti da Twilight ed ecco spuntare i nuovi licantropi che non si cibano di carne umana e che combattono contro i veri licantropi, quelli cattivi, quelli a cui ci avevano abituato la letteratura di genere, inaugurata dal romanzo vittoriano di Georg William Reynolds Wagner the wehr-wolf pubblicato tra il tra il 1847 e il 1847, e il cinema, soprattutto con la pellicola di John Landis “Un lupo mannaro americano a Londra”, del 1981. I licantropi che la sanremese Camilla Morgan Davis (pseudonimo della scrittrice Carlotta De Melas) propone ne Il Canto della notte cercano di integrarsi con gli esseri umani, ascoltano mp3, si vestono di nero e comprano su eBay, seguendo i dettami di un genere, l’urban fantasy, che si compone di ambientazioni contemporanee ed urbane, limitando la narrazione in una determinata zona geografica. In questo caso teatro dell’azione è il Piemonte e i boschi di Robilante, una piccola provincia di circa duemila abitanti, che diventa il centro di una lotta che potrebbe cambiare le sorti dell’intero genere umano. Ma non solo. Come ogni fantasy che si rispetti, il plot viene arricchito da un viaggio, quello di Maila alla volta degli Altri Tatra seguita dal fedele Ren, un Othar addestrato a difendere la Prescelta, e da lotte cruente, in cui il nero della notte e il rosso del sangue si mischiano nelle pagine di un romanzo ricco di allegorie, leggenda e poesia.

Il ritorno del diavolo


Giovanni Merenda
Scrittura & Scritture
2010

Il commissario Luigi Martino è tornato in Sicilia dopo quattro anni per sostituire il suo collega e amico Pietro Giunita, e subito viene coinvolto in un’indagine che lo coinvolge direttamente. Una donna è stata trovata assassinata nella stanza 35 del dipartimento di Scienze Etnologiche dell’università e sul suo corpo sono state poste delle lettere ritagliate dai giornali con un sinistro messaggio. La donna è Aldina Giunita, sorella di Pietro, assistente del professor Fattori, autore del libro Il ritorno del diavolo, un volume che analizza il fenomeno del paranormale – o presunto tale – in Italia, dai finti maghi alle sette sataniche. Il commissario Martino per portare avanti le sue indagini ha bisogno dei suoi fedeli collaboratori, il brigadiere Di Blasi, amante delle citazioni shakespeariane, e l’appuntato Orlando. Il mistero s’infittisce quando Luigi Martino scopre che nella stessa stanza del delitto cento anni prima era stato assassinato un frate esorcista…
Terzo romanzo per il messinese Giovanni Merenda che, dopo Il segnale e L’esilio, propone un giallo alla vecchia maniera, ricco di mistero, suspense e deduzione, quella del commissario Luigi Martino, siciliano che torna nella sua isola con la speranza di trovare il sole e il bel mare e si trova, invece, travolto da un costante temporale. Ad aiutarlo sono due simpatici coprotagonisti, il brigadiere Di Blasi e l’appuntato Orlando (a onor del vero in Polizia non esistono questi gradi), che aggiungono una vela ironica in un plot che si rivela condito da una componente gialla che conduce il lettore verso molteplici direzioni, fino a quando l’arguzia del protagonista riesce a svelare l’intrigo, raccontato con uno stile asciutto, preciso e senza fronzoli. Interessante appare il tentativo metaletterario di Giovanni Merenda di far ruotare l’intera storia intorno ad un libro che ha per titolo lo stesso del romanzo: Il ritorno del diavolo, accompagnato da una colonna sonora che sembra assecondare gli umori del commissario Martino, il quale, giunto davanti ad una verità spiazzante quanto inquietante, non potrà fare altro che abbandonare l’amata isola, patria di dolori e delusioni e tornarsene a chilometri di distanza con il gatto rosso Fredastaire, Orlando e Di Blasi. E con loro il lettore, il quale non deve aver paura di immergersi nella lettura de Il ritorno del diavolo. Nella realtà non miete vittime…

21 dicembre 2010

Scasso con stupro


James Ellroy
Traduzione di Carlo Prosperi
Bompiani
2007

Los Angeles, 2004. È morto Danny Gatchell, il direttore della rivista scandalistica Hush-Hush, il re indiscusso dello “sbircio”. Prima di essere stroncato dall’AIDS Danny aveva subito minacce, denunce e linciaggi per aver messo a nudo i dietro le quinte di una Los Angeles che sguazzava nella droga, nella prostituzione e nella corruzione, soprattutto quella del LAPD. Il detective “Rino” Rick Jenson, invece, non fa parte della schiera di poliziotti corrotti come Linus Lauter, capitano della Narcotici indagato per riciclaggio. Rino è onesto e sta indagando su una serie di furti in appartamento a BelAir e Holmby Hills. Un topo d’appartamento che s’intrufola nelle case quando la gente dorme e si mette ad annusare gli indumenti intimi delle donne. Intanto uno squilibrato manda delle mail minatorie a Donna Donahue, un’ex fiamma di Rino, o meglio, la sua ossessione, come quella dell’omicidio irrisolto di Stephanie Gorman, brutalmente stuprata ed uccisa nel 1965. Un caso al quale Rino non smette mai di pensare…
Diciamo la verità: più che un romanzo Scasso con stupro è un racconto che avrebbe meritato una più onesta collocazione in una raccolta à la Destination: Morgue. Stampate in un carattere enorme, queste 138 pagine non brillano di una trama degna del migliore James Ellroy (quello di Dalia Nera e L.A Confidential, per intenderci) ma offrono una carrellata dei punti di forza dell’universo dello scrittore losangelino: una città perennemente preda di droga e corruzione, un detective – già incontrato nel racconto “Troiaio a Hollywood” nella raccolta citata – preda delle proprie ossessioni, come quella per Donna Donahue – trasposizione letteraria dell’attrice e amica dello scrittore, Dana Delaney – o per il caso irrisolto di Stephanie Gorman. La trama, quindi, sembra assumere, in una sorta di ribaltamento dei ruoli formali, il ruolo di contenitore di uno stile ricco di frammentazioni fonico - linguistiche, ritmi cadenzati e nervosi. L’occhio di Ellroy è sempre quello dell’attento osservatore di una società che egli stesso conosce molto bene per averla vissuta fino in fondo, in una vorticosa discesa e una difficile risalita, insieme alle sue ossessioni, le mutandine annusate furtivamente, la vita da vagabondo, l’alcol, la droga e gli immancabili delitti irrisolti.

16 dicembre 2010

Dimmi chi sei, Marlowe


Frank Spada
Robin
2010

Il detective Marlowe si trova in una clinica messicana di Ciudad de Loco Hermoso per farsi asportare dei calcoli biliari. È qui che conosce la bellissima infermiera Miranda, con la quale inizia un rapporto di piacevoli chiacchierate e sigarette fumate al buio di una stanza. Quando Marlowe esce dalla clinica per fare ritorno negli Stati Uniti manda dei fiori a Miranda, e per questo viene fermato dalla polizia al confine: vogliono sapere perché abbia mandato i fiori alla donna dopo averla uccisa. Uccisa? Dopo avere chiarito la sua posizione Marlowe viene raggiunto dalla telefonata di Conchita, sorella gemella di Miranda, avvolta dalla medesima bellezza, che gli propone di incontrarsi in un aeroporto messicano. Conchita racconta a Marlowe la storia dell’amore saffico tra lei e la sorella gli rivela i propri sospetti sull’omicidio di Miranda. Le due erano proprietarie di due gioielli a quanto pare molto preziosi e ora Conchita teme per la propria vita. Per questo chiede a Marlowe di proteggerla e fare luce sul caso. Sorprendentemente le indagini del detective iniziano proprio nella sua città…
Torna Marlowe, detective di chandleriana memoria nato dalla penna dello scrittore udinese che si cela dietro lo pseudonimo di Frank Spada, giunto al suo secondo romanzo. Rispetto alla prima prova, Dimmi chi sei, Marlowe offre un plot più veloce, avvincente e misterioso, soprattutto perché il detective è personalmente coinvolto nelle indagini. Il tutto condito da uno stile ricco di metafore e note ironiche che rendono la lettura piacevole e mai banale. In fondo risiede proprio in questo la bravura di Frank Spada, nell’essere riuscito a creare uno stile personale ed originale, fatto di minuziose descrizioni psicologiche del protagonista, alle prese con i fitti dialoghi con se stesso e con il padre morto, e scorci dell’America degli anni Cinquanta, dei suoi brogli elettorali e le sue selvagge speculazioni edilizie. Ovviamente il punto di forza sta nella caratterizzazione del protagonista Marlowe, a bordo della sua affezionata Olds – la sua puledrina – sempre al fianco della fedelissima 45 e con l’immancabile Lucky tra le labbra, fiumi di whisky e pause da Minnie’s dove potersi immergere in pace nei suoi pensieri e godere della vista di qualche soffice balconcino eccessivamente esposto. La narrazione viene accompagnata da una colonna sonora a base di jazz della West Coast, che scandisce il ritmo di un romanzo di altri tempi – immortalati nella bella fotografia in copertina di Walker Evans, che risale al 1947 – da immaginarsi prettamente in bianco e nero.

10 dicembre 2010

Intervista a Mauro Evangelisti


Il primo contatto tra me e Mauro è avvenuto su Facebook, dove si parlava, tra le altre cose, della dura realtà del mondo del giornalismo. Un ambiente che lui conosce bene perché è un cronista de “Il Messaggero”. Dopo aver pubblicato tre libri-reportage Evangelisti, classe ’67, ha fatto il suo esordio nella narrativa con un romanzo che nel settembre 2010 gli è valso il Premio Carver. Un bel personaggio, insomma, e Mangialibri non poteva certo perdere l’occasione di conoscerlo di persona.

Hai vinto il premio Carver 2010 con il tuo Johnny Nuovo. Una bella soddisfazione...

Quando scrivi un romanzo non sai se davvero qualcuno ti prenderà sul serio, leggerà fino alla fine la storia. Questo valeva con molta forza per me che ero al mio primo romanzo. Sapere che una giuria, fra centinaia di libri, ha scelto proprio il mio romanzo rappresenta una soddisfazione inattesa e una sorta di legittimazione. Poi, certo, il fatto che il premio sia dedicato a Carver rende la cosa più bella. Sarà un caso, ma ora sono alle prese con dei racconti.


