09 giugno 2011
Pioggia sporca
Fabrizio Casa
Sinnos
2011
Ponte Rubro. È una serata piovosa quella in cui un gruppo di giovani decide di compiere un raid in un campo nomadi. Tra questi vi è Fabio Giusti, diciassette anni, giovane promessa del pugilato, un peso mosca: per questo viene appunto chiamato Mosca. Pochi minuti e l’incursione al campo è compiuta. I ragazzi stanno per fare ritorno alle loro auto, quando da una roulotte in fiamme esce una ragazza che brandisce un bastone. Mosca è ammutolito, ammaliato dalla bellezza esotica della giovane, per questo rimane immobile quando viene colpito con violenza al braccio destro, prima di fuggire. La ragazza che ha quasi compromesso la carriera pugilistica di Mosca è Myra Novak, una sinti di sedici anni, discendente da una famiglia di giostrai che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, ha girovagato per l’Europa in cerca di salvezza per giungere in Sardegna, prima, e a Ponte Rubro - il ‘Rubronx’ - poi. Da poco Myra ha scoperto un casale abbandonato all’interno del quale ha trovato la foto di suo nonno, scomparso nel 1943: una storia di cui la sua famiglia non ha mai voluto parlare. Nel frattempo, ad indagare sull’aggressione al campo nomadi è il sovrintendente Salvatore Mitraglia, il quale si trova catapultato in una vicenda che affonda le radici nella seconda guerra mondiale, e scopre un segreto che accomuna Myra e Mosca…
Una ragazzata che per poco non si trasforma in uno dei tanti, tristi episodi di cronaca; la rivisitazione di un episodio storico poco noto; un’indagine locale che svela i retroscena di un fatto accaduto decenni prima e gettato nel dimenticatoio della storia: sono questi gli ingredienti che compongono il plot di Pioggia sporca, terzo romanzo di Fabrizio Casa, autore di trasmissioni tv, ideatore di giochi da tavolo, divulgatore e scrittore per ragazzi. Siamo a Ponte Rubro, luogo di fantasia che incarna la fisionomia di ogni luogo di periferia, dove la paura per il diverso si trasforma spesso in gesti di violenza dettati dall’ignoranza. È qui che s’intrecciano le vicende di Mosca, Myra e il sovrintendente Mitraglia: storie e destini che trovano una strada comune, nonostante la distanza sociale e culturale e i pregiudizi verso qualcosa che non si conosce davvero. È il passato che soprattutto costituisce il punto di contatto massimo tra i mondi di Myra e Mosca, attorno alla personalità di Lauro De Bosis, colui che si oppose fermamente al regime fascista e il 3 ottobre del 1931, partendo dalla Francia a bordo di un piccolo aereo da turismo, arrivò sui cieli di Roma, capitale dell’“impero”, e lanciò migliaia di volantini ostili alla dittatura, emulando l’impresa di D’Annunzio del 1918. Nelle pagine di Pioggia sporca Fabrizio Casa ha voluto prolungare la vita di De Bosis fino al 1943, rendendolo protagonista di una vicenda la cui eco giunge sino ai giorni nostri, in un romanzo che assume a tratti le caratteristiche di un romanzo di formazione in cui l’eroismo si nutre di piccoli e grandi gesti. Con due costanti: una musica costante e policroma che accompagna i protagonisti sin dalle prime pagine, e un’incessante pioggia che diventa simbolo di liberazione e catarsi.
Il superstite
Wulf Dorn
Traduzione di Alessandra Petrelli
Corbaccio
2011
Sabato 12 gennaio 1985. È una fredda notte d’inverno quando il dottor Bernhard Forstner perde il controllo della sua macchina e si schianta contro un albero a causa dell’alta velocità e della strada ghiacciata. La sua è stata una corsa folle verso il luogo dell’appuntamento con l’uomo che poche ore prima ha rapito suo figlio Sven, di soli sei anni, mentre era fuori con suo fratello maggiore Jan. L’impatto è stato tremendo. Bernhard vive gli ultimi istanti della sua agonia conscio che la sorte di Sven è legata alla sua. E lui sta per morire… Ventitre anni dopo Jan Forstner, figlio di Bernhard e fratello di Sven, fa ritorno a Fahlenberg, la città della sua infanzia e delle sue tragedie familiari. È stato chiamato dal professor Raimund Fleischer per lavorare nell’ospedale psichiatrico della città, quello in cui lavorava anche suo padre, la Waldklinik. Jan è uno psichiatra e la sua carriera si è interrotta quando ha picchiato a sangue Laszinski: un suo paziente. Un assassino pedofilo. Come quello che probabilmente ha rapito suo fratello Sven, verso il quale Jan prova un grande senso di colpa e del quale gli resta solo una voce su un registratore, le sue ultime parole pronunciate quella tragica notte: "Quando torniamo a casa?”. Il lavoro alla Wildklinik rappresenta per Jan la possibilità di tornare a vivere e scacciare definitivamente i suoi demoni. Ma nel frattempo un’ ex paziente della clinica si suicida in circostanze misteriose e Jan si ritrova coinvolto in un’indagine oscura che affonda le radici nel suo passato e nei suoi incubi…
Dopo La psichiatra, vero e proprio caso editoriale del 2010 con oltre centomila copie vendute e sei edizioni in quattro mesi, lo scrittore tedesco Wulf Dorn – che ha lavorato per anni come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici – riapre una finestra sulla psiche umana e le sue deformazioni con il thriller psicologico Il superstite. È il passato che viene messo in risalto dallo scrittore. Quel passato che logora l’animo umano e costituisce un fardello doloroso e smisurato. È quello che accade a Jan, il quale porta per anni il peso della morte del fratello, evento che sconvolge totalmente la propria vita e che crea un effetto domino che investe diversi cittadini di Fahlenberg, città inventata da Wulf Dorn per accogliere i deliri narrativi della sua psiche e tratteggiare una vicenda dai contorni oscuri e inquietanti, in cui la suspense domina fino alle ultime pagine e il confine tra lucidità e follia, verità e finzione, vita e morte rimane costantemente in sospeso.
L'adepto
Massimo Lugli
Newton & Compton
2011
Sono passati venticinque anni da quando Marco Corvino ha risolto il caso del Carezzevole, mettendo a repentaglio la propria vita. A quei tempi era un volontario che muoveva i primi passi nella cronaca nera. Ora è un giornalista navigato, un veterano alle prese con l’avvento del nuovo giornalismo e con caporedattori leccaculo che pretendono di insegnargli il mestiere. È proprio uno di questi a incaricare Marco di far luce su un episodio di cronaca: il 2 novembre, giorno dei morti, nei pressi di un cimitero sono stati trovati un gatto nero decapitato, tre candele votive, un bastone d’incenso consumato e una scritta su un foglietto macchiato di sangue. Un rito satanico che fa sempre notizia. Per questo Marco inizia un’inchiesta nel sottobosco urbano, nei meandri del mondo dell’occulto che si nutre di santoni, esorcisti, maghi, sensitivi, Voodoo, Candomblé e Santeria. Un universo che Corvino guarda con scetticismo, fino a quando viene ritrovato il cadavere martoriato di un neonato nei pressi di una chiesa sconsacrata: un altro rito satanico. Sembra che, dopo venticinque anni, l’orrore si sia insinuato nuovamente nella vita di Marco Corvino, il quale si ritrova travolto da una serie di eventi inspiegabili che rischiano di rovinare definitivamente tutto ciò che fa parte della sua esistenza…
Il male si declina in varie forme. Lo sa Massimo Lugli – inviato storico di cronaca nera e finalista al Premio Strega del 2009 – e lo sa Marco Corvino, protagonista de Il carezzevole e del suo sequel, L’adepto. Se nel romanzo precedente era stato descritto il male puramente fisico, qui le cose cambiano e assumono un punto di vista completamente diverso. È un male mimetico, spirituale, infido, quello che Marco Corvino si trova a dover fronteggiare. Un nemico certamente più forte, contro il quale non esiste alcuna arma. E tra messe nere, incubi, riti voodoo e sedute spiritiche, Massimo Lugli ci apre le porte del suo concetto di male, quello che è alla portata di tutti e si nasconde nelle persone che incontriamo nella quotidianità, perché, come afferma il colonnello Zanfreddi, un personaggio del romanzo, “il male, spesso, è di una banalità sconvolgente”. Ma L’adepto non è solo questo. È anche il resoconto di oltre trent’anni di giornalismo vissuto in trincea, sulla strada. Un giornalismo che ha subito mutamenti strutturali che ne hanno minato la stessa essenza. Non manca, inoltre, l’ormai consueta incursione nel cosmo delle arti marziali, che vede Marco Corvino immerso nelle pratiche del Tai Ki Kung – dopo un passato da karateka – di cui lo stesso l’autore è maestro. Il vero punto di forza della scrittura di Massimo Lugli sta nelle descrizioni enfatiche degli stati d’animo, che avvolgono il lettore in una nube d’inquietudine e terrore, in un percorso iniziatico che viene vissuto in prima persona e raccontato con uno stile che non concede cadute di tensione e non si abbandona mai alla banalità. Il tutto condito da un sottile filo d’ironia che è diventato ormai un marchio di fabbrica di Massimo Lugli e fa de L’adepto un romanzo assolutamente imperdibile.
La cacciata dei musulmani dall'Europa
Lucio Lami
Mursia
2008
Estate del 1683. Decine di migliaia di turchi assediano Vienna e interminabili carovane di musulmani risalgono dai Dardanelli in direzione della città di Leopoldo. I giannizzeri di Maometto IV, agli ordini del Gran Visir Kara Mustafà, e gli alleati del sultano, i magiari e i temibili slavi, stanno tentando di sferrare l’attacco decisivo al già traballante Sacro Romano Impero, per tornare in Spagna, persa definitivamente nel 1492 quando Ferdinando e Isabella, “Los Reyes Católicos”, cacciarono dalla penisola iberica l’ultimo governante musulmano. L’Europa e la Cristianità sono in pericolo, quindi, per questo papa Innocenzo XI sta facendo di tutto per fermare l’orda musulmana, anche svenare le casse della Chiesa per formare eserciti cristiani. Come se non bastasse, Luigi XIV, il Re Sole, nel perseguire la sua politica espansionistica, non solo non interviene in difesa di Vienna, ma finanzia i Turchi affinché la assedino.
