19 maggio 2011
La macchia del peccato
Franck Thilliez
Traduzione di Monica Ferrari, Romina Tappa
Nord
2009
Parigi. Son passati sei mesi da quando la vita del commissario di polizia criminale Franck Sharko è cambiata radicalmente. Sei mesi da quando sua moglie Suzanne è scomparsa semplicemente nel nulla. Nessun segnale, nessuna richiesta di riscatto. Nulla. Sei mesi in cui Franck è caduto vittima dei suoi incubi e si è rinchiuso nel suo personale travaglio esistenziale. Ma ora è tempo di reagire, riprendere in mano la propria vita e gettarsi nel lavoro, perché il cadavere di una donna è stato trovato in una villa di Fourcheret, un paesino vicino Parigi. Martine Prieur è stata torturata, mutilata, uccisa e disposta come una macabra opera d’arte: gli occhi le sono stati cavati dalle orbite e rimessi al loro posto in modo da orientare le iridi verso il cielo. Franck si getta a capofitto nelle indagini: ha bisogno di credere in qualcosa per andare avanti e resistere al desiderio di farla finita con la vita. Come se non bastasse il killer della Prieur gli ha mandato una mail in cui descrive i dettagli della sua opera: sembra che voglia dimostrare la sua superiorità. Intanto il cadavere di un’altra donna viene ritrovato da Sharko grazie alle indicazioni crittografate contenute nella mail. Il killer, l’Uomo senza volto, sta sfidando Franck; sta braccando lui e le persone che gli sono vicine. Nessuno è al sicuro e il commissario Sharko deve far ricorso al suo intuito e all’aiuto dei suoi collaboratori per fermare il massacro…
Diversi aspetti del genere thriller convergono ne La macchia del peccato, terzo romanzo dello scrittore Franck Thilliez pubblicato in Italia dopo La stanza dei morti – con cui ha vinto i premi Prix des lecteurs, Quai du polar 2006, e Prix SNCF du polar français 2007, e ha visto la trasposizione cinematografica diretta da Alfred Lot – e Foresta Nera. Vi sono le tinte oscure e claustrofobiche del thriller psicologico, la violenza del thriller classico e le cruente immagini del medical thriller, elemento che denota la capacità dell’autore nel saper maneggiare i diversi generi e farli convergere in un puzzle narrativo che richiama i romanzi di Fred Vargas e pellicole di genere, come il violentissimo “Martyrs”, film del regista francese Pascal Laugier. Proprio al “torture porn” sembrano rifarsi le immagini delle torture che l’autore descrive, in un vortice di brutalità che aumenta pagina dopo pagina. Ma c’è dell’altro: c’è la descrizione dell’ambiente sadomaso e l’incursione negli ormai famigerati snuff movies. Sebbene la lettura de La macchia del peccato si riveli avvincente e seducente, gli accorgimenti narrativi non eccellono in originalità e la costruzione dei personaggi non riesce a dare loro il giusto risalto. Infine l’autore avrebbe dovuto mimetizzare maggiormente l’identità dell’Uomo senza volto, perché se qualsiasi lettore attento fosse disposto a scommettere sulla sua identità dopo aver letto le prime sessanta pagine, sicuramente sarebbe contento di vincere la propria scommessa.