Johnny Nuovo è la storia di uno strano “esperimento” sociologico. Come è nata l’idea di chiudere un bambino in una stanza e farlo crescere al di fuori del mondo, o meglio, all’interno di un mondo costruito?

A volte inseguiamo i nostri pensieri, la nostra immaginazione, ci domandiamo: cosa succederebbe se... Ecco, Johnny Nuovo all'inizio degli anni 2000 nacque proprio così, inseguendo un pensiero, un’ipotesi di fantasia. Qualche anno dopo alcuni drammatici fatti di cronaca hanno proposto all'attenzione storie simili a quella dell'esperimento di K. Come dire che a volte la fantasia anticipa drammaticamente la realtà. Per scelta però la storia di K non è quella di un maniaco o di un sadico. K ha una personalità forse impalpabile, che non rientra in uno schema tradizionale. La sfida della storia era anche questa.


Il tuo romanzo mi ricorda la pellicola coreana “Old boy”, in cui un uomo viene rinchiuso in una stanza per quindici anni. Sei stato influenzato da film o libri del genere?

Onestamente non penso di essere stato influenzato né da altre opere di fantasia, né da fatti reali. Piuttosto all'inizio degli anni 2000 prendeva corpo una società sempre più sorvegliata, controllata dalle telecamere, ognuno di noi, di fatto, è al centro di un esperimento. Va ricordato, anche se non è l'elemento che colpisce maggiormente il lettore forse perché a questo siamo quasi abituati, che il ragazzo cresce nella stanza controllato costantemente dalle telecamere installate da K.


Il protagonista di Johnny Nuovo si chiama K, come i personaggi dei romanzi di Kafka Il castello e Il processo. Un caso?

In realtà la scelta del nome di K è più casuale, meno affascinante. Quando scrivevo non sapevo come chiamare il protagonista, come rappresentare la sua personalità così forte con un nome, per cui per convenzione scrivevo K per poi decidere un nome alla fine. Quando ho riletto il romanzo mi sono accorto che K funzionava e non l'ho più cambiato.


C’è nelle pagine del tuo romanzo una sorta di critica alla società moderna?

Cerco di fare un'analisi scarna e senza fronzoli più che alla società ai vari personaggi e alle loro debolezze, che poi sono le debolezze di ognuno di noi. Senza dare giudizi. Poi, ripensandoci su anche alla luce dei commenti di chi ha letto il libro, alcuni elementi del romanzo portano anche ad alcuni riflessioni: c'è chi osserva che K, come avviene nelle famiglie di oggi, tenta, in modo estremo, di proteggere il ragazzino, Johnny. Di evitargli dolore e sofferenza. Altri sottolineano il tema della manipolazione, anche questo di evidente attualità.


Cosa c’è scritto sul tuo biglietto da visita: giornalista o scrittore?

C'è scritto, in grande, giornalista. E molto, molto piccolo anche scrittore. Speriamo che la definizione giornalista resti, ma che prenda consistenza anche la seconda. Scrittore.

02 dicembre 2010

Johnny Nuovo


Mauro Evangelisti
Carta Canta
2010

K ha un matrimonio fallito alle spalle e dopo aver girato tutto il mondo fa ritorno al suo paese perché il padre è morto. Quando era piccolo il padre di K, rientrando a casa, ha trovato la moglie a letto con un altro uomo. Non ha esitato. Ha preso una pistola e ha fatto fuoco. Prima sull’uomo, poi sulla moglie. Il padre di K è uno stimato ingegnere ed è riuscito ad insabbiare la storia. K non sa la verità e non la saprà mai. Dopo la morte del padre K decide di volere un bambino. Per questo, dopo aver girato alcuni paesi, trova una ragazza disposta a vendergli il suo. Dopo alcuni giorni il bambino muore. Per caso K s’imbatte in Lea, una prostituta in fuga dal suo protettore. Lea è incinta e K la porta a casa sua: la aiuterà a partorire. Ma Lea muore durante il parto e il bambino si salva. K decide di tenerlo e fa costruire sotto la sua villa una grande stanza delle dimensioni di un campo di calcio, senza finestre ma con la luce artificiale, niente televisore né elettrodomestici. Il bambino dovrà crescere in questa stanza senza sapere che fuori esiste il mondo. L’unica porta darà sulla stanza di K e il bambino non potrà mai oltrepassarla. L’unico riferimento per il bambino sarà lui: K…
Nel 1998 in The Truman Show Jim Carrey interpretava Truman Burbank, un trentenne che ignorava che la sua esistenza fosse al centro dello spettacolo televisivo incentrato sulla sua stessa vita, ripresa in diretta sin dalla sua nascita. Truman viveva su un isolotto ricostruito all’interno di un enorme studio televisivo dove tutti erano attori e recitavano un ruolo nella sua vita. Ancora più atroce è l’esperimento del signor K, psicopatico protagonista di Johnny Nuovo, primo romanzo del giornalista de Il Messaggero Mauro Evangelisti, vincitore del Premio Carver per la narrativa 2010. La vicenda che viene raccontata si muove intorno a nuclei narrativi semplici e di stampo cronachistico, sviluppati su piani temporali differenti. Si parte con il passato del signor K e dai suoi traumi esistenziali che scatenano in lui una voglia folle e innaturale: prendere un essere umano, collocarlo in uno spazio delimitato e plasmarlo. Sta proprio qui la chiave di lettura di Johnny Nuovo, il plasmare a proprio piacimento un individuo, fallo crescere seguendo i propri istinti, non spiegargli il concetto di mondo, morte, inizio e fine. Solo la vita. Anzi due. Quella del signor K, creatore di un personalissimo reality-show, e quella del ragazzo, ignaro protagonista di un gioco perverso. Ma l’uomo vive di scoperte e di rinascite. E quando il ragazzo si accorgerà dell’esistenza di un “fuori”, di una realtà esterna, sarà pronto a vivere la propria rinascita e presentarsi al mondo con un nome e un cognome: Johnny Nuovo.

30 novembre 2010

Corpi da reato


James Ellroy
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani
2000

5 giugno 1998: da una base d’asta di 150 mila dollari vengono battute le quattordici lettere d’amore che Lana Turner mandava al gangster Johnny Stomponato tra l’ottobre del 1957 e il marzo 1958. Il 4 aprile dello stesso anno la relazione viene troncata dalla figlia della donna, la quattordicenne Cheryl Crane, la quale accoltella Stomponato per difendere la madre dalle sue violenze... Domenica 2 gennaio 1994. A Los Angeles vengono trovati i cadaveri di Ronald Godman e Nicole Brown Simpson, ex moglie di O. J. Simpson, giocatore di football ed attore di Hollywood. Per cinque anni O. J. Aveva sistematicamente picchiato la moglie. Si apre, così, uno dei processi che raggiungerà un’altissima risonanza e livello mediatico… Giugno 1958, il cadavere di una donna viene ritrovato seminudo, abbandonato in un vicolo di Los Angeles, tra i cespugli accanto al campo di atletica di un liceo di El Monte, in periferia. La vittima è Geneva Hilliker Ellroy, di 43 anni. È stata strangolata e il suo assassino non verrà mai trovato. Nel 1938, a 23 anni, Geneva aveva vinto un concorso di bellezza e nel 1940, già divorziata, si era innamorata di Armand Ellroy. La Morte di Geneva avviene undici anni dopo un omicidio efferato che si consuma a Los Angeles, quello di Elizabeth Short, la Dalia Nera…
Queste vicende ed altre sette, compongono il collage di Corpi da reato, raccolta di racconti ed articoli pubblicati su “GQ” dal 1993 al 1999, divisa in due nuclei narrativi. Nella prima parte Ellroy analizza la realtà corrotta di Los Angeles, novella Sodoma, con un particolare occhio di riguardo nei confronti del mondo del giornalismo d’assalto e della violenza quotidiana che inghiotte i suoi abitanti come un vortice implacabile. L. A. la “giungla glamour” in cui “arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato”, la culla dei sogni sbagliati e dei fallimenti personali, la città dei delitti irrisolti, come quello di Elizabeth Short, la Dalia Nera, ritrovata brutalmente assassinata e fatta a pezzi a Leimert Park o di Geneva Hillier Ellroy, la madre dello scrittore - che all’epoca aveva appena dieci anni. Proprio il tema materno è al centro della seconda parte della raccolta, in cui Ellroy affronta la storia del suo dolore, che si acutizzava ogni qualvolta che la Città degli Angeli restituiva un cadavere di una donna; racconti in cui è difficile capire cosa è frutto della cronaca e cosa è stato partorito dalla geniale mente dell’autore, il quale nel racconto dedicato alla madre, “L’assassinio di mia madre”, visiona il dossier dell’omicidio con tutti i verbali, gli interrogatori e le agghiaccianti foto del delitto. Una morte che, per dirla con le parole di Ellroy, “corruppe e ingagliardì la mia immaginazione. Mi liberò e al contempo mi imprigionò. Si appaltò il mio curriculum mentale. Mi laureai in omicidio con specializzazione in donne vivisezionate. Crebbi e scrissi romanzi sul mondo maschile che sanciva le loro morti”. Romanzi su cadaveri, o corpi… da reato.

