09 giugno 2011

Pioggia sporca


Fabrizio Casa
Sinnos
2011

Ponte Rubro. È una serata piovosa quella in cui un gruppo di giovani decide di compiere un raid in un campo nomadi. Tra questi vi è Fabio Giusti, diciassette anni, giovane promessa del pugilato, un peso mosca: per questo viene appunto chiamato Mosca. Pochi minuti e l’incursione al campo è compiuta. I ragazzi stanno per fare ritorno alle loro auto, quando da una roulotte in fiamme esce una ragazza che brandisce un bastone. Mosca è ammutolito, ammaliato dalla bellezza esotica della giovane, per questo rimane immobile quando viene colpito con violenza al braccio destro, prima di fuggire. La ragazza che ha quasi compromesso la carriera pugilistica di Mosca è Myra Novak, una sinti di sedici anni, discendente da una famiglia di giostrai che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, ha girovagato per l’Europa in cerca di salvezza per giungere in Sardegna, prima, e a Ponte Rubro - il ‘Rubronx’ - poi. Da poco Myra ha scoperto un casale abbandonato all’interno del quale ha trovato la foto di suo nonno, scomparso nel 1943: una storia di cui la sua famiglia non ha mai voluto parlare. Nel frattempo, ad indagare sull’aggressione al campo nomadi è il sovrintendente Salvatore Mitraglia, il quale si trova catapultato in una vicenda che affonda le radici nella seconda guerra mondiale, e scopre un segreto che accomuna Myra e Mosca…
Una ragazzata che per poco non si trasforma in uno dei tanti, tristi episodi di cronaca; la rivisitazione di un episodio storico poco noto; un’indagine locale che svela i retroscena di un fatto accaduto decenni prima e gettato nel dimenticatoio della storia: sono questi gli ingredienti che compongono il plot di Pioggia sporca, terzo romanzo di Fabrizio Casa, autore di trasmissioni tv, ideatore di giochi da tavolo, divulgatore e scrittore per ragazzi. Siamo a Ponte Rubro, luogo di fantasia che incarna la fisionomia di ogni luogo di periferia, dove la paura per il diverso si trasforma spesso in gesti di violenza dettati dall’ignoranza. È qui che s’intrecciano le vicende di Mosca, Myra e il sovrintendente Mitraglia: storie e destini che trovano una strada comune, nonostante la distanza sociale e culturale e i pregiudizi verso qualcosa che non si conosce davvero. È il passato che soprattutto costituisce il punto di contatto massimo tra i mondi di Myra e Mosca, attorno alla personalità di Lauro De Bosis, colui che si oppose fermamente al regime fascista e il 3 ottobre del 1931, partendo dalla Francia a bordo di un piccolo aereo da turismo, arrivò sui cieli di Roma, capitale dell’“impero”, e lanciò migliaia di volantini ostili alla dittatura, emulando l’impresa di D’Annunzio del 1918. Nelle pagine di Pioggia sporca Fabrizio Casa ha voluto prolungare la vita di De Bosis fino al 1943, rendendolo protagonista di una vicenda la cui eco giunge sino ai giorni nostri, in un romanzo che assume a tratti le caratteristiche di un romanzo di formazione in cui l’eroismo si nutre di piccoli e grandi gesti. Con due costanti: una musica costante e policroma che accompagna i protagonisti sin dalle prime pagine, e un’incessante pioggia che diventa simbolo di liberazione e catarsi.