Nel silenzio dell'aquila
Mirna Fornasier
Gingko
2010
Miki ha un marito che si chiama Luca e un figlio che si chiama Antonio, un ragazzo che, giunto all’età adolescenziale, ha smarrito la sua via fino ad un tragico incidente in cui un suo amico ha perso la vita. Miki sa che, per ritrovare la luce negli occhi del figlio, deve a tutti i costi compiere una missione, un viaggio indicatole da un sogno in cui un’aquila le diceva: «Una lunga strada ti attende, ma è l’unica strada che puoi percorrere; solo lassù, nel silenzio, le tue preghiere potranno essere esaudite. Solo lassù, dopo un lungo cammino, potrai aiutarlo». E così Miki intraprende il viaggio. Sola. Nell’ultima area wilderness d’Europa: il Padjelantala National Park, nelle lontane lande della Lapponia svedese…
«D'i nostri sensi ch'è del rimanente / non vogliate negar l'esperïenza, /di retro al sol, del mondo sanza gente / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Queste le parole che Dante fa dire ad Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno. Parole che testimoniano la tenacia di Ulisse, che diventa simbolo dell’intera umanità, nel volersi spingere oltre i confini dell’ignoto per trovare la conoscenza. Confini; limiti: parole sconosciute per chi, come Miki, decide di avventurarsi in una landa sperduta senza traccia di civiltà. Miki è l’alter - ego di Mirna Fornasier, autrice di Nel silenzio dell’aquila, reportage di un viaggio compiuto realmente in solitaria dall’autrice e narrato sotto le spoglie di una fiction. Perché, se i personaggi che si muovono attorno a Miki sono di pura fantasia, l’autrice ha davvero calpestato il suolo del Padjelantala National Park, venendo a contatto con dimensioni inimmaginabili per chi, abituato al tran tran del quotidiano, fa fatica anche a fare cento metri a piedi. Una narrazione al confine tra il reale e l’immaginato, dunque, in cui trovano spazio le descrizioni degli immensi spazi del Grande Nord, dei suoi infiniti silenzi e dei suoi abitanti: i Sami, coloro che i coloni del sud apostrofarono con il nome di Lapponi. La descrizione di un rapporto con la natura e con la terra che diventa carnale e spirituale al contempo; un cammino verso la scoperta della propria catarsi e della propria forza interiore, tra mille difficoltà ed ostacoli. Una salita che diventa allegoria di ogni esperienza umana, raccontata nelle centododici di pagine di un libro che si nutre soprattutto di silenzio: quello dell’aquila…
Psicopatico
Carles Quilez
Traduzione di Francesca Sammartino
NonSoloParole
2007
Daniel Sala Atarés è un giornalista di Barcellona. Nel 1994 è stato inviato in Bosnia, durante l’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbe di Slobodam Milosevic, rischiando la sua stessa vita. Nel giorno del Pilar del 2001 Daniel decide di contattare Santiago Germán, avvocato penalista esperto nella difesa di persone impossibili. Una di queste è l’uomo sul quale il giornalista vuole scrivere un libro: José Gascón Fonollosa, autore di delitti cruenti, stupri e rapine a mano armata, rinchiuso nella cella 6369 del carcere di Quatre Camins. Gascón accetta e inizia tra lui e Daniel un periodo di incontri in cui il detenuto racconta la sua storia, a partire da quel giovedì dell’ottobre 1972 in cui il detenuto venne arrestato per la prima volta: aveva tredici anni. Ma avere a che fare con Gascón non è impresa semplice: Daniel viene introdotto in un vortice di violenza, sangue e morte; di vita nel carcere e vendette, fino agli angoli più oscuri della mente di José Gascón Fonollosa, uno psicopatico…
Se dovessimo limitarci ad analizzare esclusivamente il contenuto di Psicopatico, potremmo dire che Carles Quílez ha costruito un ottimo reportage travestito da romanzo, in cui l’autore veste i panni del narratore onnisciente e immerge il suo alter-ego Daniel Sala Atarés in una torbida vicenda realmente esistita. José Gascón Fonollosa è il nome fittizio di un personaggio reale, con il quale l’autore ha avuto una ventina di incontri che hanno permesso a Quílez, giornalista giudiziario, di costruire un libro che si sostiene tramite l’ausilio di fonti di prima mano direttamente fornite dal protagonista, il quale ripercorre a ritroso la sua vita criminale. Ma un’opera letteraria è composta da contenuto e forma. E qui la nota dolente, perché Psicopatico presenta una serie di mende macroscopiche che lascerebbero allibito anche un non addetto ai lavori. Si incontrano nella lettura errori ortografici, errato uso dei segni paragrafematici, un uso improprio della punteggiatura e vari casi di disgrafia sparsi lungo tutto il testo. Ad un certo punto, addirittura, ci si imbatte in «credemmo a terra» che è la ciliegina sulla torta di un testo zeppo di errori. Anche se non è nostro compito correggere gli errori di chi scrive, quando si manda in stampa un libro bisognerebbe aver compiuto un minimo di editing. Sinceramente, sembra ovvio che nella pubblicazione di Psicopatico ciò non sia stato fatto, o fatto con poca cura. Un vero peccato.