In questo scenario vive il principe Eugenio di Savoia, designato dalla nascita alla carriera ecclesiastica a causa della sua salute cagionevole e vissuto alla corte del Re Sole. Ma Eugenio vuole decidere da solo il suo destino, per questo parte alla volta di Vienna per arruolarsi nell’esercito e mettere a disposizione il suo genio militare, grazie al quale riuscirà a liberare Vienna, conseguire vittorie incredibili, come quella di Patervaradino, Zenta e Belgrado, e giungere alle porte di Costantinopoli per dare vita all’ultima crociata della storia…
Forse pochi conoscono i rapporti che da secoli intercorrono tra l’Europa e la Turchia e che i giannizzeri turchi arrivarono alle porte di Vienna per assediarla e abbattere il fulcro del Sacro Romano Impero. Il giornalista Lucio Lami, già redattore de “Il Giornale” di Indro Montanelli e vincitore di numerosi premi quali il Premio Hemingway e il Max David, ricostruisce le vicende che vanno dal 1683 al 1718, periodo che viene ricordato come “l’ultima crociata”, con questo La cacciata dei musulmani dall’Europa, saggio storico dal taglio narrativo che assume la fisionomia di un romanzo. La cronistoria di Lami è stata costruita attraverso l’analisi delle fonti storiche delle principale forze in campo, quelle vaticane e quelle turche, e offre uno spaccato che abbonda di personaggi non molto noti ma che hanno contribuito a costruire l’Europa attuale, primo tra tutti il principe Eugenio di Savoia, vero protagonista di una vicenda che ha visto una cristianità realmente in pericolo, fino al ribaltamento strategico- militare che ha condotto le truppe europee fino alle porte di Costantinopoli. Quella di Eugenio, infatti, è un’epopea che vede un uomo gracile destinato alla carriera ecclesiastica diventare condottiero capace di conquistare il rispetto dei soldati mettendosi alla testa delle truppe. In definitiva il saggio di Lucio Lami, aprendo una finestra su un periodo in cui l’Europa viveva profonde contraddizioni, offre spunti di riflessione sulla situazione attuale del continente e si inserisce nel dibattito sul rapporto che l’Occidente deve avere con la cultura islamica. Perché in fondo è guardando alla storia e alle sue radici che l’uomo impara a conoscere se stesso e la realtà che lo circonda.
19 maggio 2011
La macchia del peccato
Franck Thilliez
Traduzione di Monica Ferrari, Romina Tappa
Nord
2009
Parigi. Son passati sei mesi da quando la vita del commissario di polizia criminale Franck Sharko è cambiata radicalmente. Sei mesi da quando sua moglie Suzanne è scomparsa semplicemente nel nulla. Nessun segnale, nessuna richiesta di riscatto. Nulla. Sei mesi in cui Franck è caduto vittima dei suoi incubi e si è rinchiuso nel suo personale travaglio esistenziale. Ma ora è tempo di reagire, riprendere in mano la propria vita e gettarsi nel lavoro, perché il cadavere di una donna è stato trovato in una villa di Fourcheret, un paesino vicino Parigi. Martine Prieur è stata torturata, mutilata, uccisa e disposta come una macabra opera d’arte: gli occhi le sono stati cavati dalle orbite e rimessi al loro posto in modo da orientare le iridi verso il cielo. Franck si getta a capofitto nelle indagini: ha bisogno di credere in qualcosa per andare avanti e resistere al desiderio di farla finita con la vita. Come se non bastasse il killer della Prieur gli ha mandato una mail in cui descrive i dettagli della sua opera: sembra che voglia dimostrare la sua superiorità. Intanto il cadavere di un’altra donna viene ritrovato da Sharko grazie alle indicazioni crittografate contenute nella mail. Il killer, l’Uomo senza volto, sta sfidando Franck; sta braccando lui e le persone che gli sono vicine. Nessuno è al sicuro e il commissario Sharko deve far ricorso al suo intuito e all’aiuto dei suoi collaboratori per fermare il massacro…
Diversi aspetti del genere thriller convergono ne La macchia del peccato, terzo romanzo dello scrittore Franck Thilliez pubblicato in Italia dopo La stanza dei morti – con cui ha vinto i premi Prix des lecteurs, Quai du polar 2006, e Prix SNCF du polar français 2007, e ha visto la trasposizione cinematografica diretta da Alfred Lot – e Foresta Nera. Vi sono le tinte oscure e claustrofobiche del thriller psicologico, la violenza del thriller classico e le cruente immagini del medical thriller, elemento che denota la capacità dell’autore nel saper maneggiare i diversi generi e farli convergere in un puzzle narrativo che richiama i romanzi di Fred Vargas e pellicole di genere, come il violentissimo “Martyrs”, film del regista francese Pascal Laugier. Proprio al “torture porn” sembrano rifarsi le immagini delle torture che l’autore descrive, in un vortice di brutalità che aumenta pagina dopo pagina. Ma c’è dell’altro: c’è la descrizione dell’ambiente sadomaso e l’incursione negli ormai famigerati snuff movies. Sebbene la lettura de La macchia del peccato si riveli avvincente e seducente, gli accorgimenti narrativi non eccellono in originalità e la costruzione dei personaggi non riesce a dare loro il giusto risalto. Infine l’autore avrebbe dovuto mimetizzare maggiormente l’identità dell’Uomo senza volto, perché se qualsiasi lettore attento fosse disposto a scommettere sulla sua identità dopo aver letto le prime sessanta pagine, sicuramente sarebbe contento di vincere la propria scommessa.
Nel silenzio dell'aquila
Mirna Fornasier
Gingko
2010
Miki ha un marito che si chiama Luca e un figlio che si chiama Antonio, un ragazzo che, giunto all’età adolescenziale, ha smarrito la sua via fino ad un tragico incidente in cui un suo amico ha perso la vita. Miki sa che, per ritrovare la luce negli occhi del figlio, deve a tutti i costi compiere una missione, un viaggio indicatole da un sogno in cui un’aquila le diceva: «Una lunga strada ti attende, ma è l’unica strada che puoi percorrere; solo lassù, nel silenzio, le tue preghiere potranno essere esaudite. Solo lassù, dopo un lungo cammino, potrai aiutarlo». E così Miki intraprende il viaggio. Sola. Nell’ultima area wilderness d’Europa: il Padjelantala National Park, nelle lontane lande della Lapponia svedese…
«D'i nostri sensi ch'è del rimanente / non vogliate negar l'esperïenza, /di retro al sol, del mondo sanza gente / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Queste le parole che Dante fa dire ad Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno. Parole che testimoniano la tenacia di Ulisse, che diventa simbolo dell’intera umanità, nel volersi spingere oltre i confini dell’ignoto per trovare la conoscenza. Confini; limiti: parole sconosciute per chi, come Miki, decide di avventurarsi in una landa sperduta senza traccia di civiltà. Miki è l’alter - ego di Mirna Fornasier, autrice di Nel silenzio dell’aquila, reportage di un viaggio compiuto realmente in solitaria dall’autrice e narrato sotto le spoglie di una fiction. Perché, se i personaggi che si muovono attorno a Miki sono di pura fantasia, l’autrice ha davvero calpestato il suolo del Padjelantala National Park, venendo a contatto con dimensioni inimmaginabili per chi, abituato al tran tran del quotidiano, fa fatica anche a fare cento metri a piedi. Una narrazione al confine tra il reale e l’immaginato, dunque, in cui trovano spazio le descrizioni degli immensi spazi del Grande Nord, dei suoi infiniti silenzi e dei suoi abitanti: i Sami, coloro che i coloni del sud apostrofarono con il nome di Lapponi. La descrizione di un rapporto con la natura e con la terra che diventa carnale e spirituale al contempo; un cammino verso la scoperta della propria catarsi e della propria forza interiore, tra mille difficoltà ed ostacoli. Una salita che diventa allegoria di ogni esperienza umana, raccontata nelle centododici di pagine di un libro che si nutre soprattutto di silenzio: quello dell’aquila…
Psicopatico
Carles Quilez
Traduzione di Francesca Sammartino
NonSoloParole
2007
Daniel Sala Atarés è un giornalista di Barcellona. Nel 1994 è stato inviato in Bosnia, durante l’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbe di Slobodam Milosevic, rischiando la sua stessa vita. Nel giorno del Pilar del 2001 Daniel decide di contattare Santiago Germán, avvocato penalista esperto nella difesa di persone impossibili. Una di queste è l’uomo sul quale il giornalista vuole scrivere un libro: José Gascón Fonollosa, autore di delitti cruenti, stupri e rapine a mano armata, rinchiuso nella cella 6369 del carcere di Quatre Camins. Gascón accetta e inizia tra lui e Daniel un periodo di incontri in cui il detenuto racconta la sua storia, a partire da quel giovedì dell’ottobre 1972 in cui il detenuto venne arrestato per la prima volta: aveva tredici anni. Ma avere a che fare con Gascón non è impresa semplice: Daniel viene introdotto in un vortice di violenza, sangue e morte; di vita nel carcere e vendette, fino agli angoli più oscuri della mente di José Gascón Fonollosa, uno psicopatico…
Se dovessimo limitarci ad analizzare esclusivamente il contenuto di Psicopatico, potremmo dire che Carles Quílez ha costruito un ottimo reportage travestito da romanzo, in cui l’autore veste i panni del narratore onnisciente e immerge il suo alter-ego Daniel Sala Atarés in una torbida vicenda realmente esistita. José Gascón Fonollosa è il nome fittizio di un personaggio reale, con il quale l’autore ha avuto una ventina di incontri che hanno permesso a Quílez, giornalista giudiziario, di costruire un libro che si sostiene tramite l’ausilio di fonti di prima mano direttamente fornite dal protagonista, il quale ripercorre a ritroso la sua vita criminale. Ma un’opera letteraria è composta da contenuto e forma. E qui la nota dolente, perché Psicopatico presenta una serie di mende macroscopiche che lascerebbero allibito anche un non addetto ai lavori. Si incontrano nella lettura errori ortografici, errato uso dei segni paragrafematici, un uso improprio della punteggiatura e vari casi di disgrafia sparsi lungo tutto il testo. Ad un certo punto, addirittura, ci si imbatte in «credemmo a terra» che è la ciliegina sulla torta di un testo zeppo di errori. Anche se non è nostro compito correggere gli errori di chi scrive, quando si manda in stampa un libro bisognerebbe aver compiuto un minimo di editing. Sinceramente, sembra ovvio che nella pubblicazione di Psicopatico ciò non sia stato fatto, o fatto con poca cura. Un vero peccato.
11 maggio 2011
Intervista a Massimo Lugli
Massimo Lugli è una leggenda nell'ambiente giornalistico romano: un cronista di Nera formidabile, sempre in trincea sulla strada e nei bassifondi della metropoli. Chi meglio di lui quindi conosce gli abissi della violenza, del degrado, dell'emarginazione, del delitto? E se decide di raccontare un po' di questo mondo in una serie di romanzi, è davvero un'occasione da non perdere per chi ne subisce il fascino irresistibile. E un'occasione altrettanto imperdibile per noi intervistarlo (in due tempi successivi)!
Come è nata l'idea di ambientare il tuo romanzo La legge di Lupo solitario nell'universo degli homeless metropolitani? E ti sei in qualche modo 'documentato' sull'argomento?
Sono sempre stato affascinato dalla città "invisibile", quell'universo nascosto che sfioriamo senza vederlo, governato da leggi, consuetudini, modi completamente diversi da quelli a cui siamo abituati. Un mondo che frequento da anni e anni, giorno e (soprattutto) notte per motivi di servizio. Questo tema era l'argomento del mio primo libro, Roma Maledetta (Donzelli 1998) ma in quel caso si trattava di una specie di saggio. Volevo far volare la fantasia, cimentarmi con un romanzo e Lupo mi si è letteralmente materializzato davanti. Non ho mai incontrato un tipo come lui, sulla strada, è la somma di tanti personaggi in cui mi sono imbattuto lavorando in cronaca.