29 novembre 2010

La sequenza mirabile


Giulio Leoni
Mondadori
2010

Roma. Alla porta di uno scrittore di gialli si presentano due strani personaggi: Ermete Cimbro e sua figlia Amaranta. Vogliono che lo scrittore, Giulio Leoni, cerchi un testo risalente ai primi anni del Novecento. Un libro scritto dal matematico Gerolamo Martini che contiene il segreto per sbancare i casinò ingannando la roulette: la Sequenza Mirabile. Il testo sarebbe passato dalle mani dei Nani, cinque fratelli acrobati morti in circostanze misteriose a quelle di Aristotele Cimbro, antenato di Ermete, improvvisamente diventato ricco e in seguito assassinato – apparentemente – per rapina. Sembra un’impresa folle, il delirio di due pazzi assetati di ricchezza, ma lo scrittore, il cui nuovo romanzo vive un momento di stallo, ha tempo per fare qualche ricerca e in fondo qualche soldo in più non ha mai fatto mai male a nessuno. Giulio inizia le sue indagini, che lo trascinano in una storia in cui conosce personaggi assurdi e che affonda le sue radici nel 1920, all’impresa di Fiume e a Gabriele d’Annunzio; pare, infatti, che anche il Poeta abbia avuto tra le mani la Sequenza e abbia tentato un colpo di mano al casinò di Zara. Intanto tutti coloro che ruotano intorno alla Sequenza Mirabile iniziano a morire…
Se non ci fosse scritto nel colophon di apertura che i fatti narrati ne La sequenza mirabile sono frutto di fantasia, saremmo indotti a pensare di trovarci davanti ad un romanzo autobiografico, perché il protagonista della vicenda è lo stesso Giulio Leoni che narra le sue peripezie in prima persona. Come in un Cluedo di carta il lettore viene chiamato a scoprire la chiave per scardinare un intrigo ben congeniato, mandando a farsi benedire la figura dello scrittore onnisciente. Se in E trentuno con la morte Leoni, quello vero, aveva descritto le imprese di Fiume, qui “la città libera” diventa crocevia di un segreto che dura novant’anni e uccide chiunque tenti di addentrarsi in esso. Almeno così pare e spetta proprio al Leoni di fantasia sbrogliare un bandolo della matassa che lo porterà davanti ad alchimisti pazzi, esperti di statistica, antiquari, nani da circo, ex arditi, marinai della Regia Marina e, ovviamente, la storia del Comandante, Gabriele d’Annunzio, figura poetica ed eroica di inizio Novecento, con la sua visione vitalistica e ‘panica’ dell’esistenza. Per questo è sempre un piacere immergersi nella lettura di un libro di Leoni, per la sua capacità di mescolare presente e passato, facendo respirare aria d’altri tempi e facendo rivivere personaggi della storia visti in chiave personalissima – come accade nella saga dedicata ad un Dante Alighieri calato nelle vesti di detective – con uno stile, ricercato nel lessico e allo stesso tempo condito da una forte componente ironica, che rende “mirabili” queste pagine.

I vampiri di Ciudad Juarez


Clanash Farjeon
Traduzione di Chiara Vatteroni
Gargoyle Books
2010

Città del Messico. 16 marzo 1997. In una clinica muore, a causa di un intervento di liposuzione mal riuscito, Florio Bastida Morales alias Amado Portillo Perez, capo indiscusso del narcotraffico di Ciudad Juarez, una piccola cittadina dello stato del Chihuahua, all’estremo nord del Messico. Juarez è tristemente famosa a causa di migliaia di omicidi di giovani donne trovate terribilmente mutilate, a partire dal 1993. Michael Davenport, giornalista inglese free lance, ha deciso di compiere un viaggio negli Stati Uniti per cercare del materiale per un documentario e sfuggire al freddo clima inglese che gli procura perenni malanni. Giunto a El Paso, Michael conosce Chuck Bowman, un ex agente della DEA – l’agenzia federale antidroga ­– a cui qualcuno ha ucciso un figlio sciogliendolo nell’acido, che propone a Michael di portarlo sul confine per fare alcune riprese ai frontalieri messicani. Durante le riprese accade un fatto straordinario: Michael riprende una tigre siberiana e subito dopo due loschi figuri gli rubano la telecamera e il passaporto. Michael ha passato il confine e ora si trova a Ciudad Juarez, la città delle donne assassinate, la città di Amado Portillo Perez – che in realtà non è morto – la città dei vampiri…
Era il lontano 1897 quando Bram Stoker scriveva il suo Dracula ispirato alla storia di Vlad III. Da allora il vampirismo ha assunto significati e connotati diversi fino a giungere a quello proposto da Stephenie Meyer, romantico e soprattutto facoltativo. I vampiri che propone Clanash Farjeon - anagramma dell’attore inglese Alan John Scarfe - non hanno paura del sole, non odiano l’aglio, non sono immortali né romantici. I protagonisti de I vampiri di Ciudad Juarez, primo romanzo di una trilogia, sono narcotrafficanti che impestano il Messico con la loro droga e la loro sete di sangue, sono “vampiri sociali”. Appare chiaro sin dall’inizio l’intento allegorico che lo scrittore inglese cela dietro una trama che dall’horror sfocia nel noir: la critica dei cartelli del narcotraffico sudamericano, vero e proprio punto focale dell’economia messicana, una nave d’oro che naviga in un mare di povertà. In questa situazione viene proiettato Michael Davenport, protagonista involontario dal classico humor inglese, che nella vicenda scopre l’orrore e lo attraversa, fino a quando s’imbatte nei veri vampiri che infestano il globo: i potenti e la loro brama di potere. In questo caso mafia russa e narcotrafficanti. Due nomi che potrebbero essere sostituiti da qualsiasi altra entità che ‘toglie il sangue’ alla gente. Proprio come i vampiri di Ciudad Juarez.

25 novembre 2010

Destination: Morgue


James Ellroy
Traduzione di Carlo Prosperi, Sergio Claudio Perroni
Bompiani
2003

Los Angeles. 1955. Armand Ellroy e Geneva Hilliker si separano e la donna si trasferisce con il figlio Lee Earl nel quartiere di El Monte. Armand è un erotomane che sostiene di aver lavorato per Rita Hayworth e averle fatto “assaggiare la sua bestia” di 40 centimetri. Geneva, infermiera professionale, fa da balia alle stelle di Hollywood alcolizzate. Dopo la separazione inizia per il piccolo Lee Earl la spola tra la casa della madre e quella del padre, fino a quando Geneva viene assassinata - nel giugno del 1958. Inizia per Lee Earl un periodo di dissolutezze, di abbandono della scuola e di pedinamenti alle ragazze ricche di Hancock Park e Kosher Kanyon West, di totale dedizione alle anfetamine prima, e ai tamponi di Benzedrex poi. Il T-Bird, le massacranti masturbazioni, l’ossessione per la madre e per Elizabeth Short, la Dalia Nera, il Nazismo, il vagabondaggio, la vita da caddie, le mutandine rubate alle ragazze, il carcere, le cliniche di recupero. Tutto ciò fino al 1977. A ventinove anni Lee Earl Ellroy ha imparato tutto ciò che c’era da imparare. Ha coltivato “il dono e la maledizione dell’ossessione” e alla fine ha vinto il dono. È tempo che il tossico, l’ubriaco, l’ossessionato, il delinquente, esca di scena, lasciando spazio a James Ellroy, lo scrittore…
Se all’inizio del Novecento scrittori come Svevo, Joyce, Tozzi, sostenevano la necessità di lasciare libero sfogo alla scrittura e farla fluire sulla pagina, sulla scia degli insegnamenti della psicanalisi di Freud, James Ellroy sembra attingere a piene mani da questo bacino nei saggi Destination: Morgue, in cui lo scrittore losangelino ripercorre lucidamente le fasi della sua vita, sempre sull’orlo del baratro, sempre in trincea in una guerra esistenziale che spesso lo ha visto perdere. Ellroy racconta esperienze che gli hanno dato occasione di imparare: “Ho cambiato la mia vita. Riconosco a Dio il merito della mia salvezza. Dell’aver ripudiato l’iniquità. Dell’aver perseguito la rettitudine. Dell’aver desiderato con tutte le forze scrivere libri. La letteratura è una vocazione profonda. Ne sono stato cosciente anche nel punto più basso della mia vergogna”, scrive Ellroy e lo fa con uno stile frenetico, nervoso, senza compromessi, estremamente paratattico, senza alcuna presenza di subordinate. Solo punti. Nessuna virgola nel suo flusso di coscienza, puro espressionismo della parola. Ellroy ci parla della sua vita di delinquente, di disperato, ma non solo. Nell’antologia trovano spazio anche alcuni racconti noir ambientati, neanche a dirlo, nella Los Angeles dei poliziotti corrotti e dei quintali di droga. Poi, riflessioni sul giornalismo scandalistico dagli anni Cinquanta ai Settanta, la descrizione del memorabile incontro di boxe tra Morales e Barrera, le elezioni del 2000 in cui si scontrarono Bush e Gore, fino ad arrivare al disperato tentativo di far luce sull’omicidio irrisolto di Stephanie Lynn Gormann. Irrisolto come quello della Dalia Nera e della madre Geneva. Perché, in fin dei conti, gli scritti di Ellroy, siano essi romanzi, saggi o racconti, si muovono sempre verso un solo destino, verso un’unica e imprescindibile destinazione: l’obitorio.

19 novembre 2010

La casa dei corpi sepolti


Elly Griffiths
Traduzione di Matteo Curtoni, Maura Parolini
Garzanti
2010

Norwich, regione del Norfolk. Inghilterra. Ruth Galloway è un’archeologa forense esperta nella datazione di ossa e spesso ha aiutato la polizia nelle indagini. La giovane donna è chiamata da un collega, Max Grey, per dare un’occhiata negli scavi di un’antica villa romana presso la quale sono state ritrovate delle piccole ossa umane: i resti di un bambino. Bisogna stabilire se queste ossa risalgano all’epoca romana – i Romani avevano la consuetudine di seppellire ossa di bambini nei pressi di un’abitazione come sacrificio a Giano, dio dei passaggi, degli inizi e delle fini, protettore delle porte domestiche – o se si tratti di un omicidio compiuto in epoca recente. Per questo sul posto è stato chiamato anche Harry Nelson, ispettore capo della Omicidi. Nel frattempo altre ossa appartenenti ad un altro bambino vengono rinvenute durante l’abbattimento di un orfanotrofio vittoriano. Le indagini di Nelson lo portano davanti ad una verità risalente a quarantadue anni prima, quando dall’orfanotrofio scomparvero due bambini, Martin ed Elizabeth Black, mai più ritrovati. Appartengono a loro quelle ossa? Sta a Nelson scoprirlo ma qualcuno sta cercando si spaventare Ruth Galloway la quale, oltre a se stessa, deve difendere anche il bambino che adesso porta in grembo…
Elly Griffiths - pseudonimo che la scrittrice londinese Domenica De Rosa ha preso in prestito da sua nonna, ritenendolo più adatto ad una scrittrice di gialli - torna con un romanzo che, dopo Il sentiero dei bambini dimenticati, propone nuovamente come leit motiv la morte violenta di bambini. La scrittrice ha rivelato che le storie che racconta sono ispirate dal marito, che ha abbandonato un lavoro in ufficio per darsi all’archeologia e dalla zia, vera e propria fonte di miti e leggende del Norfolk. La casa dei corpi sepolti parte in sordina e, come un buon motore diesel, ha bisogno di un po’ di pagine prima di carburare. I primi capitoli scorrono lenti e il ritmo di lettura ne risente, anche a causa dell’infinità di parentesi che la scrittrice inserisce tra un periodo e l’altro. Sull’altro piatto della bilancia si pone una trama che si nutre di mitologia romana e celtica e alcune descrizioni paesaggistiche delle paludi del Norfolk - un luogo che sembra essere un incrocio tra cielo e terra - che rappresentano una piacevole parentesi di un romanzo che esplode solo nelle ultime pagine, nelle quali il ritmo sale febbrilmente, fino al finale che però un attento e navigato lettore di gialli non mancherà di intuire in anticipo.