11 maggio 2011
Intervista a Massimo Lugli
Massimo Lugli è una leggenda nell'ambiente giornalistico romano: un cronista di Nera formidabile, sempre in trincea sulla strada e nei bassifondi della metropoli. Chi meglio di lui quindi conosce gli abissi della violenza, del degrado, dell'emarginazione, del delitto? E se decide di raccontare un po' di questo mondo in una serie di romanzi, è davvero un'occasione da non perdere per chi ne subisce il fascino irresistibile. E un'occasione altrettanto imperdibile per noi intervistarlo (in due tempi successivi)!
Come è nata l'idea di ambientare il tuo romanzo La legge di Lupo solitario nell'universo degli homeless metropolitani? E ti sei in qualche modo 'documentato' sull'argomento?
Sono sempre stato affascinato dalla città "invisibile", quell'universo nascosto che sfioriamo senza vederlo, governato da leggi, consuetudini, modi completamente diversi da quelli a cui siamo abituati. Un mondo che frequento da anni e anni, giorno e (soprattutto) notte per motivi di servizio. Questo tema era l'argomento del mio primo libro, Roma Maledetta (Donzelli 1998) ma in quel caso si trattava di una specie di saggio. Volevo far volare la fantasia, cimentarmi con un romanzo e Lupo mi si è letteralmente materializzato davanti. Non ho mai incontrato un tipo come lui, sulla strada, è la somma di tanti personaggi in cui mi sono imbattuto lavorando in cronaca.
Mi ha molto colpito l'assenza di passato del protagonista: chi è Lupo prima di essere Lupo?
Questa domanda mi piace molto. Lupo non ha un passato perchè tutta la sua vita precedente verrà raccontata nel sequel, in realtà un prequel che si intitolerà "L'istinto del Lupo" e uscirà il 5 settembre per Newton Compton. Non ho scritto prima il prequel, semplicemente l''idea mi è venuta dopo la pubblicazione di "Lupo". Posso anticiparti tranquillamente che il protagonista viene da una famiglia agiata e nasce (guarda caso come me) a metà degli anni 50. Ad ogni modo, mentre scrivevo Lupo (ci ho messo circa 3 anni con pause di mesi interi) pensavo a un libro unico. Poi... l'appetito vien mangiando.
La vicenda della pantera che qualche anno fa ha monopolizzato le prime pagine era senza dubbio interessante anche per la carica simbolica che portava con sé: nell'economia della storia che racconti tu, che ruolo ha questa figura quasi soprannaturale?
La pantera è un simbolo di quei segreti, quei misteri e quelle incredibili sorprese che una grande città può riservare. Ma al tempo stesso è un mio splendido ricordo. Già perchè la pantera di Roma, quella che ha dato il nome al movimento degli studenti, non era una leggenda metropolitana come si è scritto in seguito. Io l'ho vista, e non solo io: un giorno, durante la grande caccia alla pantera di tanti anni fa, uscì da un boschetto e fu fotografata e filmata dalle telecamere del Tg3 regionale. La vista di quel felino nero (era piuttosto piccolo, un cucciolone ma non era un gatto. Era grosso più o meno come un cane lupo) che correva libero in un boschetto circondato da militari della finanza e sorvolato da un elicottero mi ha mozzato il fiato, è stata una delle cose più belle che mi siano capitate in 33 anni di cronaca nera. N.B.: la pantera non è mai stata catturata, nonostante un imbecille sia andato in giro a dire di averlo fatto. Forse è ancora libera, da qualche parte, chissà...
Hai pensato a un eventuale sequel del romanzo? Leggeremo mai - che so - le avventure di Lupo braccato dai satanisti in Madagascar?
Vedi sopra. ...Comunque un sequel mi sembrava difficile, un lupo vecchio e grasso di ritorno dal Madagascar sarebbe stato un po' ridicolo. Meglio il prequel, no?
Che lettore è Massimo Lugli? Quali sono gli scrittori ai quali ti senti più affine?
