30 luglio 2010

Intervista a Roberto Goracci


Studente di Giurisprudenza, cuoco, soldato, ristoratore, cacciatore di tesori nei Caraibi, broker di yacht, skipper. No, non stiamo parlando di Superman né tantomeno di McGyver o Berlusconi. Queste sono le attività che nella vita ha svolto Roberto Goracci, romano del ’66 il quale dal 1995 al 1999 ha vissuto a Cuba, beato lui! Poi ad un certo punto ha deciso di trasferire su carta le sue esperienze ed è diventato scrittore. Lo abbiamo intervistato anche per capire se ha intenzione di cimentarsi in qualcos’altro o se è ormai appagato dalle sue mille avventure.





Hai fatto di tutto nella vita. Qual è l’esperienza che ricordi con più piacere?

I tre anni passati a Cuba lavorando con un catamarano, portando a spasso i turisti. Ormai quell'isola ce l'ho nelle vene e prima o poi ci tornerò a vivere. Anche perchè qui in Italia non si vede luce, e io sto invecchiando...


In Acqua viziata racconti le manie degli italiani in mare. È tutto inventato o hai conosciuto davvero persone così?

Persone così esistono eccome e capita spesso di incontrarne. Nel libro di inventato c'è pochissimo. Più che la fantasia ho dovuto usare la memoria per ripescare certi personaggi tra i tantissimi che ho portato in barca e che ho conosciuto nei mie vent'anni da skipper. Se certe situazioni del libro possono sembrare estreme basta leggere un giornale qualsiasi per accorgersi che sono fin troppo realistiche.


In quale dei personaggi che racconti ti rispecchi maggiormente?


Credo che in ognuno ci sia qualcosa di autobiografico. Comunque quelli che più mi assomigliano sono Tommaso e Maurizio, due persone che sul mare ci lavorano.


Chi è il “cafonauta”?


"Cafonauta" è un termine usato da un personaggio del libro che può ricordare un po' il Furio di Verdone, ed è riferito al proprietario di un grosso motoscafone che sfreccia vicino alle barche alzando onde altissime. Personalmente lo trovo un termine un pò snob e spesso usato da persone che ritengono di essere gli unici a sapere come si vada per mare.


Cosa rappresenta il mare per te?

Il mio ufficio?


Quando e come ti è venuta la voglia di cimentarti nella scrittura?

Quando sono tornato da Cuba. Era un periodo in cui l'isola andava di moda e molti ne parlavano in termini entusiastici, altri esprimevano giudizi totalmente negativi. Mi pareva che tanti avessero un'opinione preconfenzionata in base al loro indirizzo politico. Avendo vissuto Cuba in maniera assolutamente unica e diversa da come la descrivevano i giornali e certe trasmissioni televisive , mi venne voglia di raccontarla con un libro, A est dell'Avana, che poi ha avuto un grande successo.

Acqua viziata


Roberto Goracci
TEA
2010

Arriva l’estate e le strade si svuotano. Il traffico del Grande Raccordo Anulare si trasferisce nelle acque del litorale laziale. Lo sa bene lo skipper Tommaso che a bordo del suo “Kool”, un catamarano Catana 38 con il quale offre un servizio charter, imbarca otto clienti per portarli a fare una vacanza nelle limpide acque dell’isola di Ponza. Stessa destinazione per “Alfio III”, un Caipirinha 27 del 1978 di Alberto Miccichè, un patito della navigazione a vela che si crede un ammiraglio, tiene un minuzioso diario di bordo e odia in modo viscerale i “cafonauti”. Tutto è pronto sul “Wally Street”, un mega-yacht da sei milioni di euro capitanato dall’alcolizzato Carlo Sperati, un vecchio lupo di mare. Dopo aver preso a bordo Emanuele Sacripanti, un giovane milionario armatore della barca, e la sua famiglia, si fa rotta, neanche a dirlo, verso Ponza. Sul “Moana”, una barca da quarantatre metri, Riccardo, un palazzinaro arricchito, ha invitato Luca e altri amici per una festa particolare a base di cocaina, alcol e una decina di escort. Infine Maurizio, uno skipper esperto, durante un viaggio di lavoro in cui porta un peschereccio dalla Germania all’Italia, s’imbatte nelle acque intasate a largo di Ponza…
Sembra che l’umanità si sia data appuntamento a Ponza, leggendo le pagine di Acqua viziata, secondo romanzo dello skipper Roberto Goracci. Ma in fondo è ciò che realmente succede l’estate: le acque del Mediterraneo si riempiono di mega-yacht di imprenditori milionari, con a bordo veline tettone coperte solo dalla loro pelle, barche a vela di signorotti arricchiti che solo perché escono in mare un mese l’anno si credono novelli Paul Cayard pronti a partecipare alla Coppa America a bordo di Mascalzone Latino. È questa la realtà che racconta l’autore con un taglio estremamente ironico, disegnando dei personaggi grotteschi che ricordano vagamente quelli che s’incontrano nelle pagine de L’ultimo capodanno dell’umanità e Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti. Con il suo stile diretto, nutrito di turpiloquio (a volte un po’ troppo), Goracci altro non fa che fotografare la realtà della società italiana, quella che si nutre di perbenismo e appena in vacanza dà il “meglio” di sé, dimostrando che il rispetto verso gli altri e verso l’ambiente sono solo concetti da salotto, parole che riempiono la bocca all'impegnato di turno. Le acque di Ponza diventano il luogo della discordia, del litigio, passerelle in cui si fa a gara a chi ha la barca più bella e più costosa (come accade sulla terraferma, d’altronde); terra di conquista per “cafonauti”, come direbbe il buon Alberto Miccichè.