08 novembre 2010

Anharra - Il santuario delle tenebre


J.P. Rylan/ Giulio Leoni
Mondadori
2007

“Ad Anharra cominciò la follia, qui la follia conoscerà il suo termine. Là i vivi si aggirano tra le tombe, i morti devastano la terra. Cosa cercano i morti tra le tue fontane prosciugate? Quali segreti trafugano i vivi dalle tue rovine?”. Le “Tavole” custodite nella Sala Negata della Biblioteca di Menthor, andata per sempre perduta a causa di un rogo terribile, parlano chiaro: da Anharra si scateneranno le forze delle Tenebre e per tutti sarà la fine. Vargo, eroe dal passato oscuro e dal destino segnato, Amnor, medico ed astronomo di Menthor, Shanda e Khaima, appartenenti al Cerchio delle Sgualdrine, sono riusciti a raggiungere Anharra dopo un viaggio pieno di ostacoli. Nella città hanno assistito al risveglio di Vemerin e allo scatenarsi dell’esercito delle Tenebre, composto da uomini e demoni. Dopo essersi sbarazzati dell’esercito della Guardia, Vemerin e le Tenebre sono diretti verso Menthor per cancellare dalla faccia della Terra l’intera umanità. Miracolosamente Vargo e i suoi compagni, ai quali si è aggiunto il sergente Kon, unico superstite della Guardia, riescono a fuggire dalla città maledetta e a portar con loro un sarcofago di cristallo in cui giace, in un sonno a metà strada tra la vita e la morte, Athramala, la figlia di Vemerin, sulla quale è tatuato il rito del Trentesimo Canto, l’unico che può rigettare Vemerin nel sonno eterno. Ma affinché ciò avvenga c’è bisogno del Popolo Ribelle, l’unico che trenta secoli prima sia riuscito a ribellarsi al Re folle…
Si entra nel vivo di Anharra, ciclo fantasy di J.P. Rylan, pseudonimo dello scrittore italiano Giulio Leoni, che qui presenta il secondo capitolo della serie: Il santuario delle tenebre. Siamo all’alba della fine dell’umanità, un’apocalisse oscura, illuminata solo dalla luce di Nester, la stella che dopo trenta secoli è tornata a brillare per annunciare il ritorno di Vemerin, colui che vuole spazzare via il genere umano, colui che non vuole che si compia il destino di un uomo che «avrebbe ucciso suo padre senza riconoscerlo, gli avrebbe strappato il regno e senza riconoscerla avrebbe preso sua madre sul letto di nozze». Colui che non vuole che un marinaio costruisca un cavallo di legno sulle spiagge di una città nemica per poi bruciarla. Edipo e Ulisse, simboli umani, miti che Vemerin vuole distruggere per gettare sulla Terra gli artigli delle tenebre, miti che J.P. Rylan/ Giulio Leoni pone a testimonianza del genere umano destinato a perire. Tutto ciò sarebbe stato perfetto se alle porte di Menthor lo scrittore avesse disegnato una battaglia epica, lo scontro definitivo tra il Bene e il Male, invece si assiste ed una vera e propria guerriglia senza ordine, in cui tutti pensano a salvare se stessi. Tutti tranne Vargo, ovviamente, il quale, novello Enea, può fuggire lontano da Anharra, da Vemerin, dalle Tenebre e da una Menthor/ Troia in fiamme e raggiungere una nuova terra oltre il Vuoto. Una terra «sull’altra riva del grande oceano che sbarra la strada al regno dei morti. Fertile, ricca di acque e di pianure, dove mandrie di grandi tori corrono libere. Le sue coste sono ricche di pesci; le sue montagne daranno la pietra e i suoi boschi immensi il legno per costruire nuove città; e le sue caverne il ferro per le nuove spade ». Una terra che Vargo chiamerà Europa…

03 novembre 2010

Il corpo del reato


Jefferson Bass
Traduzione di Mara Dompè
Nord
2010

È tempo di riprendere in mano la propria vita per Bill Brockton, antropologo forense fondatore della Fabbrica dei Corpi, un laboratorio a cielo aperto dove si studia la decomposizione dei cadaveri. Jess Carter è morta, e Bill è chiamato a testimoniare contro il suo assassino Garland Hamilton, ex medico legale, il quale ha tentato di far ricadere la colpa sull’antropologo prima, e cercato di ucciderlo poi. È un’estate torrida a Knoxville, nel Tennessee. Qualche giorno prima una donna, Mary Latham, è stata trovata completamente carbonizzata all’interno della sua auto e i principali sospetti sono rivolti verso il marito Stuart, il quale, però, ha un alibi di ferro: al momento dell’incendio si trovava a Las Vegas. Come se non bastasse l’avvocato Burt de Vriess, l’uomo che ha difeso Bill quando era sospettato dell’omicidio di Jess, chiede aiuto all’antropologo quando gli vengono restituiti i “cremains” – le ceneri dopo la cremazione – della zia. Tutto normale se non fosse che nell’urna c’è di tutto tranne che resti umani. Bill è chiamato, quindi, a scoprire cosa si nasconde dietro il giro delle cremazioni e dimostrare che Stuart Latham è colpevole dell’omicidio della moglie. Intanto Garland Hamilton riesce ad evadere dal penitenziario in cui era rinchiuso…
C’è molta carne al fuoco ne Il corpo del reato, terzo appuntamento della serie Body Farm di Jefferson Bass, pseudonimo che rivela le sapienti doti narrative di Bill Bass e Jon Jefferson. Il protagonista della serie, Bill Brockton, uomo di scienza dal marcato spirito euristico, questa volta deve volgere le proprie forze, intellettuali e non, su tre fronti: risolvere l’indagine sul ritrovamento del cadavere carbonizzato di Mary Latham, salvarsi dalla vendetta di Garland Hamilton, l’ex medico legale assassino di Anatomia di un delitto e trovare il bandolo della matassa in un caso di finte cremazioni, portandolo alla scoperta di centinaia di cadaveri in avanzato stato di decomposizione ammassati nei boschi vicini ad una società di pompe funebri, fatto realmente accaduto nel 2002 quando 331 cadaveri venero trovati ammassati o parzialmente sepolti nel crematorio di Noble, in Georgia. Anche questa volta Bill potrà fare affidamento su Art Bohanan, personaggio realmente esistente, Miranda Lovelady e Burt de Vriess, ormai passato dalla parte dei “buoni” dopo la brillantissima prova nel processo contro Bill. Sempre costanti, quindi, sono i richiami ai lavori precedenti, anche se i fatti a cui si fa riferimento vengono sempre spiegati; ma per apprezzare realmente l’universo di Bill Brockton e della Fabbrica dei corpi – che questa volta resta un po’ in secondo piano – bisogna necessariamente leggere i libri in serie. Solo in questo modo si potrà gustare a fondo la suspence, respirare la paura e il puzzo di decomposizione che permea queste pagine, completate dall’ormai consueto schema del corpo umano in appendice. Il corpo del reato chiude la serie Body Farm? Speriamo vivamente di no!

Anharra - Il trono della follia


J.P. Rylan/ Giulio Leoni
Mondadori
2006

“Non fu sempre così la forma della Terra. Più volte il sole mutò il suo oriente, e gli astri il loro corso. Fiumi e laghi sorsero e si inaridirono dove oggi regna il deserto, montagne si innalzarono dalle pianure. E generazioni di popoli abitarono le terre che oggi sono il regno di ghiacci. Città furono erette e sparirono, con i loro splendori e infamie. Tutto questo è già accaduto. Tutto questo accadrà di nuovo. Ma niente si vide mai simile alla città di Anharra e al Re che la eresse nella sua follia, Vemerin il Terribile”. Questo recitano le “Tavole”, custodite nella Sala Negata della Biblioteca di Menthor, andata perduta in un tremendo rogo. Ma l’ultimo ad averle lette è stato Amnor, sciamano, astronomo e medico imperiale, che in una locanda di Hirush, città posta al confine del Vuoto, incontra Vargo, grande guerriero dal passato oscuro. Amnor gli mostra una mappa segnata su una strana pergamena fatta di pelle umana. L’esercito imperiale sta organizzando una spedizione nel Vuoto e il vecchio propone al guerriero di farsi assoldare e trovare l’uomo sulla pelle del quale è scolpita la seconda metà della mappa. Il viaggio ha inizio e ai due viandanti si uniscono Shanda e Kahima, due donne bellissime, che si sono allontanate dal Cerchio delle Sgualdrine. Un viaggio difficile ed irto di ostacoli, verso una città fondata trenta secoli prima da un sovrano, Vemerin, che ha stretto un patto con le Tenebre ed è caduto nella follia. Una città che nasconde tesori immensi. Una città in cui vivi e morti s’incontrano: Anharra…
Nel luglio del 2009 si tenne a Roma un incontro sulla fantascienza italiana durante il quale Giulio Leoni, autore di gialli storici noto soprattutto per la serie che vede protagonista Dante Alighieri nei panni di detective, ruppe gli indugi e rivelò di pubblicare anche sotto lo pseudonimo di J. P. Rylan. Benvenuti ad Anharra, quindi, città maledetta, in direzione della quale si volge una compagnia assortita dai vaghi richiami alla Compagnia dell’anello di J. R. R. Tolkien. Ma se ne Il Signore degli anelli tutti si muovevano compatti nel perseguire uno scopo comune, qui le cose cambiano. Vargo, eroe tormentato dai ricordi, vuole conoscere la verità ed è mosso dal destino ineluttabile che egli porta segnato sulla sua fronte: il marchio dell’impero; Shanda e Kahima, appartenenti al Cerchio delle Sgualdrine, cercano ad Anharra ciò che da secoli ha spinto migliaia di avventurieri a volgere lo sguardo verso l’ignoto: la brama di ricchezza; Amnor, vero e proprio coprotagonista che rovescia la figura del mago saggio dalla lunga barba bianca à la Gandalf, rappresenta un punto di rottura all’interno del plot: imprevedibile, sempre sul confine tra bene e male, non indugia nel gettare un bambino in un pozzo davanti ad una madre cieca e morente. Il viaggio, dunque. Un topos della letteratura fantasy che qui J. P. Rylan/Giulio Leoni condisce con mille imprevisti dalle oscure tinte horror e con la scoperta di diabolici marchingegni che caratterizzano del resto anche il ciclo di Dante Alighieri (come non ricordare la macchina di Federico II ne I delitti della luce?). Il trono della follia è, in definitiva, un romanzo che percorre campi già battuti da mostri sacri del genere, quindi la trama non offre molti spunti di novità rispetto al canone, ma immergendosi nella lettura si viene piacevolmente colpiti da uno stile asciutto e dalle non eccessive descrizioni paesaggistiche, vero e proprio neo di “romanzoni” che, tra draghi e viaggi interminabili, sfiorano molto spesso le mille pagine.