Mi ha molto colpito l'assenza di passato del protagonista: chi è Lupo prima di essere Lupo?
Questa domanda mi piace molto. Lupo non ha un passato perchè tutta la sua vita precedente verrà raccontata nel sequel, in realtà un prequel che si intitolerà "L'istinto del Lupo" e uscirà il 5 settembre per Newton Compton. Non ho scritto prima il prequel, semplicemente l''idea mi è venuta dopo la pubblicazione di "Lupo". Posso anticiparti tranquillamente che il protagonista viene da una famiglia agiata e nasce (guarda caso come me) a metà degli anni 50. Ad ogni modo, mentre scrivevo Lupo (ci ho messo circa 3 anni con pause di mesi interi) pensavo a un libro unico. Poi... l'appetito vien mangiando.
La vicenda della pantera che qualche anno fa ha monopolizzato le prime pagine era senza dubbio interessante anche per la carica simbolica che portava con sé: nell'economia della storia che racconti tu, che ruolo ha questa figura quasi soprannaturale?
La pantera è un simbolo di quei segreti, quei misteri e quelle incredibili sorprese che una grande città può riservare. Ma al tempo stesso è un mio splendido ricordo. Già perchè la pantera di Roma, quella che ha dato il nome al movimento degli studenti, non era una leggenda metropolitana come si è scritto in seguito. Io l'ho vista, e non solo io: un giorno, durante la grande caccia alla pantera di tanti anni fa, uscì da un boschetto e fu fotografata e filmata dalle telecamere del Tg3 regionale. La vista di quel felino nero (era piuttosto piccolo, un cucciolone ma non era un gatto. Era grosso più o meno come un cane lupo) che correva libero in un boschetto circondato da militari della finanza e sorvolato da un elicottero mi ha mozzato il fiato, è stata una delle cose più belle che mi siano capitate in 33 anni di cronaca nera. N.B.: la pantera non è mai stata catturata, nonostante un imbecille sia andato in giro a dire di averlo fatto. Forse è ancora libera, da qualche parte, chissà...
Hai pensato a un eventuale sequel del romanzo? Leggeremo mai - che so - le avventure di Lupo braccato dai satanisti in Madagascar?
Vedi sopra. ...Comunque un sequel mi sembrava difficile, un lupo vecchio e grasso di ritorno dal Madagascar sarebbe stato un po' ridicolo. Meglio il prequel, no?
Che lettore è Massimo Lugli? Quali sono gli scrittori ai quali ti senti più affine?
Amo soprattutto i romanzi storici, ho una passione smisurata per Bernard Cornwell e ho divorato tutto quello che ha scritto Gary Jennings a cui mi sono ispirato per il ritmo mozzafiato dei suoi impareggiabili romanzoni. Ma il mio scrittore preferito, quello con cui vorrei avere un colloquio a quattr'occhi a qualunque prezzo è Mario Vargas Llosa. La sua "Conversazione nella cattedrale" mi ha spinto a diventare giornalista (l'ho letto a 12 anni e riletto almeno 7 volte) tutti gli altri romanzi (da Elogio della matrigna a La guerra della fine del mondo) mi hanno stregato, affascinato e incantato. E dire che non ho la passione dei sudamericani. Vivendo tra indagini, omicidi, poliziotti e carabinieri non sopporto i gialli e i polizieschi anche se la Patricia Cornwell iniziale mi piaceva ma poi è diventata una che scrive sempre lo stesso libro e ne vende (beata lei) milioni di copie... La mia ambizione nella vita è scrivere un romanzo storico ambientato sul campo della battaglia di Crecy (agosto 1346) ma purtroppo è già comparsa in un recente romanzo di Cornwell e anche nell'ultimo di Ken Follett. Comunque, non si sa mai...
Cosa ne pensi del boom del noir in Italia? Meglio così o si rischia l'overdose?
Il noir non mi piace gran che, devo dirlo perchè spesso è sciatto e usa un linguaggio tra verbale di polizia e bassa macelleria. Non credo che La legge di Lupo solitario sia un noir: è una favola feroce ambientata in un sottobosco metropolitano che può essere di Roma ma anche di qualunque altra città d'Italia. Non vorrei peccare di presunzione ma oggi basta mettere un commissario sfigato e un bel po' di budella sparpagliate e il gioco è fatto... Tra l'altro il commissario, tecnicamente, è una figura che non esiste: sono quasi tutti vicequestori aggiunti, specie chi dirige squadre mobili o, appunto, commissariati.
Con L'adepto torna Marco Corvino: più anziano, più amareggiato, più disincantato. Quanto ti riconoscevi nel giovane giornalista alle prime armi de Il carezzevole e quanto in questo cinquantenne a disagio con la vita e con il suo mestiere?
Marco Corvino è il mio alter ego. Si parva licet Flaubert diceva: Madame Bovary sono io... Beh, io sono il mio personaggio. E mi riconosco nel ventenne pieno di entusiasmo e di sogni che lavorava da volontario a Paese sera, così come nel cinquantenne sfigato (mi sono regalato otto anni di sconto) che si misura con un mestiere completamente diverso, cambiato, imbarbarito, in cui si riconosce solo in parte. Nei miei romanzi ho voluto raccontare il giornalismo, con le sue contraddizioni e se sue involuzioni, supponendo che a qualcuno interessi. Ma credo che, nonostante tutto, il mondo dei media sia ancora pieno di fascino per i lettori.
Giornalismo vecchio e nuovo: che differenze vedi?
Un mondo di differenze. Il giornalismo di trentasei anni fa era, a mio parere, molto più rigoroso. Ti faccio un esempio: le interviste anonime praticamente erano inconcepibili. L'interlocutore, chiunque fosse, doveva parlare a viso scoperto e assumersi la responsabilità delle sue dichiarazioni. Oggi quello che conta è il titolo, spesso precostituito in redazione: il giornalista riceve un input e deve adeguarsi. La politica è entrata prepotentemente anche nella cronaca nera: "montare" un fatto di cronaca spesso ha lo scopo di dimostrare che una città, sotto una certa amministrazione, è o non è sicura, il che stravolge ogni sano e professionale criterio di valutazione. Il palinsesto dei telegiornali detta legge anche nella carta stampata, le agenzie sono la pietra miliare su cui si costruiscono le pagine. Negli uffici centrali, spesso, lavorano giornalisti che non hanno mai scritto un pezzo in vita loro. Tutto questo si avverte meno nelle redazioni locali (o di cronaca locale) ma purtroppo la tendenza è irreversibile. L'informazione globale e i siti internet hanno portato con se anche una preoccupante ventata di pressappochismo. Ma raccontare alla gente quello che succede (sotto casa o in Pakistan) è sempre e comunque un lavoro meraviglioso.
Perché raccontare proprio una storia di esoterismo? Immagino ti sarai documentato molto durante la stesura de L’adepto: c’è qualche aneddoto curioso che vuoi raccontarci? E durante la tua carriera di cronista t’è mai capitato di incontrare l’occulto?
L'esoterismo mi ha sempre affascinato. Da ragazzo ho avuto esperienze che mi hanno fatto venire i brividi (ho partecipato per lavoro ad alcune sedute di spiritismo e mi sono infiltrato in una setta molto agguerrita made in Corea) da cui ho tratto una morale: mai pasticciare col mondo dell'occulto. Al tempo stesso, ho sfatato alcuni luoghi comuni: il vudù, ad esempio, che non è solo stregoneria, zombie e maledizioni ma una bellissima religione molto spirituale. E proprio mentre cercavo di documentarmi sul vudù (o voodoo, i pareri sono discordi) sono andato a Berlino per altre ragioni e, appena sceso dall'aereo, mi sono trovato faccia a faccia col manifesto di una splendida e documentatissima mostra a tema di cui non sapevo niente. Una coincidenza che ha qualcosa di "magico". La storia dello scudo d'amore (la protezione della benevolenza sulle maledizioni) mi è stata raccontata di persona da un occultista quando ero ragazzo. E me ne sono servito.
Ne L’adepto Marco Corvino è alle prese anche con una storia d’amore. Una novità rispetto ai romanzi precedenti. Come mai?
Sì, la storia d'amore di Marco è uno degli aspetti dell'angoscia che, lentamente, pervade tutta la sua vita. Mi sono divertito a costringere il mio personaggio nel ruolo di tante donne che hanno una relazione con un uomo sposato: lunghe attese, week end di solitudine sperando almeno in un sms o una telefonata, appuntamenti rubati al tran tran matrimoniale dell'amato, insicurezza costante e gelosia. In più ho cercato di descrivere la passione virtuale che oggi dilaga: mail e messaggini che sostituiscono le lettere e le conversazioni di una volta e rendono tutto più immediato ma anche più squallido. Il personaggio di Lupetta prende spunto dalla realtà come il 90 per cento degli altri.
Il tema dominante dei tuoi romanzi rimane comunque il male. Questa volta, rispetto a Il carezzevole lo hai declinato in una forma diversa, più ampia ed estesa. Parlaci di questo aspetto.
Sì, il male assume diverse forme. Quello spirituale, secondo me, è più insidioso e pericoloso di quello fisico. Il male ci cammina accanto, si nasconde in mezzo a noi, prende la forma del vicino di casa o del collega e spesso è di una banalità terrificante. Quando vai su un fattaccio di cronaca al novanta per cento ti senti dire: chi l'avrebbe mai detto? Una persona così perbene, buongiorno e buonasera ecc...Ecco, il male è camaleontico, sfuggente, indistinguibile. E io credo che L'adepto faccia molta più paura de Il carezzevole, perché pochi di noi rischiano di essere rapiti e assassinati da un serial killer mentre il pericolo di un inquinamento, di una contaminazione spirituale, secondo me, è sempre incombente. Ma su questo i pareri di chi ha avuto la bontà di leggermi sono discordanti. Nel romanzo che sto scrivendo il male prenderà una terza forma, legata alle arti marziali, ma questo è un altro discorso...