29 luglio 2010

Stupefatti!


Charles Baudelaire, Honoré de Balzac, Lev Nikolaevič Tolstoj, Sigmund Freud
Piano B
2010

L’assunzione di cinque sostanze a partire dalla metà del Seicento ha cambiato radicalmente le abitudini dell’intero genere umano. L’alcol, lo zucchero, il tè, il caffè e il tabacco vengono assunti quotidianamente per un unico scopo: il raggiungimento del piacere. Ma quando si eccede, superando i limiti imposti dalla natura, l’uomo va incontro all’unica soluzione possibile: si consuma… L’Hashish, o canapa indiana, è una pianta della famiglia delle urticacee. Le sue proprietà inebrianti sono note sin dai tempi dell’antico Egitto e, a seconda del tipo di composizione e del modo di preparazione che subisce nel paese dove è stata raccolta, assume nomi diversi: bangie in India, teriaki in Africa, madjound in Algeria. Ma tutti o quasi la conoscono con il nome unico ed universale di “erba”… La pianta della coca, “Erythroxylon coca”, viene coltivata in Sud America, soprattutto in Perù e Boliva. L’uso della coca venne scoperto dagli europei quando i conquistatori spagnoli misero piede in Perù e si accorsero che le popolazioni indigene facevano un largo uso delle foglie di questa pianta. Durante il lavoro venivano distribuite foglie di coca da masticare, e un indigeno riusciva a masticare un centinaio di grammi di coca al giorno…
Vodka, vino, birra, hashish, morfina, cocaina. L’uomo ha bisogno di sostanze inebrianti. Ma qual è il motivo che lo spinge a drogarsi? Il concetto di droga assume significati polisemici e di ampia portata. Cos’è la droga? Quali sostanze possono essere annesse nel novero della droga? Stupefatti! è un’antologia di quattro saggi che ruotano intorno a questo tema sempre attuale che già riempiva i dibattiti culturali che avvenivano nei salotti di fine Ottocento. Honoré de Balzac nel “Trattato degli eccitanti moderni” del 1839 analizza gli effetti che sostanze assunte quotidianamente - alcol, zucchero, tè, caffè e tabacco- hanno sull’individuo. Il piacere e l’ebbrezza portano l’uomo alla tomba, perché “ogni eccesso che intacchi le mucose abbrevia la vita”. Ne “Il poema dell’hashish” del 1860 Charles Baudelaire, dopo aver dissertato sull’origine della canapa indiana, descrive i comportamenti degli adepti dell’hashish di Parigi. Sigmund Freud affronta il tema della cocaina nel trattato “Sulla coca” del 1884 e lo fa dal punto di vista storico e medico, analizzando gli effetti della coca sugli animali e sull’organismo umano, per poi passare in rassegna l’uso terapeutico della pianta. Nell’ultimo saggio, “Perché la gente si droga” del 1890, Lev Tolstoj cerca di trovare la risposta a questo quesito, affermando che “ la gente beve e fuma non così, non per noia, non per stare allegri, non perché allora a loro piace, ma per ottundere la propria coscienza”. Quattro scritti che analizzano in modo critico e senza elevare muri idealistici gli effetti che le sostanze stupefacenti e psicotrope hanno avuto - e hanno- sull’uomo e sulla società. Un tema, quello della droga, sempre più attuale, ancora capace di scatenare dibattiti tra i proibizionisti e gli anti-proibizionisti, tra i fautori della liberalizzazione e i difensori di antichi ideali conservatori. Chi ha ragione? Questo Balzac, Baudelaire, Freud e Tolstoj non ce lo hanno saputo dire, “limitandosi” ad aprire una finestra sull’uso sempre più massiccio di droghe nella nascente società moderna di fine Ottocento.