29 ottobre 2010

Anatomia di un delitto


Jefferson Bass
Traduzione di Emanuela Cervini
Nord
2007
TEA
2010

A Knoxville, nel Tennessee, esiste un laboratorio a cielo aperto dove si studia la decomposizione dei cadaveri in tutte le condizioni possibili: la Fabbrica dei Corpi, unica al mondo a compiere studi del genere. Direttore e fondatore della Fabbrica è Bill Brockton, antropologo forense che, grazie ai suoi studi, è stato decisivo in moltissime indagini della polizia e dell’F.B.I. Su richiesta del medico legale Jess Carter, Bill ha ricreato la scena di un delitto avvenuto in un paesino vicino, Chattanooga, dove il cadavere di un uomo vestito da donna è stato trovato legato ad un albero a testa in giù e decomposto solo nelle parti inferiori del corpo. Il dottor Brockton è anche docente all’università e si mette nei guai quando, durante una lezione, ha un battibecco con uno studente cristiano sostenitore della teoria creazionista, la quale riconduce la nascita dell’universo, della Terra, dell’uomo e di tutti gli esseri viventi all’intervento di un’entità divina, mentre Bill è un fervido sostenitore della teoria darwiniana-evoluzionista. Costretto a difendersi dal polverone sollevato su di lui dalle associazioni cristiane e impegnato nell’indagine sul cadavere di Chattanooga, Bill è sull’orlo di un baratro quando un evento interviene a sconvolgere la sua vita, costringendolo a chiedere aiuto all’odiato avvocato “Da Grease”…
Anatomia di un delitto è il secondo romanzo della serie “Body Farm” che vede protagonista Bill Brockton e la sua Fabbrica dei Corpi, dopo l’ottimo esordio di Rigor Mortis. Dietro lo pseudonimo di Jefferson Bass si celano le quattro mani di Bill Bass, guru della medicina forense americana e fondatore della vera Fabbrica dei corpi, il Forensic Anthropology Center - reso famoso da un romanzo di Patricia Cornwell - e Jon Jefferson, giornalista e documentarista. Sono molteplici gli elementi che compongono il plot, a partire dall’indagine che Bill è chiamato a risolvere grazie ai suoi esperimenti, descritti nei minimi particolari anatomici, resi ancora più chiari dallo schema del corpo umano in appendice. Ad un secondo livello d’analisi si pone il rapporto-scontro tra il Creazionismo di Lamarck e l’Evoluzionismo di Darwin, che assume nella vicenda una piega che denuncia l’interesse attuale intorno all’argomento da parte della comunità scientifica. Il romanzo decolla nel momento in cui un evento spezza la trama spostandola dai binari del medical-thriller a quelli contorti e cupi del legal- thriller dal sapore “grishamiano”. Il tutto viene impreziosito da uno stile avvincente, da una scrittura in prima persona che rende ancora più difficile la risoluzione del caso- o meglio dei casi- con una presenza costante dall’inizio alla fine di queste pagine: la morte.

28 ottobre 2010

Prega detective


James Ellroy
Traduzione di Stefano Bortolussi
Mondadori
2001

Los Angeles, 1980. Fritz Brown è un investigatore privato di origini tedesche e patito di musica classica che si occupa di espropri d’auto per conto di Cal Myers. Fritz ha un passato oscuro: cacciato dalla polizia, è un ex alcolizzato sempre in lotta con se stesso per non ricadere nel baratro. Un giorno nel suo ufficio si presenta Freddy “Fat Dog” Baker - un caddie razzista dall’aria trascurata, butterato e sgradevole - per offrirgli un incarico: Brown deve indagare su Sol Kupferman, un ricco ebreo presso il quale la sorella di Fat Dog, Jane, si è rifugiata, chiudendo tutti i contatti con il fratello. Kupferman è anche il vecchio proprietario del Club Utopia, un locale che nel 1968 è stato incendiato da tre piromani subito catturati e giustiziati. C’era, però, un quarto uomo di cui si sono perse le tracce. Il caso sembra interessante e Fritz, tediato dalla quotidianità degli espropri, ci si butta a capofitto, iniziando le indagini in una città, Los Angeles, che vive di contraddizioni e si divide tra le luci e i clamori di Hollywood e lo squallore dei bassifondi e nasconde nel sottobosco poliziotti corrotti e un serial killer piromane che da anni miete vittime, indisturbato…
Prega detective, titolo italiano di Brown’s Requiem, segna l’esordio narrativo del padre del noir americano James Ellroy, il quale pubblicò questo romanzo nel 1981, dopo circa sei anni di gestazione. Rispetto alle opere successive, stilisticamente più complesse e frammentate, Prega detective si presenta lineare e maggiormente ipotattico, tagliente, rapido e offre molti spunti autobiografici, come lo spaccato sull’universo dei caddie, eleganti e sorridenti di giorno, tristi, alcolizzati e spesso senza dimora di notte, condizione che lo stesso Ellroy ha vissuto, o il torbido giro di scommesse clandestine della Los Angles del trentennio ’50-‘80, vero e proprio terreno fertile per la criminalità, prima della legalizzazione. L’eccezionalità dello scrittore di Los Angeles sta proprio nel descrivere situazioni reali stravolgendole nel gioco della narrazione, creando una trama all’interno della quale si muovono personaggi che hanno fatto la storia del genere. Fritz Brown, protagonista assoluto della vicenda, rimane nel suo limbo; non è un vincente né un perdente, vive una condizione di continua catarsi e ricaduta, nonostante i suoi sforzi di redenzione, in una città in cui tutti perdono, tutti hanno un conto in sospeso e sono chiamati a pagarlo caro e nessuno è innocente. Ma oltre ad essere un detective che segue sicuramente le orme di Continental Op e Sam Spade di Dashiell Hammett o Marlowe di Raymond Chandler, Brown è anche un romantico, nel senso letterale del termine, in quanto estimatore dei musicisti romantici dell’Ottocento come Beethoven e Bruckner, conosciuti grazie all’amico di sempre Walter, alter-ego malinconico del protagonista. Se nel 1987 James Ellroy esploderà con Dalia Nera, la deflagrazione inizia con Prega detective, dove già si scorge l’incunabolo narrativo e geniale di uno scrittore che in trent’anni di carriera è diventato un classico della letteratura americana.

18 ottobre 2010

Bari & dispari


Gianpaolo Santoro
Manifestolibri
2010

Napoli. Paolo Sansovito ha un importante appuntamento di lavoro, un colloquio con Marco Ansaldo, direttore della Alisud - azienda del gruppo Finmeccanica - quando viene raggiunto da una telefonata: è il Lupo, alias Enea Cucco, un uomo che nella vita ha fatto mille lavori e ora ha una pizzeria a Roma. Che vuole il Lupo? Ha un affare importante da proporre a Sansovito, il quale, senza esitare, snobba l’appuntamento con Ansaldo e si dirige verso l’autostrada. Direzione: la Capitale. L’affare consiste nel riciclare un’enorme somma, circa sei miliardi di lire – residuo del tesoro di Craxi – nel giro dei Casinò della Costa Azzurra. E chi meglio di Franco Meda può introdurli nel circuito? Franco è nato con le carte in mano. A ventisei anni era già pronto per fare il grande salto, anche grazie a Stefano Sorgi, un mago del poker, e diventare il leader del gioco in tutta la Toscana. Ma quando un re si abitua a dominare, il regno diventa stretto e si aprono nuovi orizzonti: e il nuovo orizzonte di Franco si chiama Nizza, a due passi da Cannes e Montecarlo, sedi dei maggiori casinò della Costa Azzurra…
Lo Chemin de fer, la roulette, il poker, il black jack sono gli agenti patogeni della malattia del gioco che Gianpaolo Santoro, storico giornalista de Il Mattino e de L’Avanti - ora in pensione - descrive in questo simpatico romanzo in cui personaggi fittizi si mischiano a personaggi, fatti e situazioni reali. Un romanzo che si divide tra i noti casinò della Costa Azzurra e le bische clandestine di Napoli, in cui a fare da minimo comune denominatore è la febbre del gioco, davanti alla quale tutti sono uguali, dall’imprenditore annoiato, al giovane rampollo, dal camorrista all’operaio, come davanti alla morte ne ‘A Livella di Totò. Il racconto è una panoramica sui luoghi storici del gioco d’azzardo, come La Cisterna, un circolo napoletano – vera e propria “università” del gioco – o Montecatini, sede storica del “totonero”; sui rapporti che legano mafia e gioco clandestino e non, e su tutti i trucchi che hanno reso ricchi i migliori professionisti dell’azzardo. A tal proposito è inserita un’interessante appendice in cui vengono annoverati i maestri assoluti del campo: Enrico Altavilla, leggendario inviato del Corriere della Sera, che insegnò a giocare a carte ai gerarchi nazisti Goering e Goebbels; Tomas “Señor” Garcia e il suo infallibile sistema per vincere alla roulette; Nicolas Zographos e il “Sindacato greco”; Giuseppe Martorana, il baro dei due mondi; Charles Wells, che ispirò una canzone di Charles Coburu, L’uomo che fece saltare il banco a Montecarlo; Joseph Jagger, il meccanico e ingegnere che vinceva grazie alle imperfezioni dalla roulette; Ashley Revell, famoso per il suo unico colpo “mordi e fuggi”. Professionisti o semplici avventori, accomunati da una febbre incontrollabile, quella del gioco, il quale, per dirla con le parole di Enrico Altavilla, “può dare due grandi gioie: vincere e perdere; chi si diverte soltanto quando vince non è un vero giocatore”.