Amo soprattutto i romanzi storici, ho una passione smisurata per Bernard Cornwell e ho divorato tutto quello che ha scritto Gary Jennings a cui mi sono ispirato per il ritmo mozzafiato dei suoi impareggiabili romanzoni. Ma il mio scrittore preferito, quello con cui vorrei avere un colloquio a quattr'occhi a qualunque prezzo è Mario Vargas Llosa. La sua "Conversazione nella cattedrale" mi ha spinto a diventare giornalista (l'ho letto a 12 anni e riletto almeno 7 volte) tutti gli altri romanzi (da Elogio della matrigna a La guerra della fine del mondo) mi hanno stregato, affascinato e incantato. E dire che non ho la passione dei sudamericani. Vivendo tra indagini, omicidi, poliziotti e carabinieri non sopporto i gialli e i polizieschi anche se la Patricia Cornwell iniziale mi piaceva ma poi è diventata una che scrive sempre lo stesso libro e ne vende (beata lei) milioni di copie... La mia ambizione nella vita è scrivere un romanzo storico ambientato sul campo della battaglia di Crecy (agosto 1346) ma purtroppo è già comparsa in un recente romanzo di Cornwell e anche nell'ultimo di Ken Follett. Comunque, non si sa mai...
Cosa ne pensi del boom del noir in Italia? Meglio così o si rischia l'overdose?
Il noir non mi piace gran che, devo dirlo perchè spesso è sciatto e usa un linguaggio tra verbale di polizia e bassa macelleria. Non credo che La legge di Lupo solitario sia un noir: è una favola feroce ambientata in un sottobosco metropolitano che può essere di Roma ma anche di qualunque altra città d'Italia. Non vorrei peccare di presunzione ma oggi basta mettere un commissario sfigato e un bel po' di budella sparpagliate e il gioco è fatto... Tra l'altro il commissario, tecnicamente, è una figura che non esiste: sono quasi tutti vicequestori aggiunti, specie chi dirige squadre mobili o, appunto, commissariati.
Con L'adepto torna Marco Corvino: più anziano, più amareggiato, più disincantato. Quanto ti riconoscevi nel giovane giornalista alle prime armi de Il carezzevole e quanto in questo cinquantenne a disagio con la vita e con il suo mestiere?
Marco Corvino è il mio alter ego. Si parva licet Flaubert diceva: Madame Bovary sono io... Beh, io sono il mio personaggio. E mi riconosco nel ventenne pieno di entusiasmo e di sogni che lavorava da volontario a Paese sera, così come nel cinquantenne sfigato (mi sono regalato otto anni di sconto) che si misura con un mestiere completamente diverso, cambiato, imbarbarito, in cui si riconosce solo in parte. Nei miei romanzi ho voluto raccontare il giornalismo, con le sue contraddizioni e se sue involuzioni, supponendo che a qualcuno interessi. Ma credo che, nonostante tutto, il mondo dei media sia ancora pieno di fascino per i lettori.
Giornalismo vecchio e nuovo: che differenze vedi?
Un mondo di differenze. Il giornalismo di trentasei anni fa era, a mio parere, molto più rigoroso. Ti faccio un esempio: le interviste anonime praticamente erano inconcepibili. L'interlocutore, chiunque fosse, doveva parlare a viso scoperto e assumersi la responsabilità delle sue dichiarazioni. Oggi quello che conta è il titolo, spesso precostituito in redazione: il giornalista riceve un input e deve adeguarsi. La politica è entrata prepotentemente anche nella cronaca nera: "montare" un fatto di cronaca spesso ha lo scopo di dimostrare che una città, sotto una certa amministrazione, è o non è sicura, il che stravolge ogni sano e professionale criterio di valutazione. Il palinsesto dei telegiornali detta legge anche nella carta stampata, le agenzie sono la pietra miliare su cui si costruiscono le pagine. Negli uffici centrali, spesso, lavorano giornalisti che non hanno mai scritto un pezzo in vita loro. Tutto questo si avverte meno nelle redazioni locali (o di cronaca locale) ma purtroppo la tendenza è irreversibile. L'informazione globale e i siti internet hanno portato con se anche una preoccupante ventata di pressappochismo. Ma raccontare alla gente quello che succede (sotto casa o in Pakistan) è sempre e comunque un lavoro meraviglioso.
Perché raccontare proprio una storia di esoterismo? Immagino ti sarai documentato molto durante la stesura de L’adepto: c’è qualche aneddoto curioso che vuoi raccontarci? E durante la tua carriera di cronista t’è mai capitato di incontrare l’occulto?