22 luglio 2010

Marlowe ti amo


Frank Spada
Robin
2010

Sette giorni per un’indagine all’apparenza semplicissima: trovare Barbara G., una ragazza che, dopo la morte del padre in un incidente aereo si è allontanata da casa mettendo in ansia la matrigna, la signora Angela G., una donna avvenente dagli occhi di smeraldo. Siamo in California, negli anni Cinquanta. Il compito di rintracciare Barbara ed accertarsi che stia bene è affidato a Marlowe, detective privato che si muove a bordo della sua 'puledrina', una Olds decappottabile. L’indagine assume una strana piega quando Marlowe viene contattato dall’enigmatico Abel T., fratello della seconda vittima dell’incidente aereo, il quale vuole assumerlo per proteggere una ragazza: la stessa Barbara G. Marlowe è attratto dal caso, soprattutto dopo aver scoperto che l’incidente aereo in cui sono periti il signor G. e Cain T. potrebbe essere opera di un burattinaio che muove i fili a proprio piacimento. Per questo Marlowe, tra troppi whisky e sigarette, deve stare attento a dove mettere i piedi ed ascoltare la voce del suo doppio…
Il jazz della West Coast: è quella la colonna sonora che accompagna piacevolmente la lettura di Marlowe ti amo, romanzo d’esordio di Frank Spada. Il nome dello scrittore potrebbe trarre in inganno ed evocare un vecchio italoamericano che si strugge di nostalgia mentre scrive queste pagine, che in realtà sono state scritte da un italiano di Udine sotto pseudonimo. La storia editoriale del romanzo inizia due anni fa, quando Frank lo pubblica sul suo blog, e lì rimane fino a quando viene segnalato da Franz Haas, docente di Letteratura tedesca contemporanea dell’università di Milano, il quale ha definito l’autore “un bravissimo ballerino” per la sua capacità nel costruire i passaggi descrittivi e narrativi. Sta in fondo proprio qui la forza di Marlowe ti amo: nel linguaggio asciutto e diretto del protagonista, nel suo occhio descrittivo che ci fa toccare la realtà con mano e ci immerge nella sua psiche, soprattutto quando è alle prese con il suo doppio o si getta in voli psico-onirici quando ricorda il padre morto, quasi a richiamare personaggi del calibro di Zeno Cosini o Leopold Bloom. L’intera narrazione ruota, infatti, intorno a Marlowe, il quale ci espone i fatti in prima persona, ci regala momenti di solitudine straordinari grazie ai quali riusciamo a percepire la vera intenzione dell’autore: non tanto descrivere il lavoro del detective - la trama non viene approfondita più di tanto e l’indagine si rivela tutto sommato semplice - quanto porre l’accento sulla personalità di Marlowe, il cui nome richiama l’omonimo personaggio di Raymond Chandler ma anche il protagonista di Cuore di tenebra di Conrad, Marlow. È un duro, lui, uno di quelli che siamo abituati a vedere nelle vecchie pellicole hard-boiled: per questo, per non tradire le aspettative, nel momento in cui vi apprestate a leggere Marlowe ti amo abituatevi all’odore del tabacco e del whisky di cui le pagine sono intrise.