03 ottobre 2010

Sangue misto


Roger Smith
Traduzione di Fabiano Massimi
Einaudi
2010

Città del Capo, meta di turisti e di fuggiaschi. Uno di questi è Jack Burn, giunto nella città sudafricana dopo una rapina finita con un poliziotto ucciso a Milwaukee. Jack, un ex-marine, una sera è a cena con la moglie incinta Susan e il suo figlioletto di quattro anni, Matt, quando due delinquenti strafatti entrano in casa armi in pugno. Burn vive in un quartiere ricco e i due vengono dai Cape Flats, il ghetto nel quale era stata segregata la popolazione nera durante il periodo dell’apartheid. Jack ha poco tempo per decidere il da farsi e quando si muove i due sono già cadaveri. L’americano riesce a nascondere i corpi ma, sfortunatamente, i due tossici erano in affari con Rudi “Gatsby” Barnard, ispettore corrotto della polizia, un bianco che fa schifo sia dal punto di vista fisico che morale. Le indagini violente e omicide di Barnard portano verso Burn, il cui unico scopo è salvare la sua famiglia e fuggire verso il prossimo rifugio sicuro. Ad aiutarlo c’è Benny Mezzosangue, un ex-galeotto dal volto sfigurato che sta cercando di mettere la sua vita sui binari giusti lavorando come guardia giurata. La sua unica compagna di vita è una cagnolina di nome Bessie. Quando Barnard pesta ai piedi a Benny, compie l’errore più grande della sua vita, perché, si sa, quando ti prende di mira “Benny Mezzosangue dice buonanotte”…
Violentissimo. Il romanzo d’esordio del sudafricano Roger Smith - di cui Samuel L. Jackson ha subito acquistato i diritti cinematografici - si riassume in un aggettivo. La violenza che si dipana nelle pagine di Sangue misto cancella i confini tra bene e male, tra vittima e carnefice in un paese - unico nel continente africano - in cui fino a pochi anni fa (e tutto sommato anche oggi) essere nero voleva dire essere confinato in un ghetto come i Cape Flats, su cui torreggia la figura di Rudi Barnard, soprannominato “Gatsby” per via del panino dalle dimensioni di un pallone da rugby che mangia ogni giorno. Barnard è il prototipo di poliziotto che generalmente s’incontra in un romanzo noir, corrotto, al di sopra – o meglio, al di fuori della legge – invischiato nel traffico di droga. Ma ciò che colpisce è la cattiveria che connota questo personaggio, che non si fa scrupoli nello sparare in faccia ad un ragazzino di dieci anni per poi dargli fuoco. Attraverso le storie dei tre protagonisti, Gatsby, Jack Burn e Benny Mezzosangue – storie che sono destinate ad incrociarsi – Roger Smith ci immerge nei sobborghi di Città del Capo, una metropoli dal duplice volto, in cui i quartieri ricchi dei bianchi fanno da contraltare agli slum in cui si dorme in catapecchie e gli unici affari possibili sono la droga e la prostituzione, mentre i sentimenti della gente vengono cavalcati dalla paura e dalla consapevolezza di un futuro nero come la propria pelle. Quei sentimenti e quella condizione che Nelson Mandela ha combattuto strenuamente pagando il prezzo di ventisette anni di carcere. Sangue misto è un noir, ma anche un libro di denuncia sociale, che ci racconta una realtà nella quale non esiste l’infanzia, un quadro che non troviamo solo a Città del Capo ma che prende il nome di “quotidianità” da Rio de Janeiro a Calcutta, da Bogotà a Buenos Aires passando per Città del Messico.

01 ottobre 2010

Il ricatto


John Grisham
Traduzione di Nicoletta Lamberti
Mondadori
2010

Kyle McAvoy è un giovane di venticinque anni che frequenta la scuola di legge di Yale ed è direttore dello Yale Law Journal, la rivista della sua scuola. Il suo futuro sembra essere in discesa, quando Kyle viene avvicinato da due sedicenti agenti dell’FBI, i quali affermano di avere un video risalente ai tempi in cui frequentava il college. Il video mostrerebbe le prove di uno stupro. Quando il giovane si trova davanti a Bennie Wright, un losco individuo che afferma di essere un detective, le carte vengono scoperte. Kyle sta subendo un ricatto. Se vuole che il video non diventi di dominio pubblico e la sua vita venga per sempre rovinata, deve, dopo aver conseguito la laurea e l’abilitazione di avvocato, farsi assumere in un mega-studio legale di New York, il più importante del mondo, lo Scully & Pershing. Lo studio si occupa di una causa in cui sono coinvolte due aziende che si danno battaglia per la costruzione di un aereo ipersonico, il B-10, commissionato dall’Air Force e dal Pentagono. Il piano prevede che, una volta assunto, Kyle entri a far parte del team di avvocati che si occupa della controversia e rubi delle informazioni preziose per poi passarle ai suoi ricattatori. Col passare dei giorni Kyle si rende conto di dover compiere una scelta: compiere un crimine e assecondare il ricatto o dare retta alla sua morale e cercare una difficile via d’uscita. Ma il sedicente Bennie Wright e i suoi complici è gente che non scherza…
Le sue ultime prove avevano fatto storcere un po’ il naso a fan e addetti ai lavori, perché, si sa, è sempre difficile eccellere in territori sconosciuti, soprattutto quando il tuo nome è John Grisham e hai venduto milioni di copie. Per questo lo scrittore dell’Arkansas è tornato a quello che gli riesce meglio e lo ha visto scalare vertiginosamente le classifiche di vendita in tutto il mondo: il legal thriller. Il ricatto si colloca in quella schiera di romanzi che han fatto la fortuna dell’autore, a partire da Il socio del 1991, e che hanno avuto un gran successo anche nelle relative trasposizioni cinematografiche. Il canovaccio è sempre lo stesso: un avvocato che si trova nei guai e un processo scottante. Una formula che funziona, soprattutto grazie alla certosina costruzione della suspense che cresce di pagina in pagina. Il romanzo ruota intorno alla figura di Kyle McAvoy, giovane avvocato che viene risucchiato da un gioco molto più grande di lui, e al suo senso della morale, che ad un certo punto lo spinge a cercare uno spiraglio per sfuggire al ricatto di cui è vittima. In sostanza Il ricatto termina qui, perché di colpi di scena se ne vedono ben pochi. Ad un ritmo sostenuto non corrisponde uno sviluppo sofisticato della trama, che scorre fino alla fine lasciando un sapore insipido, come se mancassero una cinquantina di pagine, come se dopo una cena pantagruelica fossimo costretti a rinunciare al caffè.

30 settembre 2010

Io ti farò del male


Derek Haas
Traduzione di Alfredo Colitto
Piemme
2010

Vive a Boston. Pochi sanno del suo passato e pochissimi conoscono il suo vero nome. Di professione fa il killer su commissione e si fa chiamare Columbus da quando Vespucci, il suo primo intermediario, gli ha fatto compiere il primo omicidio in una vecchia fabbrica che si chiamava “Columbus Textiles”. Ora Columbus ha un nuovo incarico: deve uccidere Abe Mann, il portavoce della Casa dei Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, candidato nella corsa per diventare Presidente. L’omicidio dovrà avvenire a Los Angeles, ultima tappa della campagna elettorale.
Columbus è abituato ad uccidere. Non ha scrupoli. Per lui uomini, donne, bambini non fanno differenza. Ma questo nuovo incarico ha qualcosa di particolare: Abe Mann è l’uomo che ventinove anni prima ha messo incinta LaWanda Dickerson, una prostituta alla quale è stato sottratto il bambino per portarlo in un orfanotrofio e in seguito trovata morta. Sua madre. Per questo Columbus vuole a tutti i costi portare a termine questa difficile missione che si complica quando Pooley, suo intermediario e amico, scopre che altri due killer sono stati ingaggiati per uccidere Abe Mann…
Il passato torna e si declina in vendetta. Se poi passato vuol dire una madre mai conosciuta e un padre responsabile della sua morte, la vendetta è un obbligo, soprattutto se di professione fai il killer. È questo l’assunto di Io ti farò del male, romanzo che segna l’esordio narrativo di Derek Haas, noto a Hollywood per aver sceneggiato “2 fast 2 furious”, “Quel treno per Yuma” con Russel Crowe e “Wanted” con Angelina Jolie. Protagonista è Columbus, un sicario senza scrupoli, che non esita ad uccidere chiunque valga la sua parcella o gente innocente trovatasi per sbaglio sulla sua strada. Per questo si rimane spiazzati quando, immergendosi nella lettura, ci si accorge di essere costretti a stare dalla sua parte. Il tentativo che compie l’autore è quello di entrare totalmente nella mente di un killer - attraverso una narrazione in prima persona e al presente - risucchiando il lettore in un vortice nero dal quale è difficile uscire, specialmente quando viene immerso nel flusso di coscienza del protagonista, che si alterna senza soluzione di continuità ai ricordi del passato in cui Columbus evoca la sua storia e l’ascesa nel mondo del crimine.
Particolarmente brillante è la costruzione della sceneggiatura, che infonde all’intera struttura un sapiente equilibrio tra atmosfere noir, ritmo thriller e movimenti d’azione, soprattutto quando Columbus è alle prese con i killer rivali, scene che ricordano - forse un po’ troppo – “Assassins”, la pellicola del 1995 in cui Sylvester Stallone interpretava Robert Rath, il sicario che giocava alla caccia all’uomo con Miguel Bain, un altro assassino interpretato da Antonio Banderas. Ah, e c’è un sequel in arrivo.