Il superstite


Wulf Dorn
Traduzione di Alessandra Petrelli
Corbaccio
2011

Sabato 12 gennaio 1985. È una fredda notte d’inverno quando il dottor Bernhard Forstner perde il controllo della sua macchina e si schianta contro un albero a causa dell’alta velocità e della strada ghiacciata. La sua è stata una corsa folle verso il luogo dell’appuntamento con l’uomo che poche ore prima ha rapito suo figlio Sven, di soli sei anni, mentre era fuori con suo fratello maggiore Jan. L’impatto è stato tremendo. Bernhard vive gli ultimi istanti della sua agonia conscio che la sorte di Sven è legata alla sua. E lui sta per morire… Ventitre anni dopo Jan Forstner, figlio di Bernhard e fratello di Sven, fa ritorno a Fahlenberg, la città della sua infanzia e delle sue tragedie familiari. È stato chiamato dal professor Raimund Fleischer per lavorare nell’ospedale psichiatrico della città, quello in cui lavorava anche suo padre, la Waldklinik. Jan è uno psichiatra e la sua carriera si è interrotta quando ha picchiato a sangue Laszinski: un suo paziente. Un assassino pedofilo. Come quello che probabilmente ha rapito suo fratello Sven, verso il quale Jan prova un grande senso di colpa e del quale gli resta solo una voce su un registratore, le sue ultime parole pronunciate quella tragica notte: "Quando torniamo a casa?”. Il lavoro alla Wildklinik rappresenta per Jan la possibilità di tornare a vivere e scacciare definitivamente i suoi demoni. Ma nel frattempo un’ ex paziente della clinica si suicida in circostanze misteriose e Jan si ritrova coinvolto in un’indagine oscura che affonda le radici nel suo passato e nei suoi incubi…
Dopo La psichiatra, vero e proprio caso editoriale del 2010 con oltre centomila copie vendute e sei edizioni in quattro mesi, lo scrittore tedesco Wulf Dorn – che ha lavorato per anni come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici – riapre una finestra sulla psiche umana e le sue deformazioni con il thriller psicologico Il superstite. È il passato che viene messo in risalto dallo scrittore. Quel passato che logora l’animo umano e costituisce un fardello doloroso e smisurato. È quello che accade a Jan, il quale porta per anni il peso della morte del fratello, evento che sconvolge totalmente la propria vita e che crea un effetto domino che investe diversi cittadini di Fahlenberg, città inventata da Wulf Dorn per accogliere i deliri narrativi della sua psiche e tratteggiare una vicenda dai contorni oscuri e inquietanti, in cui la suspense domina fino alle ultime pagine e il confine tra lucidità e follia, verità e finzione, vita e morte rimane costantemente in sospeso.

L'adepto


Massimo Lugli
Newton & Compton
2011

Sono passati venticinque anni da quando Marco Corvino ha risolto il caso del Carezzevole, mettendo a repentaglio la propria vita. A quei tempi era un volontario che muoveva i primi passi nella cronaca nera. Ora è un giornalista navigato, un veterano alle prese con l’avvento del nuovo giornalismo e con caporedattori leccaculo che pretendono di insegnargli il mestiere. È proprio uno di questi a incaricare Marco di far luce su un episodio di cronaca: il 2 novembre, giorno dei morti, nei pressi di un cimitero sono stati trovati un gatto nero decapitato, tre candele votive, un bastone d’incenso consumato e una scritta su un foglietto macchiato di sangue. Un rito satanico che fa sempre notizia. Per questo Marco inizia un’inchiesta nel sottobosco urbano, nei meandri del mondo dell’occulto che si nutre di santoni, esorcisti, maghi, sensitivi, Voodoo, Candomblé e Santeria. Un universo che Corvino guarda con scetticismo, fino a quando viene ritrovato il cadavere martoriato di un neonato nei pressi di una chiesa sconsacrata: un altro rito satanico. Sembra che, dopo venticinque anni, l’orrore si sia insinuato nuovamente nella vita di Marco Corvino, il quale si ritrova travolto da una serie di eventi inspiegabili che rischiano di rovinare definitivamente tutto ciò che fa parte della sua esistenza…
Il male si declina in varie forme. Lo sa Massimo Lugli – inviato storico di cronaca nera e finalista al Premio Strega del 2009 – e lo sa Marco Corvino, protagonista de Il carezzevole e del suo sequel, L’adepto. Se nel romanzo precedente era stato descritto il male puramente fisico, qui le cose cambiano e assumono un punto di vista completamente diverso. È un male mimetico, spirituale, infido, quello che Marco Corvino si trova a dover fronteggiare. Un nemico certamente più forte, contro il quale non esiste alcuna arma. E tra messe nere, incubi, riti voodoo e sedute spiritiche, Massimo Lugli ci apre le porte del suo concetto di male, quello che è alla portata di tutti e si nasconde nelle persone che incontriamo nella quotidianità, perché, come afferma il colonnello Zanfreddi, un personaggio del romanzo, “il male, spesso, è di una banalità sconvolgente”. Ma L’adepto non è solo questo. È anche il resoconto di oltre trent’anni di giornalismo vissuto in trincea, sulla strada. Un giornalismo che ha subito mutamenti strutturali che ne hanno minato la stessa essenza. Non manca, inoltre, l’ormai consueta incursione nel cosmo delle arti marziali, che vede Marco Corvino immerso nelle pratiche del Tai Ki Kung – dopo un passato da karateka – di cui lo stesso l’autore è maestro. Il vero punto di forza della scrittura di Massimo Lugli sta nelle descrizioni enfatiche degli stati d’animo, che avvolgono il lettore in una nube d’inquietudine e terrore, in un percorso iniziatico che viene vissuto in prima persona e raccontato con uno stile che non concede cadute di tensione e non si abbandona mai alla banalità. Il tutto condito da un sottile filo d’ironia che è diventato ormai un marchio di fabbrica di Massimo Lugli e fa de L’adepto un romanzo assolutamente imperdibile.