Quello che manca


Paolo De Lazzaro
Zero91
2010

Roma. Carlo Martini viene trovato morto nella sua concessionaria d’auto sulla via Tiburtina. È stato freddato con un colpo di fucile da caccia. L’omicidio non è da collegare ad una rapina finita male, perché alla vittima non è stato portato via nulla. Quando il corpo viene ritrovato giungono sul posto il tenente dei Carabinieri Saverio Catalano e il maresciallo Riccardo Zanetti. Il sostituto procuratore Sergio Baratto, antipatico fino al midollo e uomo dall’ego smisurato, trova immediatamente il colpevole: Marcello Gallinari, vicino di casa della vittima e conduttore di una trasmissione radiofonica che parla solo ed esclusivamente della squadra di calcio della Roma. Il caso è chiuso. Non la pensa allo stesso modo il maresciallo Zanetti, il quale inizia un’indagine privata e non autorizzata con l’aiuto della sua compagna e collega, il carabiniere scelto Cristina Orlandini. Riccardo ha un solo scopo: conoscere la verità e riportarla a galla. Fa parte del suo essere, per questo da bambino voleva fare prima l’archeologo e poi il giornalista di cronaca. Persino un carabiniere può giungere alla verità delle cose, anche se il prezzo da pagare è molto alto…
Romanzo d’esordio per il romano Paolo De Lazzaro, noto soprattutto per aver pubblicato diversi racconti sul mondo del calcio con lo pseudonimo Kammamuri. Quello che manca è un viaggio nel passato di Riccardo Zanetti, carabiniere atipico, il quale racconta in prima persona le vicende legate ad un caso di cronaca nera. Al piano strettamente narrativo, al quale corrisponde una narrazione al passato, si alterna un piano di analisi del presente, in cui lo stesso protagonista fa i conti con la sua condizione attuale, regalandoci pagine di infinita malinconia e piene di una nera consapevolezza sull’ineluttabilità del destino, accompagnate da una colonna sonora che si nutre soprattutto di jazz. In questa struttura binaria l’autore trova il tempo di descrivere le mille facce di Roma, una città costretta col passare degli anni ad indossare la maschera della metropoli pur rimanendo salda alle proprie tradizioni e fa da cicerone in un viaggio per i luoghi della Capitale. C’imbattiamo così nella caotica e piena di semafori via Tuscolana, nella ormai industrializzata via Tiburtina, nella borghese zona di Corso Trieste, nella sempiterna via Nomentana passando da piazza Bologna, il tutto circondato dall’ormai fondamentale e intasato Raccordo Anulare. Un romanzo che racconta la quotidianità, fatta dei rumori della strada, dei silenzi domenicali, di quelle piccole cose alle quali siamo abituati e aggiunge un tocco di poesia quando getta lo sguardo all’interno, nell’io del protagonista che non riesce a trovare se stesso, nella perenne sensazione di non essere compreso. Solo una formula matematica lo può aiutare a capirsi, a decifrare la realtà dalla quale è circondato: “Quello che c’era meno quello che c’è fa quello che manca; e quello che manca scava; scava e brucia”. La consapevolezza è raggiunta. Il prezzo è stato pagato.

19 luglio 2010

Ritual


Mo Hayder
Traduzione di Adria Tissoni
Longanesi
2010

Porto di Bristol. Phoebe “Flea” Marley, sergente del Reparto sommozzatori della polizia, sta scandagliando i fondali in seguito ad una segnalazione. Sta cercando una mano mozzata, e la trova. La prima sensazione di Flea è che la mano non appartenga ad un cadavere ma che possa essere stata tagliata ad una persona ancora in vita: sensazione che viene confermata dalle analisi del patologo. Alcuni giorni dopo viene trovata una seconda mano nella zona antistante ad un ristorante gestito da un sudafricano.Le indagini vengono condotte dal detective Jack Caffery, giunto da Londra con il suo carico di dolore e fantasmi del passato. Anche Flea è tormentata: due anni prima i genitori hanno perso la vita nel Bushman’s Hole, la fossa di Boesmansgat, uno stagno del Sudafrica che nasconde un abisso. Uniti dalle loro esperienze personali Flea e Jack cercano a loro modo di risolvere il caso imbattendosi in un universo antropologico che si nutre di arti mozzati e si abbevera di sangue umano: la medicina “Muti”, un’antica dottrina sudafricana che affonda le radici nella superstizione e nella pratica di strani rituali…
Mo Hayder è una scrittrice britannica che ha viaggiato molto e cambiato spesso lavoro prima di trovare la sua strada. Questo suo carattere inquieto lo troviamo trasposto nella protagonista di Ritual, Flea Marley, donna problematica e preda delle ossessioni che giungono dal passato. Inizialmente l’autrice aveva deciso di incentrare la narrazione sulla protagonista femminile, dopo aver mandato in pensione il detective Jack Caffery, protagonista di Birdman e Il trattamento. Per due romanzi quindi il buon vecchio Jack era stato cestinato perché dopo un forte amore nei suoi confronti la Hayder aveva avuto bisogno di una ventata di aria fresca e di nuovi personaggi. Le cose sono cambiate in seguito all’incontro con John, un uomo che la scrittrice scorgeva spesso camminare lungo la tangenziale di Bath. Incuriosita, ha deciso di fermarlo e di farsi raccontare la sua storia. Così è nato il personaggio dell’Uomo che cammina, enigmatico, dal passato oscuro e che rappresenta una parentesi all’interno dell’intero plot. Ma l’Uomo che cammina aveva bisogno di una ragione d’esistere, di una giustificazione e allora l’autrice ha pensato all’unica soluzione possibile: il ritorno di Jack Caffery, perfetto per un confronto con il misterioso personaggio. Scelta azzeccata e che funziona, perché Jack Caffery è un personaggio al quale ci si affeziona perché rappresenta il tipo di poliziotto che maggiormente piace al lettore: imperfetto, passionale (nel senso letterale del termine), a volte irrazionale, in poche parole, umano. La bravura della Hayder sta proprio nel saper rappresentare i propri personaggi, anche quelli secondari, attraverso l’attenta descrizione del carattere, della psiche e delle pulsioni, anche se a volte la narrazione perde un po’ di ritmo. Ritual è comunque un thriller interessante, che parte in sordina, dalle oscure e limacciose acque del porto di Bristol, e termina con un finale a sorpresa, inaspettato; quando si è sicuri della soluzione Mo Hayder mischia le carte, azzera tutto, costringendoci a leggere in modo maniacale le pagine per giungere alla soluzione dell’intrigo. Proprio quello che ci si aspetta da un libro con una copertina come questa.