L'esoterismo mi ha sempre affascinato. Da ragazzo ho avuto esperienze che mi hanno fatto venire i brividi (ho partecipato per lavoro ad alcune sedute di spiritismo e mi sono infiltrato in una setta molto agguerrita made in Corea) da cui ho tratto una morale: mai pasticciare col mondo dell'occulto. Al tempo stesso, ho sfatato alcuni luoghi comuni: il vudù, ad esempio, che non è solo stregoneria, zombie e maledizioni ma una bellissima religione molto spirituale. E proprio mentre cercavo di documentarmi sul vudù (o voodoo, i pareri sono discordi) sono andato a Berlino per altre ragioni e, appena sceso dall'aereo, mi sono trovato faccia a faccia col manifesto di una splendida e documentatissima mostra a tema di cui non sapevo niente. Una coincidenza che ha qualcosa di "magico". La storia dello scudo d'amore (la protezione della benevolenza sulle maledizioni) mi è stata raccontata di persona da un occultista quando ero ragazzo. E me ne sono servito.
Ne L’adepto Marco Corvino è alle prese anche con una storia d’amore. Una novità rispetto ai romanzi precedenti. Come mai?
Sì, la storia d'amore di Marco è uno degli aspetti dell'angoscia che, lentamente, pervade tutta la sua vita. Mi sono divertito a costringere il mio personaggio nel ruolo di tante donne che hanno una relazione con un uomo sposato: lunghe attese, week end di solitudine sperando almeno in un sms o una telefonata, appuntamenti rubati al tran tran matrimoniale dell'amato, insicurezza costante e gelosia. In più ho cercato di descrivere la passione virtuale che oggi dilaga: mail e messaggini che sostituiscono le lettere e le conversazioni di una volta e rendono tutto più immediato ma anche più squallido. Il personaggio di Lupetta prende spunto dalla realtà come il 90 per cento degli altri.
Il tema dominante dei tuoi romanzi rimane comunque il male. Questa volta, rispetto a Il carezzevole lo hai declinato in una forma diversa, più ampia ed estesa. Parlaci di questo aspetto.
Sì, il male assume diverse forme. Quello spirituale, secondo me, è più insidioso e pericoloso di quello fisico. Il male ci cammina accanto, si nasconde in mezzo a noi, prende la forma del vicino di casa o del collega e spesso è di una banalità terrificante. Quando vai su un fattaccio di cronaca al novanta per cento ti senti dire: chi l'avrebbe mai detto? Una persona così perbene, buongiorno e buonasera ecc...Ecco, il male è camaleontico, sfuggente, indistinguibile. E io credo che L'adepto faccia molta più paura de Il carezzevole, perché pochi di noi rischiano di essere rapiti e assassinati da un serial killer mentre il pericolo di un inquinamento, di una contaminazione spirituale, secondo me, è sempre incombente. Ma su questo i pareri di chi ha avuto la bontà di leggermi sono discordanti. Nel romanzo che sto scrivendo il male prenderà una terza forma, legata alle arti marziali, ma questo è un altro discorso...
A proposito di arti marziali, Marco Corvino è passato dal Karate al Tai Ki Kung: sembra che esse occupino una bella fetta della tua scrittura…
Anch'io sono passato dal Karate al Tai Ki kung dopo aver praticato anche Judo, Tae Kwon Do, Wing Tsun cinese e qualche breve incursione nelle discipline occidentali di combattimento del Rinascimento. Ho cominciato a nove anni e pratico ogni giorno per almeno un'ora. Amo le arti marziali con tutto me stesso e senza la pratica non credo che sarei mai stato capace di lavorare e superare tanti momenti difficili della mia vita. Raccontare il combattimento, le forme, la meditazione, il lavoro individuale, umile, silenzioso e ripetuto vuol dire dipingere emozioni e sensazioni assolutamente uniche, spesso indescrivibili. Chi inizia a frequentare una palestra, generalmente, lo fa per imparare a difendersi o, nel peggiore dei casi, a picchiare. Ma dopo due o tre anni le cose cambiano anche perché la maggior parte delle arti marziali, in uno scontro di strada fatto di fantasia, dolore e cattiveria, non funzionano. Una buona cintura nera rischia di essere messo ko in trenta secondi da un coatto che fa a cazzotti sul serio. A lungo andare, il praticante abbraccia la non violenza assoluta e capisce che il vero avversario da battere è se stesso, le proprie paure, la propria pigrizia, i propri limiti. Impara anche a comprimere l'ego e a non reagire alle provocazioni, a fare Wu Wei, non agire, non opporre forza alla forza e aggressione all'aggressione. Non credo che esista una strada migliore per il corpo, la mente e lo spirito della pratica di una vera arte marziale tradizionale, da non confondere con gli sport da combattimento (boxe e boxe thay, full contact, savate, lotta, ecc) o con le versioni modernizzate tipo street fight che sono solo ed esclusivamente autodifesa.