A proposito di arti marziali, Marco Corvino è passato dal Karate al Tai Ki Kung: sembra che esse occupino una bella fetta della tua scrittura…
Anch'io sono passato dal Karate al Tai Ki kung dopo aver praticato anche Judo, Tae Kwon Do, Wing Tsun cinese e qualche breve incursione nelle discipline occidentali di combattimento del Rinascimento. Ho cominciato a nove anni e pratico ogni giorno per almeno un'ora. Amo le arti marziali con tutto me stesso e senza la pratica non credo che sarei mai stato capace di lavorare e superare tanti momenti difficili della mia vita. Raccontare il combattimento, le forme, la meditazione, il lavoro individuale, umile, silenzioso e ripetuto vuol dire dipingere emozioni e sensazioni assolutamente uniche, spesso indescrivibili. Chi inizia a frequentare una palestra, generalmente, lo fa per imparare a difendersi o, nel peggiore dei casi, a picchiare. Ma dopo due o tre anni le cose cambiano anche perché la maggior parte delle arti marziali, in uno scontro di strada fatto di fantasia, dolore e cattiveria, non funzionano. Una buona cintura nera rischia di essere messo ko in trenta secondi da un coatto che fa a cazzotti sul serio. A lungo andare, il praticante abbraccia la non violenza assoluta e capisce che il vero avversario da battere è se stesso, le proprie paure, la propria pigrizia, i propri limiti. Impara anche a comprimere l'ego e a non reagire alle provocazioni, a fare Wu Wei, non agire, non opporre forza alla forza e aggressione all'aggressione. Non credo che esista una strada migliore per il corpo, la mente e lo spirito della pratica di una vera arte marziale tradizionale, da non confondere con gli sport da combattimento (boxe e boxe thay, full contact, savate, lotta, ecc) o con le versioni modernizzate tipo street fight che sono solo ed esclusivamente autodifesa.
So che da poco sono stati opzionati i diritti cinematografici de Il carezzevole e de L’adepto: che emozione si prova, e chi vedresti bene nei panni di Marco Corvino?
Una profonda emozione e una grande speranza. Se uno dei miei libri diventasse un film ne sarei felicissimo: credo che andrei a vederlo tutti i giorni per almeno una settimana. Adoro il cinema e chi vuol farmi un complimento mi dice che ho una scrittura cinematografica. Ma non voglio farmi troppe illusioni. Se dovessi scegliere un protagonista mi piacerebbe vedere il viso strano e sofferto di Giorgio Tirabassi ma per Il Carezzevole ci vorrebbe qualcuno di più giovane... Basta che non sia troppo bello, vanno bene tutti.
In questi giorni si fa un gran parlare delle candidature al premio Strega: tu che sei stato finalista nel 2009 che opinione ti sei fatto di questa kermesse e di quello che c’è dietro le quinte?
Lo Strega mi ha dato una grande visibilità e mi ha fatto conoscere al grande pubblico. Mi ha permesso di conoscere un ambiente che, da semplice cronista di nera quale sono, è lontanissimo dal mio mondo. Sarebbe troppo facile atteggiarsi a scrittore snob e parlarne male, denunciare le camarille, gli intrighi da conclave rinascimentale e lo strapotere degli editori rispetto al valore reale delle opere. Ma io non mi atteggio e conosco i miei limiti. Non sarò mai abbastanza grato alla Newton & Compton per aver proposto me, un perfetto sconosciuto, un signor Nessuno, al più importante concorso letterario nazionale. E non dimentichiamo che lo Strega ha l'enorme merito di aver lanciato autori giovani, spesso esordienti, che si sono dimostrate penne validissime. Partecipare è uno stress tremendo, una tensione spasmodica, un lavoro durissimo ma anche un'emozione meravigliosa. Se potessi, lo rifarei tutti gli anni. E chi dice il contrario o mente o semplicemente è a un livello tale che può permetterselo: beato lui. Io parteciperei anche al premio letterario del centro anziani di Tor Bella Monaca, se me lo chiedessero.
Intervista di David Frati e Lorenzo Strisciullo
09 maggio 2011
L'assassino di Banconi
Moussa Konaté
Traduzione di Ondina Granato
Del Vecchio
2010
Bamako, capitale del Mali. In una latrina del quartiere povero di Banconi viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna. Sembra che Sira abbia sofferto molto prima di morire, apparentemente per un malore. L’unico a sostenere la stranezza della morte della donna e a chiedere di aspettare prima di darle la sepoltura per accertarne le cause della morte è suo figlio Ibrahim, mentre l’intero quartiere viene convinto dal marabutto Ladji Silla, una specie di santone, a non sfidare l’ira di Allah, l’unico in grado di dare e togliere la vita. Nel frattempo, sempre a Banconi, vengono trovati altri due cadaveri, sempre all’interno di una latrina e con la medesima espressione di terrore e dolore. Come se non bastasse, pare che in città ci sia un traffico di banconote false e che qualche sedizioso voglia indurre il popolo alla rivolta. Il commissario Habib e il suo collaboratore, il giovane ispettore Sosso, hanno poco tempo per portare avanti le indagini prima che il caso sia assegnato alla D2, la spietata polizia politica, famosa per la sua crudeltà nel torturare le sue vittime…
“Uno dei più grandi scrittori africani contemporanei”: sono queste le parole con le quali il quotidiano francese Libération ha definito Moussa Konaté, autore maliano che, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, è stato per molti anni insegnante alla École Normale Supérieure di Bamako. Proprio la capitale del Mali è al centro della vicenda narrata ne L’assassino di Banconi, secondo romanzo di Konaté tradotto in Italia, con la descrizione di uno dei suoi suoi quartieri più poveri: Banconi, fulcro di un’indagine basata sull’intuito del commissario Habib – uomo dai metodi legali e nemico della cruenta polizia politica – e sull’intraprendenza del giovane ispettore Sosso, entrambi determinati nel voler scavare un terreno fitto, costituito dalla superstizione dettata dalla solita cerchia che impiega la religione per scopi personali, usando il popolo come un grande burattino tirato dai fili dell’ignoranza. L’Africa raccontata da Konaté, infatti, è quella della povera gente che affolla le strade, delle prostitute, della fame e la sporcizia, presenze costanti e ingombranti dei vicoli. Una terra che vive di contraddizioni, di suoni, di odori, in una totale sinestesia ossimorica che lo scrittore maliano dipinge con un linguaggio asciutto e frizzante, attraverso il quale ci comunica che, nonostante i secolari problemi che attanagliano il continente nero, esistono uomini e donne che lottano quotidianamente per ribadire la propria dignità e il proprio amore nei confronti delle proprie radici. Gente come il commissario Habib e l’ispettore Sosso. Gente come Moussa Konaté.
05 maggio 2011
Y pla (La peste)
Wiliam Owen Roberts
Traduzione di Andrea Bianchi, Silvana Siviero
MobyDick
2006
Il Cairo, 1347. Salah Ibn Khatib è un giovane studente della Madrasa che si appresta a compiere il suo primo Hajj: il pellegrinaggio alla Mecca. Un giorno viene raggiunto dallo zio Ahmad al Khatib, latore di una triste notizia: il padre di Salah è molto malato e sta per morire. Sul letto di morte l’anziano uomo ordina al figlio di recarsi in Europa per uccidere Filippo di Valois, re di Francia, l’uomo che in battaglia ha ucciso il nonno di Salah durante una crociata. Alla fine del settembre 1347 il ragazzo lascia l’Egitto, culla della sua infanzia, dei suoi ricordi e della sua amata religione, e si imbarca su una nave alla volta dell’Europa. Un viaggio che dal Mar Nero lo porterà fino al villaggio gallese di Dolbenmaen, dove cova il germe dell’abolizione dei legami feudali che stanno mettendo in ginocchio gli abitanti. Ma Salah, giunto nel continente europeo con la missione di uccidere, non sa che proprio la sua nave ha portato con sé un assassino ben più pericoloso di lui: la peste…
Un calderone di personaggi in un periodo storico definito e fondamentale nella storia europea, Y Pla (La peste) è il secondo romanzo – pubblicato nel 1987 – di Wiliam Owen Roberts (sì, proprio con una sola l), scrittore gallese, autore di sceneggiati radiofonici, soap opera televisive e commedie. Siamo nel triennio 1347- 1350. Anni cruciali per un Europa ancora inchiodata al mondo feudale e vittima di un evento che causerà la morte di circa un terzo della popolazione: la peste nera, il cui avvento provocò una mutazione radicale nella società medievale. Le gravissime perdite umane provocarono, infatti, una ristrutturazione della società che portò pian piano al crollo dei valori del medioevo, segnando di fatto un preludio all’evo moderno. Un avvenimento che venne immortalato, tra il 1349 e il 1351, dall’eterno Decameron di Giovanni Boccaccio, in cui la brigata di sette uomini e tre donne si spostava in campagna per sfuggire alla peste nera che imperversava a Firenze. Proprio l’opera dell’autore fiorentino sembra rappresentare un modello fondamentale per la stesura di Y Pla (La peste), romanzo che narra lo svolgersi di due viaggi: quello di Salah Ibn Khatib verso il compimento della sua missione, e quello della peste verso il continente europeo e verso il piccolo villaggio gallese di Dolbenmaen, per il quale l’avvento del pestilenziale morbo rappresenterà uno spartiacque sostanziale. Il plot rivela, in un secondo momento, livelli narrativi reconditi, come la descrizione del lato grottesco di una società sull’orlo dell’anarchia; la presenza ingombrante della religione e della morale; il bisogno di stabilire un nuovo ordine sociale. E in tutti questi elementi vi è un solo, universale e costante valore che ha accompagnato l’uomo sin dalla sua ancestrale nascita: la violenza.
27 aprile 2011
Spy
Ted Bell
Traduzione di Stefano Bortolussi
TEA
2010
Bacino amazzonico. Alex Hawke è riuscito miracolosamente a fuggire dal campo di prigionia in cui era stato rinchiuso dopo che il che la sua barca – uno yawl di legno dallo scafo nero, il Pura Vida – era stata assaltata da un gruppo di terroristi capeggiati da Muhammad Top, un folle estremista islamico che sta organizzando ed addestrando, in Brasile, un esercito efficientissimo. Intanto a Prairie, nei pressi del confine tra il Messico e il Texas, lo sceriffo Franklin Dixon è alle prese con la scomparsa di cinque ragazze e con una gang di strada armata fino ai denti e finanziata da un’organizzazione internazionale, quella di Muhammad Top, intenzionato a scatenare una guerra tra i paesi del Sudamerica e gli stati Uniti e sferrare l’ultimo attacco all’Occidente. Ma Alex Hawke, discendente di Blackhawke – nobile inglese e pirata leggendario – e agente dell’M-16 è pronto ad entrare in azione, coadiuvato dall’ispettore Ambrose Congreve di Scotland Yard e il gigantesco Stokely Jones: c’è la pace mondiale da salvare…
Spy è il quarto romanzo della serie che vede protagonista Alex Hawke, personaggio nato dalla penna di Ted Bell, scrittore americano che è stato presidente della Leo Burnett Company e direttore creativo della Young & Rubicam, una delle agenzie pubblicitarie più importanti del mondo. Azione e suspense abbondano in Spy, in cui capitoli veloci e serrati diventano contenitore di un viaggio che va dalla giungla primitiva del Brasile – con ambientazioni che ricordano il fumetto bonelliano Mister No – al confine tra Messico e Stati Uniti, da sempre crocevia di frontalieri che cercano fortuna nell’America ricca e di narcotrafficanti spietati. Il tema è comune ai romanzi di avventura e spionaggio degli ultimi tempi: il solito estremista islamico che vuole abbattere l’Occidente e spargere sangue tra gli infedeli. Ma la bravura di Bell sta nel tessere una trama che attira continuamente e rapidamente il lettore, il cui orizzonte di attesa viene spezzato attraverso colpi di scena sparsi nell’intero plot. Originale appare la costruzione del protagonista Alex Hawke, agente segreto milionario discendente del pirata Blackhawke e paladino della pace nel mondo, alle prese con una storia d’amore tormentata con il segretario di Stato americano, Consuelo de los Reyes. "Ted Bell è il nuovo Clive Cussler e Alex Hawke il nuovo James Bond", ha affermato lo scrittore James Patterson, il quale ha saputo racchiudere, in poche parole, le caratteristiche fondamentali dei romanzi di Bell, mix puro di spionaggio e azione. Romanzi che gli affezionati di Clive Cussler, Wilbur Smith e James Rollins, assetati di avventure e di viaggi negli angoli sperduti del globo, non possono lasciarsi sfuggire.