04 luglio 2010

Una tragedia italiana


Andrea Amici
Longanesi
2010

Italo Pizzo è un giovane sanremese. Nell’estate del 1943 viene arruolato nella Regia Marina Militare. La sua destinazione è La Spezia, dove è ancorata la flotta italiana. Quando arriva nella città ligure Italo si rende conto della nave sulla quale sarà imbarcato: la corazzata Roma, fiore all’occhiello della Marina italiana, varata nel 1940 e consegnata due anni dopo. Una nave nuovissima e inaffondabile, vero terrore del Mediterraneo, ammiraglia di una flotta che comprende anche le gemelle Vittorio Veneto e Littorio, ribattezzata Italia dopo la caduta del fascismo nel 25 luglio del 1943. Italo viene assegnato al settimo reparto, quello dei fuochisti, che ha il compito di far funzionare le caldaie che muovono l’intera imbarcazione. La vita di bordo è alquanto noiosa, perché la Roma si muove solo per sporadiche esercitazioni. Ma l’8 settembre accade un fatto che cambia definitivamente le sorti dell’intera nazione: Pietro Badoglio firma l’armistizio con gli Alleati; l’Italia pone fino al conflitto al fianco della Germania. Il 9 settembre la flotta italiana riceve l’ordine di salpare. Tutte le navi devono trasferirsi in porti controllati dagli Alleati. Mentre la flotta naviga in mare aperto viene avvistato uno stormo di Dornier, i letali bombardieri tedeschi. Quando la prima bomba sfiora la Roma è il panico. La seconda fa centro e si scatena l’inferno. Nelle acque del golfo dell’Asinara alle 16.11 la corazzata Roma viene affondata e con essa trovano la morte 1393 dei 2021 uomini dell’equipaggio. Italo Pizzo riesce miracolosamente a salvarsi, ma inizia per lui una lunga odissea…
L’8 settembre 1943 rappresenta per l’Italia un capitolo di storia amaro, doloroso. Un Paese spaccato a metà, in cui una lotta fratricida contrapponeva fratelli divisi e costretti a combattere. Un Paese in cui le navi militari non sapevano in quali porti approdare. Un Paese che non sapeva più distinguere l’amico dal nemico. Andrea Amici prova a fare luce su questo periodo, che vide l’affondamento della nave più forte di tutto il Mediterraneo: la corazzata Roma. Una nave contesa dalla brama trionfalistica degli alleati e dall’ottusità oltranzista dei tedeschi. Una nave che fu lo specchio di un’Italia che affondava, colpita da coloro che diffusero il verbo del male in tutta Europa. Una nave in cui era imbarcato Italo Pizzo, nonno di Andrea Amici, socio fondatore dell’Associazione Regia Nave Roma e sommozzatore dei Vigili del Fuoco. Un giorno si è imbattuto in un vecchio quaderno che conteneva le memorie del nonno e ha deciso di approfondire quella che è stata una parentesi dolorosissima della storia della Marina Militare Italiana. Una tragedia italiana nasce dal diario che Italo scrisse per conservare la memoria di quegli anni bui e viene integrato dalle testimonianze degli altri superstiti, aprendo una finestra dalla quale possiamo assistere a ciò che realmente accadde in quei tragici momenti. L’abilità dell’autore risiede nell’aver trasformato il materiale raccolto in un racconto avvincente, una storia commovente che narra un viaggio verso l’unica speranza che i giovani italiani del ’43 covavano nel loro animo: tornare a casa e abbracciare la propria famiglia. Un racconto che esige e pretende la nostra attenzione affinché storie come questa non si inabissino come la corazzata Roma nel dimenticatoio della Storia.