So che da poco sono stati opzionati i diritti cinematografici de Il carezzevole e de L’adepto: che emozione si prova, e chi vedresti bene nei panni di Marco Corvino?
Una profonda emozione e una grande speranza. Se uno dei miei libri diventasse un film ne sarei felicissimo: credo che andrei a vederlo tutti i giorni per almeno una settimana. Adoro il cinema e chi vuol farmi un complimento mi dice che ho una scrittura cinematografica. Ma non voglio farmi troppe illusioni. Se dovessi scegliere un protagonista mi piacerebbe vedere il viso strano e sofferto di Giorgio Tirabassi ma per Il Carezzevole ci vorrebbe qualcuno di più giovane... Basta che non sia troppo bello, vanno bene tutti.
In questi giorni si fa un gran parlare delle candidature al premio Strega: tu che sei stato finalista nel 2009 che opinione ti sei fatto di questa kermesse e di quello che c’è dietro le quinte?
Lo Strega mi ha dato una grande visibilità e mi ha fatto conoscere al grande pubblico. Mi ha permesso di conoscere un ambiente che, da semplice cronista di nera quale sono, è lontanissimo dal mio mondo. Sarebbe troppo facile atteggiarsi a scrittore snob e parlarne male, denunciare le camarille, gli intrighi da conclave rinascimentale e lo strapotere degli editori rispetto al valore reale delle opere. Ma io non mi atteggio e conosco i miei limiti. Non sarò mai abbastanza grato alla Newton & Compton per aver proposto me, un perfetto sconosciuto, un signor Nessuno, al più importante concorso letterario nazionale. E non dimentichiamo che lo Strega ha l'enorme merito di aver lanciato autori giovani, spesso esordienti, che si sono dimostrate penne validissime. Partecipare è uno stress tremendo, una tensione spasmodica, un lavoro durissimo ma anche un'emozione meravigliosa. Se potessi, lo rifarei tutti gli anni. E chi dice il contrario o mente o semplicemente è a un livello tale che può permetterselo: beato lui. Io parteciperei anche al premio letterario del centro anziani di Tor Bella Monaca, se me lo chiedessero.
Intervista di David Frati e Lorenzo Strisciullo
09 maggio 2011
L'assassino di Banconi
Moussa Konaté
Traduzione di Ondina Granato
Del Vecchio
2010
Bamako, capitale del Mali. In una latrina del quartiere povero di Banconi viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna. Sembra che Sira abbia sofferto molto prima di morire, apparentemente per un malore. L’unico a sostenere la stranezza della morte della donna e a chiedere di aspettare prima di darle la sepoltura per accertarne le cause della morte è suo figlio Ibrahim, mentre l’intero quartiere viene convinto dal marabutto Ladji Silla, una specie di santone, a non sfidare l’ira di Allah, l’unico in grado di dare e togliere la vita. Nel frattempo, sempre a Banconi, vengono trovati altri due cadaveri, sempre all’interno di una latrina e con la medesima espressione di terrore e dolore. Come se non bastasse, pare che in città ci sia un traffico di banconote false e che qualche sedizioso voglia indurre il popolo alla rivolta. Il commissario Habib e il suo collaboratore, il giovane ispettore Sosso, hanno poco tempo per portare avanti le indagini prima che il caso sia assegnato alla D2, la spietata polizia politica, famosa per la sua crudeltà nel torturare le sue vittime…
“Uno dei più grandi scrittori africani contemporanei”: sono queste le parole con le quali il quotidiano francese Libération ha definito Moussa Konaté, autore maliano che, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, è stato per molti anni insegnante alla École Normale Supérieure di Bamako. Proprio la capitale del Mali è al centro della vicenda narrata ne L’assassino di Banconi, secondo romanzo di Konaté tradotto in Italia, con la descrizione di uno dei suoi suoi quartieri più poveri: Banconi, fulcro di un’indagine basata sull’intuito del commissario Habib – uomo dai metodi legali e nemico della cruenta polizia politica – e sull’intraprendenza del giovane ispettore Sosso, entrambi determinati nel voler scavare un terreno fitto, costituito dalla superstizione dettata dalla solita cerchia che impiega la religione per scopi personali, usando il popolo come un grande burattino tirato dai fili dell’ignoranza. L’Africa raccontata da Konaté, infatti, è quella della povera gente che affolla le strade, delle prostitute, della fame e la sporcizia, presenze costanti e ingombranti dei vicoli. Una terra che vive di contraddizioni, di suoni, di odori, in una totale sinestesia ossimorica che lo scrittore maliano dipinge con un linguaggio asciutto e frizzante, attraverso il quale ci comunica che, nonostante i secolari problemi che attanagliano il continente nero, esistono uomini e donne che lottano quotidianamente per ribadire la propria dignità e il proprio amore nei confronti delle proprie radici. Gente come il commissario Habib e l’ispettore Sosso. Gente come Moussa Konaté.