La cacciata dei musulmani dall'Europa


Lucio Lami
Mursia
2008

Estate del 1683. Decine di migliaia di turchi assediano Vienna e interminabili carovane di musulmani risalgono dai Dardanelli in direzione della città di Leopoldo. I giannizzeri di Maometto IV, agli ordini del Gran Visir Kara Mustafà, e gli alleati del sultano, i magiari e i temibili slavi, stanno tentando di sferrare l’attacco decisivo al già traballante Sacro Romano Impero, per tornare in Spagna, persa definitivamente nel 1492 quando Ferdinando e Isabella, “Los Reyes Católicos”, cacciarono dalla penisola iberica l’ultimo governante musulmano. L’Europa e la Cristianità sono in pericolo, quindi, per questo papa Innocenzo XI sta facendo di tutto per fermare l’orda musulmana, anche svenare le casse della Chiesa per formare eserciti cristiani. Come se non bastasse, Luigi XIV, il Re Sole, nel perseguire la sua politica espansionistica, non solo non interviene in difesa di Vienna, ma finanzia i Turchi affinché la assedino.
In questo scenario vive il principe Eugenio di Savoia, designato dalla nascita alla carriera ecclesiastica a causa della sua salute cagionevole e vissuto alla corte del Re Sole. Ma Eugenio vuole decidere da solo il suo destino, per questo parte alla volta di Vienna per arruolarsi nell’esercito e mettere a disposizione il suo genio militare, grazie al quale riuscirà a liberare Vienna, conseguire vittorie incredibili, come quella di Patervaradino, Zenta e Belgrado, e giungere alle porte di Costantinopoli per dare vita all’ultima crociata della storia…
Forse pochi conoscono i rapporti che da secoli intercorrono tra l’Europa e la Turchia e che i giannizzeri turchi arrivarono alle porte di Vienna per assediarla e abbattere il fulcro del Sacro Romano Impero. Il giornalista Lucio Lami, già redattore de “Il Giornale” di Indro Montanelli e vincitore di numerosi premi quali il Premio Hemingway e il Max David, ricostruisce le vicende che vanno dal 1683 al 1718, periodo che viene ricordato come “l’ultima crociata”, con questo La cacciata dei musulmani dall’Europa, saggio storico dal taglio narrativo che assume la fisionomia di un romanzo. La cronistoria di Lami è stata costruita attraverso l’analisi delle fonti storiche delle principale forze in campo, quelle vaticane e quelle turche, e offre uno spaccato che abbonda di personaggi non molto noti ma che hanno contribuito a costruire l’Europa attuale, primo tra tutti il principe Eugenio di Savoia, vero protagonista di una vicenda che ha visto una cristianità realmente in pericolo, fino al ribaltamento strategico- militare che ha condotto le truppe europee fino alle porte di Costantinopoli. Quella di Eugenio, infatti, è un’epopea che vede un uomo gracile destinato alla carriera ecclesiastica diventare condottiero capace di conquistare il rispetto dei soldati mettendosi alla testa delle truppe. In definitiva il saggio di Lucio Lami, aprendo una finestra su un periodo in cui l’Europa viveva profonde contraddizioni, offre spunti di riflessione sulla situazione attuale del continente e si inserisce nel dibattito sul rapporto che l’Occidente deve avere con la cultura islamica. Perché in fondo è guardando alla storia e alle sue radici che l’uomo impara a conoscere se stesso e la realtà che lo circonda.