11 aprile 2011
Il marchio di Caino
Tom Knox
Traduzione di Stefano Mogni
Longanesi
2010
Londra. Simon Quinn è un giornalista freelance di cronaca nera e sta indagando su una serie di efferati omicidi: alcuni anziani vengono brutalmente torturati e uccisi. Omicidi che apparentemente non hanno elementi comuni, tranne il fatto che tutte le vittime sono benestanti. Phoenix. L’avvocato David Martinez è partito da Londra perché suo nonno sta morendo in un ospizio. Sergio Martinez è il suo unico parente perché i genitori di David sono morti quindici anni prima in un incidente in un paesino dei Pirenei. Prima di morire l’anziano lascia una mappa al nipote, dicendogli che, per scoprire le sue origini, deve recarsi a Bilbao e da lì a Lesaka, dove dovrà trovare un certo José Garovillo. Dopo la morte di Sergio, David scopre che il nonno – che credeva povero – gli ha lasciato un’eredità di due milioni di dollari. Giunto nel paese basco David incappa in un bar dove conosce Amy, un’insegnante di lingua inglese, e Miguel, un violento terrorista dell’ETA, l’organizzazione terroristica che lotta per l’indipendenza basca. Qui David inizia ad indagare, venendo a conoscenza di segreti che affondano nelle radici nel periodo nazista e nelle persecuzioni dei Cagot, un popolo di paria che nel Medioevo era diffuso su entrambi i lati dei Pirenei e che la superstizione popolare vedeva come oggetto di disprezzo e orrore. Segreti che accomunano gli omicidi sui quali indaga Simon Quinn. Segreti che non devono essere scoperti. Segreti che aiuterebbero David a conoscere le sue origini. Ma deve stare attento, perché Miguel è già sulle sue tracce, pronto ad ucciderlo…
Intricato e intrigante Il marchio di Caino, secondo romanzo – dopo Il segreto della Genesi – di Tom Knox, pseudonimo del giornalista e scrittore inglese Sean Thomas. Mistero, storia e azione si alternano in un plot mozzafiato ed elaborato ad arte per non concedere tregua al lettore. Scene violente e tesissime; una carrellata di personaggi cuciti addosso ad un’ambientazione che si sposta dalla Gran Bretagna alla Guascogna, dalla Spagna basca alla Namibia; ricostruzioni storiche, basate a detta dell’autore su fonti autentiche, che ripercorrono gli studi genetici sulla razza e sull’ereditarietà di Eugen Fischer, lo scienziato tedesco che studiò i Baster della Namibia e, successivamente, fu al servizio di Hitler. E poi la storia dei Cagot: un popolo di cui pochissimi conoscono le vicende. Un popolo che ha subìto violente persecuzioni fino alla quasi completa estinzione. Un popolo che diventa emblema di tutte le minoranze che nello scorrere della storia sono state vittime dell’ignoranza e della superstizione dell’uomo. Un popolo che porta sulla sua pelle un emblema maledetto, il simbolo della Bestia, dell’infamia, della vergogna. E un marchio, quello di Caino.
07 aprile 2011
La gabbia dei matti
Luca Rinarelli
Agenzia X
2011
Torino. 7 luglio 2010. Giuseppe “Jack” Bonetti è sconvolto perché la cooperativa di recupero presso la quale è in cura sta per chiudere a causa dei tagli dei fondi della Regione. Quella struttura è l’unico luogo che lo fa sentire a casa e lo sta aiutando ad uscire dal tunnel della depressione. Jack cammina nella notte; urla. Per questo viene fermato da una pattuglia della polizia e portato in commissariato per schiamazzi notturni. Ma qui qualcosa va storto, e Jack muore. Le indagini interne e l’autopsia escludono qualsiasi responsabilità da parte degli agenti: Jack è caduto dalle scale mentre tentava di scappare. Una versione che non convince Marco,operatore della cooperativa e diretto responsabile del recupero di Jack. Vuole conoscere la verità e sa che c’è un solo modo: rapire il vicequestore Cagnazzo, sequestrarlo in una fabbrica dismessa e costringerlo a confessare i nomi dei diretti responsabili dell’omicidio di Jack. Sembra un’ impresa folle e Marco coinvolge Pietro, Cimu e Cesco – tre ragazzi inseriti nel programma di convivenza guidata assieme a Jack – Daniela, una collega salentina della quale si sta innamorando e l’ex legionario Franco Borghi. Gli interrogatori verranno filmati e pubblicati su YouTube, in modo da sollevare l’interesse dell’opinione pubblica e far sì che Jack abbia giustizia e che la sua storia non cada nel dimenticatoio…
Lo avevamo lasciato alle prese con il killer tedesco Werner Harteinstein - protagonista di In perfetto orario - e lo ritroviamo alle prese con un romanzo che attinge a piene mani dai recenti casi di cronaca come la morte di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi: lui è lo scrittore torinese Luca Rinarelli e La gabbia dei matti inaugura, insieme al romanzo di Paola Bottero ‘Ndranghetown, la nuova collana di Agenzia X, diretta dallo scrittore Matteo Di Giulio, “Inchiostro rosso – noir di rivolta”. Alla base della collana vi è un concetto di giustizia ribaltato rispetto al canone del noir: qui non c’è nessun poliziotto atto a ristabilire il corso degli eventi. Qui l’unica giustizia a farla da padrona è quella sociale, troppo spesso ridotta al silenzio dalle stanze del potere. È questo l’assunto de La gabbia dei matti, nel quale i protagonisti sono mossi dal dolore e dall’esasperazione di aver perso ingiustamente un amico. Ma non solo. Ciò che è al centro della vicenda è la sete di far sapere attraverso uno strumento come il web, unico grimaldello per scardinare le porte della democrazia. Questo Rinarelli ce lo racconta attraverso una scrittura tesa e asciutta, in cui le parole trovano spazio in un periodo serrato, che non concede pause a scapito, rispetto al suo primo lavoro, della descrizione per immagini che relega, questa volta, la città di Torino al ruolo di mera spettatrice dei fatti. Molto azzeccata appare la costruzione dei personaggi, tutti preda delle loro debolezze - e al contempo vittime dello svolgimento degli eventi che li porterà a compiere delle scelte estreme e a varcare quella soglia, a volte sottile, tra il bene e il male - e dei fitti dialoghi che si susseguono nel romanzo, infondendogli, a volte, una struttura quasi teatrale. Una curiosità: l’inquietante copertina è opera del disegnatore Maurizio Rosenzweig, il quale dà il particolare risalto iconico al filo rosso dell’intero romanzo: il lato oscuro dell’individuo, sempre pronto ad uscir fuori dalla propria gabbia…
05 aprile 2011
Nelle nebbie del Gambero d'Oro
Gianna Baltaro
Angolo Manzoni
2010
Torino, novembre 1933, pieno periodo fascista. Una diciassettenne, Marina Grossi, viene trovata morta nella cantina del suo palazzo, in via San Tommaso, nella Contrada del Gambero d’Oro, un quadrilatero delimitato da via XX Settembre, via San Francesco d’Assisi, via Pietro Micca e via Garibaldi. Sul luogo del delitto si trova Andrea Martini – ex commissario della Squadra Mobile che ha lasciato la polizia e si è trasferito nelle Langhe albesi per produrre vino – giunto a Torino per un congresso enologico, ospite della sorella. Quando incontra il commissario Vincenzo Piperno – l’attuale dirigente della Mobile – Martini gli chiede di partecipare alle indagini, in fondo non è la prima volta che aiuta la polizia e lui fa parte del quartiere... Gli interrogatori degli abitanti del palazzo non portano a nulla, fino quando uno di questi, il colonnello Dughera, un militare in pensione, viene avvelenato. Pare che sapesse qualcosa riguardo all’omicidio…
Nelle nebbie del Gambero d’Oro è la prima indagine del commissario Andrea Martini, personaggio nato dalla penna di Gianna Baltaro – scrittrice di romanzi polizieschi e giornalista di cronaca nera, scomparsa nel 2008 e definita “la Signora in giallo sotto la Mole” – e protagonista di una serie di diciotto romanzi. Siamo nel 1933, a Torino, città in cui risuonano le note di “Parlami d’amore Mariù” mentre i programmi musicali vengono trasmessi dall’EIAR. Siamo nel vivo del ventennio fascista, quando il codice Rocco aveva introdotto la pena di morte ed esisteva la tassa sul celibato; quando ai funerali venivano chiamate a partecipare, sotto compenso, delle giovani orfanelle, le ‘verdoline’, e la donna veniva ritenuta una poco di buono se non si sposava giovane o se fumava. Per questo Nelle nebbie del Gambero d’Oro diventa occasione per guardare con la lente d’ingrandimento un periodo non molto lontano, vissuto dai nostri stessi nonni e ci offre lo spaccato di una città fatta di botteghe e di caffè, di Monti di pietà e di gente che lotta dignitosamente per sopravvivere, mentre il regime, perseguendo il suo programma di grandi opere pubbliche, ha inaugurato il primo tratto della via Roma con i suoi pavimenti e portici di marmo. In questo scenario storico si colloca l’indagine di Martini e Piperno, tra deduzione e pranzi a base di salame crudo e buon vino mentre l’immancabile nebbia e la pioggia rendono il tutto più malinconico e, al contempo, magico. Una curiosità editoriale: Nelle nebbie del Gambero d’Oro è stato scritto nel 1994, stampato nel 2004 e ristampato nel 2010 in formato ‘Grandi caratteri – Corpo 16’ su carta avoriata, per soddisfare, come è scritto in quarta di copertina, il piacere di leggere senza fatica. Esperienza da provare.