17 settembre 2010

Morsa di ghiaccio


Clive Cussler, Dirk Cussler
Traduzione di Paola Mirizzi Zoppi
Longanesi
2010

Aprile 1848, Stretto di Vittoria, oceano Artico. La spedizione esplorativa di sir John Franklin è miseramente fallita quando la “Erebus” e la “Terror”, le due navi della missione, sono rimaste intrappolate nei ghiacci e, a bordo della prima, l’equipaggio ha iniziato a dare segni di pazzia. Il resto degli uomini cerca la salvezza addentrandosi nei territori interni, abbandonando le navi e i propri compagni al loro destino. Impresa folle, perché a quelle temperature il freddo non perdona e spinge l’equipaggio verso l’unico destino possibile: la morte... 2011. La Terra ha raggiunto un livello di riscaldamento globale insostenibile. Gli Stati Uniti sono alla disperata ricerca di fonti energetiche alternative al petrolio e al carbone. La soluzione la trova una ricercatrice di Washington, Lisa Lane, la quale riesce a creare in laboratorio il meccanismo della fotosintesi artificiale, in grado di abbassare il preoccupante riscaldamento terrestre. Il processo, per funzionare, ha però bisogno di un minerale che funga da catalizzatore, il rutenio, le cui ultime scorte erano trasportate a bordo delle navi di Franklin. Intanto una serie di strani incidenti gettano Stati Uniti e Canada sull’orlo di un conflitto. Gli incidenti sono stati provocati appositamente da Mitchell Goyette, un finanziere bramoso di potere e ricchezza che ricorre ad ogni sorta di infamia pur di ottenere i propri scopi. Se gli studi sul rutenio andassero in porto, Goyette dovrebbe rinunciare alle esportazioni di gas naturale, di cui ha il monopolio in tutto il Canada. Per questo deve assolutamente trovare il rutenio e boicottare le ricerche. Non ha fatto i conti, però, con Dirk Pitt e gli uomini della NUMA, disposti a tutto per trovare il rutenio, risolvere l’intrigo ed evitare un conflitto dalle conseguenze disastrose…
Era il lontano 1965 quando Clive Cussler esordiva nel mondo della narrativa, in un periodo in cui badava ai figli durante la notte mentre la moglie lavorava presso il dipartimento di polizia. e quarantasei anni dopo il buon Clive sembra ancora avere le energie necessarie per immergere i lettori in avventure straordinarie. Morsa di ghiaccio è il ventesimo romanzo della saga dedicata a Dirk Pitt, alter ego dello scrittore (amante del mare e della storia e collezionista di auto d’epoca), il quale è chiamato, come al solito, a risolvere un intrigo che affonda le radici nella storia, secondo una formula stra-collaudata in tutti i romanzi di Cussler. A differenza dei precedenti lavori, però, il ritmo scorre a bassi regimi; non assistiamo ad effetti pirotecnici almeno fino a metà romanzo, quando la situazione dell’intrigo è chiara e Dirk Pitt è pronto ad entrare in azione, aiutato dai soliti, fedeli collaboratori Al Giordino, Rudi Gunn, l’ammiraglio Jim Sendecker - divenuto intanto vicepresidente degli Stati Uniti - Hiram Yaeger e Julien Perlmutter, con la new entry rappresentata da Dirk Jr. e Summer, figli dello stesso Pitt. Se molti alla veneranda età di Clive Cussler sono da tempo in pensione e si godono il meritato riposo, lo scrittore sembra non voler rinunciare alla sua attività, come l’acciaccato Dirk Pitt il quale, rispondendo alla domanda di Al Giordino se non si fosse stancato dell’avventura e non preferisse un posto dietro una scrivania, risponde che “l’esistenza è una continua ricerca e io ho fatto della ricerca la mia vita; dovranno usare il cric per staccarci dai comandi”.

12 settembre 2010

La morte ha mille mani


Luigi Guicciardi
Hobby & Work
2010

Modena. Notte del 14 dicembre. Una macchina è ferma in Rua Frati Minori. Piove. Quando Fabio Zanasi esce dal portone di un palazzo, la macchina lo investe e lo lascia cadavere sulla strada. Un omicidio. Zanasi era un chirurgo plastico. Il più bravo nella città emiliana, tutti coloro che volevano rivedersi giovani guardandosi allo specchio si rivolgevano a lui. Ad occuparsi delle indagini è il commissario Giovanni Cataldo, trasferitosi a Modena da Catania. Lo aiuta il suo fedele vice Muliere. Il caso non è semplice, perché le piste da seguire sono molteplici: una vendetta per un intervento non riuscito, un omicidio a scopo passionale o economico, la brama di potere. Gli eventi sembrano prendere una strana piega quando altre due persone vengono trovate morte. Entrambe legate al chirurgo. La lista dei sospetti aumenta e le indagini sembrano girare a vuoto. Cataldo deve fare appello al suo intuito e alla sua esperienza per svelare i pochi indizi e risolvere un caso complicatissimo…
Una morte all’apparenza misteriosa e senza senso. Si apre così questo undicesimo romanzo della serie che vede protagonista il siciliano commissario Cataldo, trapiantato a Modena, città nella quale l’autore, Luigi Guicciardi, insegna al liceo Tassoni ed è ricercatore di storia contemporanea. Gli ingredienti per un buon giallo ci sono tutti: un’ampia rosa di possibili colpevoli, tutti con un buon motivo per essere sospettati e con un bel po’ di scheletri nascosti nell’armadio; indizi che sembrano condurre sulla retta via ma che puntualmente conducono ad un vicolo cieco; dialoghi costruiti a puntino per aumentare l’alone di mistero che aleggia in tutta la narrazione; l’intuito del commissario Cataldo che solo nelle ultime pagine riesce ad avvolgere il bandolo della matassa. E poi c’è Modena, con le sue tinte fosche e grigie, una città di provincia non abituata a casi di cronaca così efferati, una città che Cataldo ha imparato ad apprezzare e conoscere, dopo il trasferimento da Catania chiesto per fare carriera. Attraverso lo sguardo “giallo”, l’autore apre una finestra sul mondo della chirurgia estetica. Un universo che sembra non essere composto solo dalle luci dei riflettori e dalle cliniche eleganti. C’è da fare i conti con i baroni, con le ingiustizie, con gli errori, le invidie, la morte. Perché, come scrisse T.S. Eliot, “la morte ha mille mani e cammina lungo mille sentieri; puoi salire lungo una scala di giorno e scivolare su un gradino malfermo; puoi sederti a mensa e sentire di colpo un gelo nelle midolla”.

11 settembre 2010

I delitti della luce


Giulio Leoni
Mondadori
2005

Comune di Firenze. Estate del 1300. Il priore Dante Alighieri viene raggiunto da una guardia che gli riferisce del ritrovamento di una galea nelle fetide paludi dell’Arno. Giunto sul posto Dante si trova davanti ad uno spettacolo raccapricciante: l’intero equipaggio è stato assassinato e pare che l’autore dello scempio si sia diretto a Firenze. Ad attirare l’attenzione del priore sono i resti di uno strano marchingegno nascosto in una cabina della nave: gli ingranaggi di un enorme orologio. Sembra che Firenze sia diventata culla di strani eventi. Prima viene ritrovato il cadavere di Brunetto, un decoratore diretto a Roma, la cui vera identità è quella di Guido Bigarelli, architetto di Federico II. Poi un gruppo di fanatici capeggiati dal monaco Brandano giunge in città per mostrare ai fedeli il miracolo della Vergine di Antiochia. Nel frattempo vengono uccisi altri cinque uomini, in qualche modo legati tra loro, con la stessa modalità, un doppio squarcio sul collo. Sembra che la presenza della morte sia diventata una costante a Firenze e Dante ha poco tempo per le indagini perché il suo mandato di priore sta per scadere. La sua è una corsa contro il tempo e verso la storia, perché gli strani eventi paiono condurre inequibovabilmente alla sete di conoscenza di Federico II, alla sua morte misteriosa e al suo tentativo di creare la luce…
Terzo appuntamento della saga dedicata a Dante Alighieri: dopo I delitti della medusa - con il quale Giulio Leoni aveva vinto il premio Tedeschi - e I delitti del mosaico, I delitti della luce trova spunto dall’oscura dipartita di Federico II di Svevia, ultimo baluardo dell’Impero prima della definitiva vittoria della chiesa dei papi e fautore di quella Scuola Siciliana che segna l’inizio ufficiale della storia della letteratura italiana. Siamo nel 1300, anno cruciale per l’Italia e per Firenze. È l’anno del primo Giubileo, istituito da Papa Bonifacio VIII, che concedeva l’indulgenza plenaria a tutti coloro i quali si recavano in visita nelle basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura, e Firenze diventa meta di passaggio per le masse di pellegrini che si recano nella Capitale. Ma il 1300 rappresenta anche per il sommo Poeta una data fondamentale, perché inizia a lavorare alla Commedia, che verrà ambientata proprio in quel periodo, quando Dante ha trentacinque anni, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, quando l’uomo-Dante Alighieri, che si fa allegoria del genere umano, ha raggiunto il culmine del peccato e della perdizione. Ed è proprio questa la condizione che Giulio Leoni descrive perché, mentre messer Durante è ligio ai suoi doveri di priore, dal punto di vista privato non è molto diverso dai suoi concittadini: indebitato e vizioso, sono frequenti le sue incursioni nel bordello di monna Lagia e le notti passate nelle braccia di Pietra, la prostituta che ha ispirato le rime “petrose”, simbolo dell’amor sensuale. I rimandi culturali e storici abbondano in queste pagine, dove s’incontrano il burlone Cecco Angiolieri e l’odioso cardinale d’Acquasparta e aleggia l’aura di Bice Portinari. Il tutto viene completato da una trama gialla ben costruita, un intrigo che trova soluzione solo alla fine ed enigmi che Dante è chiamato a risolvere. Roba da far sembrare Robert Langdon un poppante.