19 maggio 2011

La macchia del peccato


Franck Thilliez
Traduzione di Monica Ferrari, Romina Tappa
Nord
2009

Parigi. Son passati sei mesi da quando la vita del commissario di polizia criminale Franck Sharko è cambiata radicalmente. Sei mesi da quando sua moglie Suzanne è scomparsa semplicemente nel nulla. Nessun segnale, nessuna richiesta di riscatto. Nulla. Sei mesi in cui Franck è caduto vittima dei suoi incubi e si è rinchiuso nel suo personale travaglio esistenziale. Ma ora è tempo di reagire, riprendere in mano la propria vita e gettarsi nel lavoro, perché il cadavere di una donna è stato trovato in una villa di Fourcheret, un paesino vicino Parigi. Martine Prieur è stata torturata, mutilata, uccisa e disposta come una macabra opera d’arte: gli occhi le sono stati cavati dalle orbite e rimessi al loro posto in modo da orientare le iridi verso il cielo. Franck si getta a capofitto nelle indagini: ha bisogno di credere in qualcosa per andare avanti e resistere al desiderio di farla finita con la vita. Come se non bastasse il killer della Prieur gli ha mandato una mail in cui descrive i dettagli della sua opera: sembra che voglia dimostrare la sua superiorità. Intanto il cadavere di un’altra donna viene ritrovato da Sharko grazie alle indicazioni crittografate contenute nella mail. Il killer, l’Uomo senza volto, sta sfidando Franck; sta braccando lui e le persone che gli sono vicine. Nessuno è al sicuro e il commissario Sharko deve far ricorso al suo intuito e all’aiuto dei suoi collaboratori per fermare il massacro…
Diversi aspetti del genere thriller convergono ne La macchia del peccato, terzo romanzo dello scrittore Franck Thilliez pubblicato in Italia dopo La stanza dei morti – con cui ha vinto i premi Prix des lecteurs, Quai du polar 2006, e Prix SNCF du polar français 2007, e ha visto la trasposizione cinematografica diretta da Alfred Lot – e Foresta Nera. Vi sono le tinte oscure e claustrofobiche del thriller psicologico, la violenza del thriller classico e le cruente immagini del medical thriller, elemento che denota la capacità dell’autore nel saper maneggiare i diversi generi e farli convergere in un puzzle narrativo che richiama i romanzi di Fred Vargas e pellicole di genere, come il violentissimo “Martyrs”, film del regista francese Pascal Laugier. Proprio al “torture porn” sembrano rifarsi le immagini delle torture che l’autore descrive, in un vortice di brutalità che aumenta pagina dopo pagina. Ma c’è dell’altro: c’è la descrizione dell’ambiente sadomaso e l’incursione negli ormai famigerati snuff movies. Sebbene la lettura de La macchia del peccato si riveli avvincente e seducente, gli accorgimenti narrativi non eccellono in originalità e la costruzione dei personaggi non riesce a dare loro il giusto risalto. Infine l’autore avrebbe dovuto mimetizzare maggiormente l’identità dell’Uomo senza volto, perché se qualsiasi lettore attento fosse disposto a scommettere sulla sua identità dopo aver letto le prime sessanta pagine, sicuramente sarebbe contento di vincere la propria scommessa.