05 maggio 2011
Y pla (La peste)
Wiliam Owen Roberts
Traduzione di Andrea Bianchi, Silvana Siviero
MobyDick
2006
Il Cairo, 1347. Salah Ibn Khatib è un giovane studente della Madrasa che si appresta a compiere il suo primo Hajj: il pellegrinaggio alla Mecca. Un giorno viene raggiunto dallo zio Ahmad al Khatib, latore di una triste notizia: il padre di Salah è molto malato e sta per morire. Sul letto di morte l’anziano uomo ordina al figlio di recarsi in Europa per uccidere Filippo di Valois, re di Francia, l’uomo che in battaglia ha ucciso il nonno di Salah durante una crociata. Alla fine del settembre 1347 il ragazzo lascia l’Egitto, culla della sua infanzia, dei suoi ricordi e della sua amata religione, e si imbarca su una nave alla volta dell’Europa. Un viaggio che dal Mar Nero lo porterà fino al villaggio gallese di Dolbenmaen, dove cova il germe dell’abolizione dei legami feudali che stanno mettendo in ginocchio gli abitanti. Ma Salah, giunto nel continente europeo con la missione di uccidere, non sa che proprio la sua nave ha portato con sé un assassino ben più pericoloso di lui: la peste…
Un calderone di personaggi in un periodo storico definito e fondamentale nella storia europea, Y Pla (La peste) è il secondo romanzo – pubblicato nel 1987 – di Wiliam Owen Roberts (sì, proprio con una sola l), scrittore gallese, autore di sceneggiati radiofonici, soap opera televisive e commedie. Siamo nel triennio 1347- 1350. Anni cruciali per un Europa ancora inchiodata al mondo feudale e vittima di un evento che causerà la morte di circa un terzo della popolazione: la peste nera, il cui avvento provocò una mutazione radicale nella società medievale. Le gravissime perdite umane provocarono, infatti, una ristrutturazione della società che portò pian piano al crollo dei valori del medioevo, segnando di fatto un preludio all’evo moderno. Un avvenimento che venne immortalato, tra il 1349 e il 1351, dall’eterno Decameron di Giovanni Boccaccio, in cui la brigata di sette uomini e tre donne si spostava in campagna per sfuggire alla peste nera che imperversava a Firenze. Proprio l’opera dell’autore fiorentino sembra rappresentare un modello fondamentale per la stesura di Y Pla (La peste), romanzo che narra lo svolgersi di due viaggi: quello di Salah Ibn Khatib verso il compimento della sua missione, e quello della peste verso il continente europeo e verso il piccolo villaggio gallese di Dolbenmaen, per il quale l’avvento del pestilenziale morbo rappresenterà uno spartiacque sostanziale. Il plot rivela, in un secondo momento, livelli narrativi reconditi, come la descrizione del lato grottesco di una società sull’orlo dell’anarchia; la presenza ingombrante della religione e della morale; il bisogno di stabilire un nuovo ordine sociale. E in tutti questi elementi vi è un solo, universale e costante valore che ha accompagnato l’uomo sin dalla sua ancestrale nascita: la violenza.
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