L'apocalisse secondo Marie
Patrick Graham
Traduzione di Marà Dompè
Nord
2009
TEA
2011
L’ultima indagine è stata devastante per Marie Parks, profiler dell’FBI e cacciatrice di serial e cross killer. È stata costretta a fare i conti con il suo passato e con l’individuo che da bambina l’ha rapita dopo aver ucciso i suoi genitori: Daddy. L’esperienza ha ulteriormente peggiorato la sua condizione mentale e accresciuto il suo disturbo borderline di personalità che la costringe ad essere, al contempo, l’agente Parks e Gardener, donna violenta e assetata di sangue. Nel frattempo, a New Orleans si sta scatenando un uragano e la Reverenda Madre Debbie Cole, una vecchietta all’estremo delle forze e braccata da mendicanti che le danno la caccia, riesce a trasmettere i suoi poteri ad una bambina nera di undici anni: Holly Amber Habscomb. Uno scienziato, Bugh Kassam, è riuscito a sintetizzare il DNA di un’antica mummia, creando un virus che provoca l’invecchiamento istantaneo e la successiva morte e che ucciderebbe il 99,8 per cento della popolazione. Holly rappresenta l’unica speranza per l’umanità. Ma cosa può fare da sola una bambina di undici anni con dei poteri che non conosce? Per questo, per salvare l’intera umanità, ha bisogno di Marie…
Sembra che negli ultimi anni si sia creato uno smodato interesse nei confronti di scenari apocalittici che disegnano un’umanità in pericolo a causa di virus letali e devastanti. Pellicole come “Rec”, “Doomsday”, “Io sono leggenda”, sono l’esempio lampante di come l’umanità non abbia più paura di vampiri e lupi mannari ma di malattie e flagelli che ne causerebbero l’estinzione. In questo filone si pone L’apocalisse secondo Marie, secondo romanzo dello scrittore francese, naturalizzato statunitense, Patrick Graham, dopo l’ottima prova de Il vangelo secondo Satana, che gli è valso la vittoria del premio “Prix Maison de la Presse”. Un calderone di generi nel quale si fondono thriller, visioni catastrofiche, paranormale, spionaggio, archeologia e fantasy e che non offre punti di vista temporali determinati come si trovano, ad esempio, nei romanzi di Glenn Cooper. Il risultato è un romanzo che offre un plot non sempre omogeneo e personaggi inverosimili, come la stessa Marie, in grado di sgominare da sola un’intera squadra dell’FBI. Se nelle prime pagine si ha l’impressione di leggere un thriller ben costruito sul dialogo tra la protagonista e il suo psichiatra, successivamente il ritmo rallenta e compie una brusca virata su mondi fantastici dominati da elfi e guardiani dei fiumi. Restano le immagini che Graham ha saputo sapientemente costruire per disegnare lo scenario apocalittico. Resta la forza di alcune scene, come quella della donna che partorisce un bambino già vecchio. Resta il monito ad un’umanità condannata all’estinzione. Ma resta anche l’impressione di essere davanti a roba già vista.
29 marzo 2011
Uomo del Rinascimento
Giuseppe Pagliara
Book
2010
Urbino. 12 giugno 1502. Mentre legge il De Catilinae Coniuratione di Cicerone, G. è preso da violenti spasmi: il suo inconscio lo avverte dell’incombente pericolo che sta per abbattersi sulla città. In effetti è dal 1498, anno in cui ha abbandonato il cardinalato, che Cesare Borgia, duca di Valentinois, medita di farsi spazio nel mondo politico della penisola acquistando uno stato, partendo dal centro Italia, per poi espandersi verso gli altri stati. La prima tappa del suo disegno prevede la presa della città di Urbino di Guidubaldo da Montefeltro, duca di Urbino, destinato a non lasciare eredi a causa della sua sterilità. Per questo il duca, dopo averne parlato con la moglie, Elisabetta Gonzaga, decide di ricorrere all’adozione di Francesco Maria Della Rovere. Ma Cesare Borgia, il Valentino, aiutato dal padre Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI, è deciso a compiere la sua impresa tramando nell’ombra. Intanto sta già adunando le truppe…
È impresa ardua affrontare un romanzo come Uomo del Rinascimento, seconda opera di Giuseppe Pagliara – docente di Lingua e Letteratura inglese – dopo Giallo Pompeiano. La lettura, infatti, si rivela impervia e dai ritmi blandi a causa delle mille sottotrame che si succedono sulla pagina e di un linguaggio prettamente classicheggiante che non si limita ai soli dialoghi ma viene esteso anche alle parti narrate. Sfilano, nell’arco di due settimane, personaggi storici come il duca di Urbino Guidubaldo da Montefeltro, il duca Valentino Cesare Borgia, Francesco Soderini, Giuliano de’ Medici, Niccolò Machiavelli. Proprio lo scrittore fiorentino – insieme a Il Cortegiano di Baldassar Castiglione – sembra rappresentare un saldo punto di riferimento per Pagliara, il quale si cala letteralmente nel Cinquecento e si fa spettatore di un periodo che ha mutato gli equilibri italiani, attraverso il personaggio fittizio di G, fictum caput proiettato nello svolgersi degli eventi e al contempo sdegnoso spettatore. Per questo Uomo del Rinascimento diventa cronaca puntuale di un periodo storico, anche grazie all’avallo delle fonti, e spunto allegorico per descrivere la brama di potere e il malcostume che avvolge l’universo della politica. Così tutte le azioni dei personaggi di questo romanzo-fiume sembrano muoversi nella comune direzione che lo scrittore ha voluto infondere – con un controllo linguistico notevole, seppur di non facile fruizione – all’intera costruzione narrativa: il dimostrare che in ogni epoca e in ogni dove gli interessi personali e la brama di potere soverchiano irrimediabilmente i diritti di ogni individuo.
24 marzo 2011
Uomini e ossa
Bill Bass, Jon Jefferson
Traduzione di Dario Leccacorvi
Nord
2008
Nel 1980 nasce a Knoxville, nel Tennessee, su una manciata di acri di terra piena di ciarpame, l’Anthropology Reserach Facility, noto come la Fabbrica dei Corpi. All’interno, al sicuro dai predatori, vengono collocati cadaveri umani per registrare e documentare lo sviluppo e i tempi della decomposizione nell’arco di un intervallo postmortem. Il primo cadavere a scopo di ricerca varca i cancelli della Fabbrica nel maggio 1981 e per salvaguardarne l’anonimato viene stabilito un sistema di numerazione che fa riferimento ai cadaveri attraverso codici numerici invece che nomi. Così quel primo cadavere diventa 1-81, seguito dal 2-81 e via discorrendo. Fautore di questo progetto è il dottor Bill Bass, antropologo forense che, grazie all’esperienza pionieristica della Fabbrica dei Corpi, è riuscito a risolvere casi di omicidio in cui polizia e FBI brancolavano nel buio. Casi come quello dell’omicidio di Leoma Patterson e del viceprocuratore distrettuale Ted Barnett, o casi eclatanti come quello del disastro aereo del 3 febbraio 1959, in cui morirono Buddy Holly, noto per la canzone “That’ll be that day”, Ritchie Valens, voce della canzone “La bamba”, e J.P Richardson Jr. detto il “Big Bopper”. Con l’avvento della tecnologie le scienze forensi hanno subito un incremento di successi dovuti, ad esempio, alla maggiore conoscenza del DNA umano o ai programmi di ricostruzione facciale che permettono di riconoscere il volto di un teschio; ma se l’antropologia forense ha subito una massiccia evoluzione lo dobbiamo soprattutto agli studi del dottor Bass e agli esperimenti della Fabbrica dei corpi…
Era il 1994 quando Patricia Cornwell pubblicava La fabbrica dei corpi, romanzo in cui la detective italo-americana Kay Scarpetta si avvaleva dell’aiuto dell’istituto che studia la decomposizione dei cadaveri. Ebbene, quell’istituto esiste realmente ed è frutto del lavoro dell’antropologo forense Bill Bass, il quale, insieme a Jon Jefferson, giornalista, divulgatore scientifico e documentarista, aveva aperto le porte della Fabbrica nel saggio La vera fabbrica dei corpi; i due, tra l’altro, sono coautori con lo pseudonimo di Jefferson Bass di una serie di romanzi thriller che si muovono sullo sfondo della Fabbrica dei corpi e hanno come protagonista l’antropologo forense Bill Brockton, personaggio che rappresenta l’alter-ego di Bill Bass. In Uomini e ossa Bass e Jefferson ripercorrono l’epopea della Fabbrica dei corpi e descrivono i casi in cui l’antropologo forense è stato chiamato a mettere in campo la sua competenza. Il saggio è arricchito dall’ormai consueta appendice con lo schema dello scheletro umano, con un apparato fotografico che proviene direttamente dall’archivio del dottor Bass e un glossario di termini tecnici, fondamentali per orientarsi in un universo fatto di uomini e ossa… e sangue.
22 marzo 2011
Dictator - Il trionfo di Cesare
Andrea Frediani
Newton & Compton
2010
2 agosto 47 a.C.: dopo aver sgominato le truppe di Pompeo Magno a Farsalo ed essersi riposato in Egitto tra le braccia di Cleopatra, Gaio Giulio Cesare è in Siria, nel Ponto, per sconfiggere definitivamente il re Farnace, figlio del leggendario Mitridate Eupatore. A Roma, intanto, i soldati sono in rivolta, esasperati dai continui rinvii del loro congedo, e ad aggravare la situazione concorre l’incapacità di Marco Antonio, nominato magister equitum, nel tenere a bada gli scontri tra le bande dei tribuni della plebe Dolabella e Trebellio, che hanno gettato la città in uno stato di vera e propria guerriglia urbana. Ma per Cesare le battaglie non sono ancora finite. I suoi oppositori, infatti, dopo Farsalo hanno posto le basi della rivolta in Africa. Al condottiero non rimane che partire con le sue legioni e il fido germano barbaro Ortwin alla volta del continente, dove si troverà al cospetto di Metello Scipione, Marco Porcio Catone l’Uticense, Pompeo il Giovane, Tito Labieno e suo figlio Quinto: gli ultimi baluardi prima che Cesare celebri l’ultimo e definitivo trionfo…
Si conclude la saga di Dictator, trilogia dedicata alla figura di colui che gettò le basi del passaggio dall’età Repubblicana a quella Imperiale di Roma, il condottiero più grande della storia romana: Gaio Giulio Cesare. L’autore, Andrea Frediani, è laureato in Storia medievale e si occupa principalmente di storia antica, con particolare riguardo nei confronti di quella romana. Dictator – Il trionfo di Cesare è il racconto delle ultime gesta del dittatore romano, dal periodo immediatamente successivo alla battaglia di Farsalo, alle battaglie di Tapso e Munda che posero, di fatto, la città nelle mani di Cesare. Le vicende narrate attingono direttamente da fonti storiche, quali la Storia romana di Cassio Dione, la Guerra civile di Appiano e la Vita dei Cesari di Svetonio e vengono impreziosite dall’originale punto di vista dell’autore che immagina un diverso svolgimento dei fatti: nella finzione del romanzo, infatti, l’acerrimo nemico di Cesare, Tito Labieno, fungerebbe da infiltrato nelle file anticesariane e le vittorie del condottiero sarebbero influenzate in modo decisivo da questo evento. Accanto a Labieno e Cesare, sicuramente i protagonisti del romanzo, sfilano in queste pagine figure che hanno riempito le pagine della Storia romana, come Asinio Pollione e Aulo Irzio, Marco Antonio e Metello Scipione, fino al tragico, e al contempo poetico, suicidio di Catone, e figure di fantasia come i germani Ortwin e Veleda, le cui vicende si susseguono in una sottotrama di inseguimenti e ritrovamenti. E insieme al loro le migliaia di soldati che si scontrano sul campo nelle cruente battaglie che Frediani racconta con un taglio realistico e con un ritmo sempre serrato. Molto interessante, infine, è la descrizione di un Cesare stanco, oppresso dagli affanni e preda di attacchi epilettici che lo stringono a stare lontano dai campi di battaglia. Un Cesare deriso dai soldati mentre celebra il suo trionfo a Roma. Un Cesare nella cui mente rimbomba come un mantra la parola “declino”. Un Cesare che, nonostante sia giunto all’apice della sua vicenda umana e politica, è lontano da quello che, varcato il Rubicone, affermò le celeberrime parole: “Alea iacta est”.