Nel silenzio dell'aquila


Mirna Fornasier
Gingko
2010

Miki ha un marito che si chiama Luca e un figlio che si chiama Antonio, un ragazzo che, giunto all’età adolescenziale, ha smarrito la sua via fino ad un tragico incidente in cui un suo amico ha perso la vita. Miki sa che, per ritrovare la luce negli occhi del figlio, deve a tutti i costi compiere una missione, un viaggio indicatole da un sogno in cui un’aquila le diceva: «Una lunga strada ti attende, ma è l’unica strada che puoi percorrere; solo lassù, nel silenzio, le tue preghiere potranno essere esaudite. Solo lassù, dopo un lungo cammino, potrai aiutarlo». E così Miki intraprende il viaggio. Sola. Nell’ultima area wilderness d’Europa: il Padjelantala National Park, nelle lontane lande della Lapponia svedese…
«D'i nostri sensi ch'è del rimanente / non vogliate negar l'esperïenza, /di retro al sol, del mondo sanza gente / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Queste le parole che Dante fa dire ad Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno. Parole che testimoniano la tenacia di Ulisse, che diventa simbolo dell’intera umanità, nel volersi spingere oltre i confini dell’ignoto per trovare la conoscenza. Confini; limiti: parole sconosciute per chi, come Miki, decide di avventurarsi in una landa sperduta senza traccia di civiltà. Miki è l’alter - ego di Mirna Fornasier, autrice di Nel silenzio dell’aquila, reportage di un viaggio compiuto realmente in solitaria dall’autrice e narrato sotto le spoglie di una fiction. Perché, se i personaggi che si muovono attorno a Miki sono di pura fantasia, l’autrice ha davvero calpestato il suolo del Padjelantala National Park, venendo a contatto con dimensioni inimmaginabili per chi, abituato al tran tran del quotidiano, fa fatica anche a fare cento metri a piedi. Una narrazione al confine tra il reale e l’immaginato, dunque, in cui trovano spazio le descrizioni degli immensi spazi del Grande Nord, dei suoi infiniti silenzi e dei suoi abitanti: i Sami, coloro che i coloni del sud apostrofarono con il nome di Lapponi. La descrizione di un rapporto con la natura e con la terra che diventa carnale e spirituale al contempo; un cammino verso la scoperta della propria catarsi e della propria forza interiore, tra mille difficoltà ed ostacoli. Una salita che diventa allegoria di ogni esperienza umana, raccontata nelle centododici di pagine di un libro che si nutre soprattutto di silenzio: quello dell’aquila…

Psicopatico


Carles Quilez
Traduzione di Francesca Sammartino
NonSoloParole
2007


Daniel Sala Atarés è un giornalista di Barcellona. Nel 1994 è stato inviato in Bosnia, durante l’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbe di Slobodam Milosevic, rischiando la sua stessa vita. Nel giorno del Pilar del 2001 Daniel decide di contattare Santiago Germán, avvocato penalista esperto nella difesa di persone impossibili. Una di queste è l’uomo sul quale il giornalista vuole scrivere un libro: José Gascón Fonollosa, autore di delitti cruenti, stupri e rapine a mano armata, rinchiuso nella cella 6369 del carcere di Quatre Camins. Gascón accetta e inizia tra lui e Daniel un periodo di incontri in cui il detenuto racconta la sua storia, a partire da quel giovedì dell’ottobre 1972 in cui il detenuto venne arrestato per la prima volta: aveva tredici anni. Ma avere a che fare con Gascón non è impresa semplice: Daniel viene introdotto in un vortice di violenza, sangue e morte; di vita nel carcere e vendette, fino agli angoli più oscuri della mente di José Gascón Fonollosa, uno psicopatico…
Se dovessimo limitarci ad analizzare esclusivamente il contenuto di Psicopatico, potremmo dire che Carles Quílez ha costruito un ottimo reportage travestito da romanzo, in cui l’autore veste i panni del narratore onnisciente e immerge il suo alter-ego Daniel Sala Atarés in una torbida vicenda realmente esistita. José Gascón Fonollosa è il nome fittizio di un personaggio reale, con il quale l’autore ha avuto una ventina di incontri che hanno permesso a Quílez, giornalista giudiziario, di costruire un libro che si sostiene tramite l’ausilio di fonti di prima mano direttamente fornite dal protagonista, il quale ripercorre a ritroso la sua vita criminale. Ma un’opera letteraria è composta da contenuto e forma. E qui la nota dolente, perché Psicopatico presenta una serie di mende macroscopiche che lascerebbero allibito anche un non addetto ai lavori. Si incontrano nella lettura errori ortografici, errato uso dei segni paragrafematici, un uso improprio della punteggiatura e vari casi di disgrafia sparsi lungo tutto il testo. Ad un certo punto, addirittura, ci si imbatte in «credemmo a terra» che è la ciliegina sulla torta di un testo zeppo di errori. Anche se non è nostro compito correggere gli errori di chi scrive, quando si manda in stampa un libro bisognerebbe aver compiuto un minimo di editing. Sinceramente, sembra ovvio che nella pubblicazione di Psicopatico ciò non sia stato fatto, o fatto con poca cura. Un vero peccato.