05 settembre 2010

Il libro delle anime


Glenn Cooper
Traduzione di Gian Paolo Gasperi, Velia Februari
Nord
2010

New York. Il caso “Doomsday” è ormai alle spalle e Will Piper, ex agente dell’FBI, è in pensione. Ha sposato la sua collega Nancy e ora hanno un figlio. A dir la verità la sua vita è diventata un po’ noiosa, ma le cose cambiano quando Henry Spence e Alf Kenyon, due vecchietti che appartengono al “club 2027”, si presentano a casa sua a bordo di un enorme camper. In Inghilterra sta per essere bandita un’asta il cui pezzo forte sembra essere un libro risalente al 1527. Un libro che all’apparenza è un registro di nascite e morti. I due vogliono che Will recuperi il libro e compia alcune indagini su di esso. Il tempo a disposizione è poco, perché Henry Spence sa che deve morire tra alcuni giorni. L’impresa non è semplice perché sulle tracce dell’antico testo si trova anche Malcom Frazier, il capo della sicurezza dell’Area 51. Le indagini di Will lo portano a scoperte sconvolgenti: il libro è l’ultimo superstite di una biblioteca i cui testi sono stati scritti nell’abbazia di Vectis da scrivani autistici dai capelli rossi e gli occhi verdi, non si sa se messaggeri divini o diabolici; libri in cui sono segnate le date di nascita e morte dell’intera umanità a partire dall’VIII secolo dopo la nascita di Cristo fino ad una data che sembra contenere un messaggio apocalittico: il 9 febbraio 2027; libri che fanno parte della biblioteca dei morti…
Un caso editoriale con 280 mila copie vendute solo in Italia nel 2009. Un thriller che mescola esoterismo ed enigmatici meccanismi polizieschi: questo era stato La biblioteca dei morti, romanzo d’esordio dello scrittore newyorchese Glenn Cooper che si era concluso con degli indizi che portavano verso un probabile sequel. Il Libro delle anime porta alla luce alcuni elementi che erano rimasti oscuri nel romanzo precedente, maggiormente incentrato sulla figura del serial killer che faceva strage nelle strade di New York. Qui invece troviamo massicce digressioni storiche inserite per risalire alle origini della biblioteca che contiene il destino dell’intero genere umano, in cui s’incontrano personaggi del calibro di Giovanni Calvino, il grande teologo del Cinquecento che diede vita al Calvinismo, William Shakespeare e Nostradamus, tutti venuti in contatto con il Libro delle anime. Protagonista assoluto rimane Will Piper, chiamato all’ardua impresa di recuperare il libro, svelare gli enigmi in esso contenuto, riuscire a sopravvivere agli agguati di Frazier e mettere in salvo la sua famiglia. Attraverso un ritmo sempre incalzante e senza cali di tensione, Glenn Cooper anche questa volta ha costruito un romanzo che non mancherà di attirare gli amanti del genere e che rappresenta un “must” per chi ha apprezzato il lavoro precedente. Il cerchio si chiuderà con l’attesa trasposizione cinematografica, i cui diritti sono già stati acquistati.

02 settembre 2010

L'ombra del Duomo


Andrea Sora, Matteo Pontes
Gingko
2010

5 dicembre 2009. Roma è invasa dal “Popolo viola”. Circa un milione di persone si dà appuntamento a Piazza della Repubblica per dare l’inizio ad un corteo che ha come destinazione Piazza San Giovanni, la piazza più grande della Capitale. È il “No B Day”, la prima manifestazione che nasce dalla Rete e che raggiunge delle cifre del genere. L’Italia è stanca e chiede a gran voce le dimissioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale ha raggiunto il livello minimo di gradimento da quando è “sceso in campo”. 13 dicembre 2009. Milano. Alle spalle di Piazza Duomo è stato allestito un palco. È in corso il tesseramento del Pdl e il premier è atteso per un breve discorso ai suoi elettori. Alla fine del comizio (Berlusconi ha trasformato un breve discorso in un vero e proprio comizio), il premier sta facendo ritorno alla sua macchina, accerchiato dagli uomini della sua scorta. Stringe mani. Scambia parole con i suoi affezionati, quando succede qualcosa d’imprevisto: viene colpito al volto da un oggetto, una statuetta in miniatura del Duomo di Milano...
Il 13 dicembre 2009 ha segnato un confine. Prima di quella fatidica data la popolarità di Silvio Berlusconi era al minimo. Da quando è stato eletto, il premier e i suoi ministri si sono mossi verso un percorso unidirezionale al fine di evitare al presidente di essere processato. Il “Lodo Alfano” e il cosiddetto “Processo breve” parlano chiaro. Proprio nel momento in cui l’Italia sembra svegliarsi da un intorpidimento mediatico e politico, succede l’inaspettato: Silvio Berlusconi subisce un attentato per opera di uno squilibrato di nome Massimo Tartaglia. Ma i fatti si sono svolti realmente come i media ce li hanno proposti? Matteo Pontes e Andrea Sora, fondatori del sito “Resistenzaweb.it”, cercano di rispondere a questo quesito, analizzando - tramite le immagini e i video non ufficiali e non censurati – e mettendo a nudo alcuni elementi che gettano luce sui fatti del 13 dicembre. Sono molte le discrasie in seno all’evento. Troppi movimenti che lasciano pensare ad una bufala, secondo gli autori. Ad un attentato costruito a puntino per placare le acque agitate intorno al premier e trasformare la sua figura da “carnefice” a “martire”, per poi dare la colpa ai soliti “nemici”: il gruppo Repubblica – L’Espresso, il “terrorista mediatico” Marco Travaglio ( parole di Cicchitto durante un discorso alla Camera), la trasmissione di Santoro Anno Zero e Antonio Di Pietro, tutti definiti “ i mandanti morali” dell’attentato. Pontes e Sora portano avanti la loro tesi ponendo una serie di dubbi al lettore. Dubbi che prendono corpo dal comportamento della scorta e di Silvio Berlusconi dopo l’attentato, dalle condizioni in cui è arrivato il premier in ospedale, dalla diagnosi, dalla mancanza di sangue sulla camicia del premier dopo la frattura del setto nasale e di due denti e una ferita sullo zigomo. Ma il dubbio che riassume questo saggio si espleta nelle parole stesse di Pontes e Sora: “Dietro al simbolo del Duomo c’è solo una piccola ombra appartenente ad una mente malata e isolata qual è Tartaglia, oppure quell’ombra è ben più grande, e sotto di essa sosta, inconsapevole, quella stessa piccola mano facilmente manipolabile?”. Dubbi più che legittimi in un Paese libero e democratico, quale dovrebbe essere l’Italia.

01 agosto 2010

Intervista a Olle Lönnaeus

In Svezia è diventato un caso editoriale, vincendo il premio della Swedish Crime Writer’s Academy come miglior esordiente. Lui è Olle Lönnaeus, e di professione fa il giornalista investigativo, una figura che in Italia praticamente non esiste (e non potrebbe essere diversamente con le leggi attuali). Il suo lavoro lo ha portato in Libia, Iran, Israele e Palestina. Lo incontro all’Auditorium di Roma, dopo aver ricevuto la mia dose giornaliera di traffico, in un torrido pomeriggio di inizio estate. Altro che città ghiacciata...






Sei un giornalista. Cosa ti ha spinto a cimentarti nella narrativa?

Sì, sono un giornalista, ho scritto di politica, società e molto altro per circa vent’anni. Per alcuni anni ho coltivato questo mio Il bambino della città ghiacciata dentro di me, doveva solo uscire. I temi che tratto nei miei libri sono principalmente il razzismo e l’intolleranza e c’è stato un evento in particolare che mi ha spinto a scrivere un romanzo: ho letto un articolo sul giornale per il quale lavoro che il primo maggio del 2007 la tradizionale parata che organizzavano i Socialdemocratici svedesi sarebbe stata organizzata da un partito che si chiama Sverigedemokraterna, un partito che affonda le proprie radici nel neo-nazismo.


La Svezia ha una tradizione thriller/crime molto importante. Una scuola, praticamente. Come si colloca il tuo romanzo all’interno del panorama letterario svedese?

Questa è una domanda ricorrente alla quale non so mai rispondere in modo esauriente. Noi scrittori svedesi di crime stories siamo piuttosto eterogenei e gli elementi in comune sono pochi. Due degli elementi che possono essere considerati ricorrenti sono: l’amore per la natura e la solitudine. Infatti si dice che gli svedesi siano un popolo solitario.


Perché in Svezia si scrivono e si leggono molti thriller?

All’estero la ragione del successo degli scrittori svedesi tra i lettori americani, francesi, italiani che leggono molti thriller, può essere ricondotta all’immaginario che si ha sulla Svezia: un paese efficiente, un po’ noioso, con poche persone, tra l’altro piene di sé. Quando gli scrittori di gialli danno un’immagine diversa, violenta, della Svezia, il lettore estero può pensare: “Allora anche loro hanno dei problemi”, e questo li attrae. Ma questa è solo una mia teoria.


Il bambino della città ghiacciata è ambientato a Tomelilla, una piccola cittadina di provincia. Perché questa scelta?

Prima di tutto perché ci sono cresciuto. Poi perché le piccole città svedesi, queste piccole realtà di campagna, con fabbriche dismesse, negozi abbandonati, edifici in decadenza sono ideali per l’ambientazione di un thriller. Sono paesi in cui vige il sospetto verso qualsiasi cosa non riesca a capire, come la crisi finanziaria, l’immigrazione e la multiculturalità. Per questo rappresentano terreno fertile per partiti politici razzisti e populisti che fanno leva sull’ignoranza della gente.


Nel romanzo affronti temi come il razzismo e la diversità. Lo sguardo verso questi temi deriva dalla tua carriera di giornalista?

In realtà no. Io sono interessato al fenomeno in sé. Non bisogna esagerare nel pensare che la Svezia sia una realtà totalmente razzista. Tantomeno, ad esempio, la Germania o l’Italia. D’altra parte il razzismo è un fenomeno verso il quale dobbiamo restare vigili, in Svezia come in Francia o in Italia.


Ti sei ispirato ad eventi reali per la stesura del romanzo?

In linea di massima ciò che ho ripreso fedelmente dalla realtà è l’ambientazione e la mentalità della popolazione. Ci sono eventi che racconto che hanno un forte riscontro nella realtà. Uno di questi riguarda Sven, l’amico di Konrad che sogna di andare sulla Luna. Quando ero piccolo a Tomelilla avevo un amico il cui unico sogno era quello di volare.


Quali scrittori ti hanno influenzato?

Leggo moltissimo. Tra gli autori italiani mi son piaciuti molto Niccolò Ammaniti, Umberto Eco ed Elsa Morante. Poi una serie di scrittori svedesi che non ti dico perché hanno nomi per te impronunciabili.


La trilogia di Stieg Larsson ha venduto milioni di copie. Come vedete voi scrittori svedesi questo fenomeno?

Stieg Larsson non ha potuto godersi né la fama né i soldi e questo mi dispiace. Lui è davvero un mostro sacro.