18 marzo 2011
Così si muore a God's Pocket
Pete Dexter
Traduzione di Tommaso Pincio
Einaudi
2010
Leon Hubbard è un ragazzo difficile. Ha ventiquattro anni e vive nel quartiere di God’s Pocket, a Filadelfia, insieme alla madre Jeanie e il suo compagno, Mickey Scarpato. È stato proprio lui a trovare un lavoro al ragazzo come muratore di primo livello nel cantiere del nuovo reparto di traumatologia dell’Holy Redeemer Hospital. Leon non si separa mai dal rasoio che porta nella tasca posteriore dei pantaloni. Quello strumento lo fa sentire sicuro. Ha con esso un rapporto quasi morboso: ci parla, ci dorme, ci mangia: è come se facesse parte del suo corpo. Un giorno, però, il ragazzo sbaglia a tirarlo fuori e ferisce un collega, il vecchio Lucy, un nero che nella vita ha solo lavorato e non ha mai dato problemi a nessuno. Sono giorni che in cantiere nessuno sopporta Leon. Neanche il vecchio Lucy, il quale, dopo aver visto il rivolo di sangue scendere dalla sua gola, prende un tubo e fracassa la nuca di Leon, lasciandolo esanime. Quando arriva la polizia il capocantiere Coleman Peets decide di nascondere la verità e di far passare la morte del ragazzo come un incidente sul lavoro. Ma questa versione non convince la madre di Leon, Jeanie, pronta a conoscere la verità sulla morte del figlio, coinvolgendo la polizia, la stampa – soprattutto il giornalista Richard Shellburn – e un quartiere che è un vero e proprio universo concentrazionario: il God’s Pocket…
Era il 1983 quando il giornalista Pete Dexter esordiva nella narrativa con Così si muore a God’s Pocket, poco tempo dopo aver rischiato di morire pestato a sangue da una folla inferocita che lo massacrò in un bar a causa di un articolo scritto sulla morte un giovane spacciatore. Il quartiere non apprezzò le parole del giornalista e decise di fargliela pagare duramente. Proprio questo evento diede lo spunto narrativo a Dexter, il quale, con Così si muore a God’s Pocket, costruisce un romanzo corale a metà strada tra le pellicole di Clint Eastwood e Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, disegnando la mappa di un quartiere che diventa simbolo della periferia americana dei primi anni Ottanta; un quartiere in cui la vita scorre lenta e si trascina sui banconi dei bar. Un affresco di una Filadelfia razzista che diventa la città dei perdenti, in cui nessuno vince e, a loro modo, tutti subiscono la propria sconfitta esistenziale. E tutto ciò Dexter lo racconta attraverso una scrittura spigolosa e tagliente, pregna di malinconia e di denuncia sociale, priva di colpi di scena, quasi rassegnata, come rassegnati appaiono gli abitanti di God’s Pocket davanti allo scorrere dell’esistenza e del tempo, nell’attesa di morire di cancro tra un traffico di carne e uno di droga, già consapevoli di aver perso anche l’ultimo dei baluardi prima della resa definitiva: la speranza.
Intervista a Wilbur Smith
Nato nel 1933 nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), ma cresciuto in Sudafrica, Wilbur Smith è uno che i libri li vende a centinaia di milioni: decine di milioni solo in Italia - e trovatemene un'altro, che ci riesce. Non lo diresti, a guardare questo azzimato signore anziano dritto come un fuso che ha sempre un sorriso per tutti e una professionalità invidiabile. Umiltà, semplicità, disponibilità: le virtù dei grandi. E lui, infatti, è un grande della letteratura d'avventura. Forse il più grande. M'hai detto niente.
Quanto ha contato nella formazione del tuo gusto per l'avventura la tua infanzia africana?
Nascere in Africa è stata di gran lunga la cosa più importante della mia vita. L'Africa è uno scrigno di tesori e di racconti, ha una disponibilità infinita di storie. Io scrivo da 45 anni e posso dire di aver soltanto scalfito la superficie.
È vero che fu tua madre a insegnarti l'amore per i libri?
Assolutamente sì. Quando ero bambino del resto non esisteva la televisione, e le madri leggevano libri ai bambini prima di andare a letto o nei lunghi pomeriggi di pioggia. Sono profondamente grato a mia madre per avermi trasmesso l'amore per la lettura e per la scrittura, ha fatto la mia fortuna.
Visto il tuo affascinante passato, perché la scelta di non scrivere un'autobiografia?
Un'autobiografia è l'estrema vanità. Forse in fin di vita ne scriverò una: ma sarà fatta più di fiction che di realtà. Un'autobiografia alla Wilbur Smith, insomma.
La corona di re dei bestseller è pesante da portare?
No, per niente. Soprattutto perché non prendo troppo sul serio questa cosa. Esistono tanti scrittori al mondo, ognuno ha la sua nicchia personale nella quale si colloca e sta comodo, ma tutti hanno qualcosa di interessante da dire. Senza nessuna competizione, per carità.
Cosa pensi della divisione tra letteratura di serie A e serie B? I libri non dovrebbero avere tutti una stessa dignità?
Penso che anche solo l'idea di libri più validi solo perché riconosciuti tali da un'èlite sia una vera idiozia. Shakespeare scriveva per il popolo, e il suo pubblico andava dagli spazzini al re. Si trattava quindi di letteratura popolare, eppure sono opere di elevatissimo livello o sbaglio? E poi perché ora Shakespeare è invece considerato riservato ai lettori colti? I confini sono variabili, confusi. La divisione tra libri di serie A e B non ha semplicemente senso.
Qual è il segreto del fascino che l'antico Egitto esercita sui lettori e quale fascino esercita il personaggio di Taita in particolare su di te?
Tutti non possono fare a meno di essere affascinati dall'Egitto antico perché semplicemente si tratta della culla della nostra civiltà. Lì sono nate la scrittura, la Matematica, l'Astronomia, la Filosofia, etc. etc. E poi aggiungiamoci monumenti grandiosi, affreschi splendidi, un'estetica intrigante... La valle del Nilo ha dato i natali all'uomo, e io mi sento un discendente diretto degli antichi egizi. Con Taita negli anni si è creato un rapporto che definirei quasi di amicizia stretta. E' un uomo complicato, contraddittorio, sempre capace di sorprendermi, e mi piace chiacchierare con lui ogni tanto, chiedergli anche dei consigli. Ah, Taita...
Il viaggio di Taita è davvero senza fine come dice lui alla fine del romanzo Alle fonti del Nilo? Quale sarà la sua prossima tappa?
Non se è saggio credere a Taita, fidarsi di lui. Forse il suo viaggio continuerà, chissà. Ma anche se fosse non è certo tipo da venire a raccontare i dettagli a me (ride, ndr)!
Ne La legge del deserto affronti il tema dell’integralismo islamico. Hector Cross, il protagonista del romanzo, lo definisce “La Bestia”. Qual è il tuo pensiero riguardo la religione islamica e le sue estremizzazioni, quali, appunto, l’integralismo?
Ogni religione che viene portata agli estremi diventa qualcosa di malvagio e questo viene sottolineato nei dialoghi dei protagonisti del mio libro. Hazel, la protagonista femminile, ad un certo punto esprime la sua indignazione, il suo orrore sulle modalità con le quali le persone vengono castigate in base alla Sharia, la legge islamica. Quando lei assiste a queste esecuzioni afferma che questa gente non è umana. Hector le risponde che tutte le religioni hanno avuto delle fasi estreme, determinate da uomini che applicano le leggi religiose in modo integralista. In questo modo la religione diventa espressione di odio e violenza. Anche la religione cristiana ha attraversato questa fase, se pensiamo, ad esempio, all’Inquisizione spagnola. Quando la religione diventa strumento politico in mano di pochi determina persecuzioni, pogrom. Il Cristianesimo ha superato questa fase mentre alcune parti del mondo islamico odiano ancora chiunque non sia maomettano. Per il resto ritengo che l’Islam sia una religione molto vicina al Cristianesimo e l’Ebraismo; è una religione monoteista e Gesù Cristo viene ritenuto uno dei Profeti; non vengono adorati gli idoli. Questi sono elementi comuni che appartengono a queste tre grandi religioni monoteiste, mentre nell’applicazione concreta si vengono a creare diversità che in passato non erano ampie come oggi. Il Cristianesimo, nel frattempo, si è ammorbidito ed è diventato più umano, cosa che non è avvenuta per alcune parti del mondo islamico. La cosa che più mi trova in contrasto con la religione islamica è il trattamento delle donne. So che ci sono molte donne islamiche che sostengono di non avere problemi ad indossare il burqa ma credo che questo derivi dal fatto che esse non conoscano altre realtà e altre situazioni. Tutto ciò mi rattrista molto.
Nel romanzo La legge del deserto sembra non esistere il tema del perdono, anzi, tutti i personaggi sono mossi dalla vendetta, dallo sceicco Tippu Tip ad Adam, da Tariq fino agli stessi Hazel ed Hector. Il pensiero dei personaggi rispecchia il tuo?
Naturalmente non è questa la mia visione ma prettamente quella dei miei personaggi. D’altra parte il concetto della faida di sangue esiste tutt’ora in molte parti del mondo e viene perpetrata di generazione in generazione. Penso, ad esempio, all’ambito mafioso: ancora oggi assistiamo a faide tra famiglie ed è un elemento ancora più forte in Medio Oriente, insito nella stessa religione islamica. È un dato di fatto che ovviamente non appartiene al mio modo di pensare e credo che il concetto di perdono sia più radicato nella religione Cristiana e non nelle altre religioni. In realtà i protagonisti del romanzo non sono in cerca di vendetta quanto, piuttosto, di un modo per porre fine a questa faida e capiscono che l’unico modo è quello di applicare la stessa legge del nemico, quella della Sharia. Quindi, secondo la sua legge, l’unico modo per porre fine alla scia di sangue creatasi è la sua morte. Sulla questione del perdono, mi piace citare una frase del generale Norman Schwarzkopf, soprannominato “Stormin’ Norman”, il quale, al giornalista che lo interrogò sulla questione del perdono riguardo Saddam Hussein, rispose: “Il perdono non è il mio lavoro ma quello di Dio. Il mio è fare in modo che Saddam vada al Creatore più in fretta possibile a chiedere perdono!”.
Hazel ed Hector sembrano disumani. Sanno fare praticamente di tutto. Hai mai conosciuto gente così?
Se vedi cosa sono in grado di fare gli atleti professionisti puoi già farti un’idea del fatto che esistano persone in grado di fare ciò che fanno Hazel ed Hector. Nel calcio, ad esempio, vediamo dei gesti tecnici straordinari come la rovesciata. Il corpo umano è capace di cose veramente straordinarie se allenato in modo adeguato. Qui parliamo di una donna che è stata una campionessa mondiale di tennis e di un ex militare che dopo una lunga giornata di lavoro va ad allenarsi in palestra e al poligono di tiro ogni giorno. E ci sono persone così. Dalla nostra prospettiva di persone che conducono una vita sedentaria, o quasi, ci possono apparire sovrumani ma solo perché non ci alleniamo come loro. Un giorno mia moglie ed io eravamo a fare una passeggiata nelle campagne inglesi e abbiamo visto una fila di soldati che correva con i zaini in spalla: stavano facendo un addestramento. Io ho detto a mia moglie: “Lo sai che ognuno di quegli zaini pesa quaranta libbre (circa 20 kg, n.d.r.)?”. Lei non mi ha creduto e si è messa a correre dietro ad un sergente che faceva finta di non vederla – ma sicuramente l’ha notata perché è una bella donna – chiedendogli: “È vero che lo zaino pesa quaranta libbre?”. E lui con una faccia fiera le ha risposto: “No! Quaranta chili!”.
Sei ritenuto il maestro incontrastato dell’avventura. Cos’è per te l’avventura?
“Avventura” significa lasciare i sentieri battuti e mettersi in situazioni di cui non si può avere il controllo. Per me può essere andare a fare un safari o scalare una montagna, cosa che non faccio più oggi ma in passato ho fatto varie volte, o attraversare il deserto con una carovana di cammelli. Lasciare ciò che si conosce e andare verso l’ignoto: questa è l’avventura secondo me.
La legge del deserto, però, oltre a parlare di azione e avventura descrive anche una miriade di sentimenti: amore declinato in varie forme, odio, paura...
Quando scrivo un romanzo come La legge del deserto mi piace affrontare e considerare l’intera gamma dei sentimenti umani. Ci sono diversi temi che mi stanno a cuore e ricorrono nei miei libri: il rapporto tra un genitore e un figlio, il rapporto tra i compagni di squadra, quindi la totale fiducia nell’affidare la propria vita a qualcun altro, e, soprattutto, il rapporto tra un uomo e una donna, forse quello più importante, quello che ci permette di procreare e propagare le nostre generazioni. Sono sfaccettature delle nostre esperienze che a livello individuale si manifestano in modo unico. È come prendere un gioiello e guardarlo da varie angolazioni: cambia il colore, cambia la forma e questo ci distingue, la capacità di accoppiarci per la vita, di avere dei figli e saperli allevare, la capacità di instaurare rapporti di fiducia e stima reciproca. Questi sono gli elementi distintivi dell’umanità.
In Italia i tuoi romanzi vanno a ruba. Come spieghi questo fenomeno?
Sinceramente non me lo so spiegare. Ad esempio, può esserci un buon libro che scompare sotto la superficie della coscienza umana senza nemmeno incresparne le acque. Ce ne può essere un altro che crea uno tsunami. Occorre un tocco di magia che susciti entusiasmo nei lettori. In un anno i libri che possono creare questo entusiasmo sono al massimo due o tre. Per quanto riguarda i miei libri, forse non causano tsunami ma sono certamente delle belle ondate che arrivano costantemente sulla spiaggia. In Italia molte persone leggono i miei libri ed è capitato che i padri li facessero conoscere ai figli e ora siamo già a tre generazioni di lettori. Sicuramente ho toccato i tasti giusti nelle menti dei lettori italiani, mentre in Germania non sono affatto conosciuto. Eppure la Germania è un paese molto vicino all’Italia.
Intervista di David Frati e Lorenzo Strisciullo
La legge del deserto
Wilbur Smith
Traduzione di Giampiero Hirzer
Nord
2011
Nell’entroterra dell’emirato di Abu Zara c’è una concessione petrolifera un tempo di proprietà della Shell ed ora appartenete alla Bannock Oil, la società petrolifera della ex tennista Hazel Bannock, donna bellissima che ha ereditato un impero finanziario dopo la morte del marito Henry e che conduce gli affari in modo eccelso. Ad occuparsi della sicurezza degli impianti, oggetto di frequenti attacchi terroristici, è la Cross Bow Security Limited, agenzia di mercenari capeggiata da Hector Cross, ex maggiore delle SAS, uomo d’azione e dai metodi estremi nel fronteggiare i nemici. Hazel ha una figlia, la diciannovenne Cayla, una ragazza viziata che si trova a bordo dello yacht di famiglia in rotta verso l’isola di Mahé nelle Seychelles: l’Amorous Dolphin. Cayla non sa che l’uomo con il quale sta avendo una relazione di sesso e che lei stessa ha fatto salire a bordo offrendogli un lavoro come steward – Rogier Marcel Moreau – in realtà si chiama Adam Abdul Tippu Tip e si trova lì per rapirla. Adam è il nipote dello sceicco Tippu Tip, capo dei pirati del Puntland somalo i quali, proprio grazie ad Adam, riescono ad incrociare il lussuoso yacht e rapire Cayla. Quando arriva la richiesta di riscatto Hazel Bannock inizia a smuovere tutti i canali ufficiali ma non ottiene risultati. Nonostante i rapporti con Hector Cross non siano i migliori, Hazel sa che solo lui può tentare l’ardua impresa di riportare a casa Cayla…
Torna Wilbur Smith, come un evento al quale ormai ci si è abituati da decenni, con un nuovo romanzo d’avventura. Lo scrittore, nato nel 1933 a Broken Hill, nella Rhodesia Settentrionale – l’attuale Zambia – ha esordito nel 1964 e da allora i suoi romanzi sono diventati bestseller internazionali, soprattutto in Italia dove Smith è di gran lunga lo scrittore più venduto. La legge del deserto affronta un tema caldo e di estrema attualità come quello dell’integralismo islamico e della pirateria nelle coste africane e lo fa con gli ingredienti che hanno reso Smith un maestro del genere: le ambientazioni esotiche del continente africano, una serie di personaggi a confronto dei quali Rambo sembra uno scolaretto, un plot serrato che non lascia scampo e che conduce il lettore in un viaggio che si compone di salite e discese, di azione e di descrizione di sentimenti quali la paura, la vendetta, l’odio, l’amicizia e l’amore. Attraverso gli occhi dei suoi personaggi, Wilbur Smith getta lo sguardo sul mondo islamico e sulle dure leggi della Sharia, le quali, poste nelle mani di persone sbagliate come lo sceicco Tippu Tip, diventano incunabolo di ignoranza e deflagrano in atti di violenza e odio. E davanti a tali atti ad Hazel ed Hector non resta che abbandonare i propri preconcetti e le proprie esperienze e calarsi in un mondo dominato da una sola legge. Quella del deserto.
04 marzo 2011
La mappa del destino
Glenn Cooper
Traduzione di Amalia Rincori, Velia Februari
Nord
2011
Périgord, Francia. 1899. Édouard Lefevre e suo cugino Pascal s’imbattono in un’antica caverna: una scoperta straordinaria. Pieni d’entusiasmo si recano in una locanda nel piccolo villaggio di Ruac per raccontare al proprietario e ai clienti del loro ritrovamento. Un errore, perché non fanno neanche in tempo a finire il racconto che sono già cadaveri. Ruac, oggi. Un incendio si è scatenato tra le mura di un’abbazia e nascosto in un muro crollato viene ritrovato un libro risalente al Medioevo, ornato con borchie d’argento, scritto in codice e pieno d’immagini che raffigurano animali e piante. Le prima pagine sono in latino e riportano strane parole: “Io Barthomieu, monaco dell’abbazia di Ruac, ho duecentoventi anni. E questa è la mia storia”. Hugo Pieneau, l’antiquario a cui il prezioso libro è stato affidato dall’abate Menaud per essere restaurato, non ha dubbi nel convocare un suo amico per fargli visionare il volume: l’archeologo Luc Simard. All’interno del libro i due trovano una mappa che li conduce all’interno di una caverna formata da dieci stanze, nei pressi di Ruac. Un ritrovamento dal valore archeologico immenso. La caverna è piena di dipinti rupestri che raffigurano bisonti, cavalli, cervi, uomini, gli stessi raffigurati nel libro, insieme a quelli della decima stanza, dove l’artista preistorico ha lasciato la testimonianza di un segreto che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità. Un segreto che gli abitanti di Ruac vogliono difendere ad ogni costo…
La mappa del destino è il terzo romanzo dello scrittore newyorchese Glenn Cooper, il quale ha momentaneamente abbandonato le sorti di Will Piper, il protagonista dei best-seller La biblioteca dei morti e Il libro delle anime, per spostare il centro dell’attenzione su un nuovo personaggio, l’archeologo francese Luc Simard, il quale si trova da un giorno all’altro di fronte alla scoperta che qualsiasi archeologo vorrebbe fare: una caverna piena di dipinti rupestri risalenti addirittura al 30.000 BP (acronimo di “Before Present”, un sistema di datazione utilizzato da diverse discipline scientifiche che fissa il punto di riferimento nel 1950). Luc è il classico personaggio che potremmo trovare in un romanzo di Clive Cussler o Wilbur Smith: bello, colto, tombeur de femmes; nello svolgersi della trama il personaggio acquista maggiore spessore e ne scopriamo le debolezze, la psiche, i modi di pensare, davanti ad una serie di eventi che metteranno a dura prova la sua stessa vita. Eventi che trovano spunto da una serie d’ingredienti che tengono sempre alto il ritmo della tensione: una cittadina, Ruac, che pare custodire un ancestrale segreto e i suoi cittadini pronti a tutto per difenderlo. Tutto ciò attraverso una scrittura sempre precisa nel raccontare termini archeologici o anche lo stesso gergo che si usa in un campo di scavi. Ma il punto di forza de La mappa del destino, così come l’intera opera narrativa dello scrittore, sta nel saper mescolare i diversi piani storici e temporali che non danno punti di riferimento al lettore, portato a spasso nella Storia da una scrittura che viene utilizzata come la DeLorean di “Ritorno al futuro”. A parte il capitolo iniziale di contorno, ambientato nel 1899, Cooper ci parla della vita dell’Homo Sapiens, degli scontri con l’uomo di Neanderthal e degli inizi del processo comunicativo umano, per poi fare un salto nel Medioevo dove personaggi del calibro del monaco Abelardo e san Bernardo di Chiaravalle hanno avuto tra le mani l’antico manoscritto rinvenuto a Ruac, teatro di eventi drammatici e cruenti, ingrediente principale e sostanziale per un gran action-thriller a sfondo storico/archeologico come La mappa del destino.
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