
"Adagio, umilmente, esprimere, tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch'essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione dell'anima, un'immagine di bellezza che siamo giunti a comprendere: questa è l'arte".
James Augustine Aloysius Joyce nasce a Rathgar, un sobborgo di Dublino, il 2 febbraio del 1882, data che ricorre in modo quasi ossessivo nella sua vita di artista: tutte le sue opere vengono pubblicate il giorno del suo compleanno. Primo di dieci fratelli, cinque dei quali muoiono durante l’infanzia, Joyce cresce in una famiglia profondamente cattolica. Compie i primi studi al Clongowes Wood College e al Belvedere College, entrambi istituti gesuiti. Successivamente si iscrive all’università di Dublino, dove si laurea in Lingue moderne. Ma già in questo periodo inizia a manifestarsi quel senso di oppressione e il relativo moto di ribellione dettati dalla soffocante presenza della Chiesa e della Corona Britannica nella vita sociale della sua città. La ribellione, soprattutto nei confronti della religione, lo porta a rifiutare di inginocchiarsi e pregare al capezzale della madre morente. A Dublino avviene l’incontro che cambia la sua vita: quello con Dora Barnacle, una cameriera dell’ovest dell’Irlanda che diventerà la sua compagna per tutta la vita. I due decidono di fuggire dall’isola e lo scrittore si addentra in quella condizione di esule volontario che sarà il filo conduttore della sua vicenda umana ed artistica. Da Dublino a Zurigo, poi a Trieste, Pola e ancora Trieste, dove lo scrittore inizia a trovare un po’ di pace e dove nasce il suo primogenito Giorgio. Intanto lavora alle sue liriche, che confluiranno nella raccolta Chamber Music, ad alcuni racconti - o meglio, epicleti - con i quali vuole descrivere la paralisi dell’Irlanda, e al pentateuco icarico che rappresenta il manifesto estetico della sua giovinezza: il Dedalus. A Trieste nasce la sua secondogenita Lucia, la quale col passare degli anni inizia a soffrire di schizofrenia, fino alla totale pazzia. A Trieste collabora al “Piccolo della sera”, attività che alterna a quella di insegnante e soprattutto a quella di scrittore e conosce Ettore Schmitz, Italo Svevo, al quale impartisce lezioni di Inglese. Ma Trieste è ormai diventata una città che gli sta stretta e soprattutto lo scoppio della Grande Guerra lo vede costretto a rifugiarsi a Zurigo, in quanto cittadino britannico in una città dell’Impero Austro-Ungarico. Ma anche Zurigo si rivela una città culturalmente arida e quindi Joyce si trasferisce a Parigi, capitale della cultura europea di inizio Novecento. A Parigi porta a termine la stesura dell’opera “trinitaria” che sconvolge completamente le strutture del romanzo: Ulisse, pubblicato il giorno del suo quarantesimo compleanno. Ormai Joyce è uno scrittore affermato, di fama mondiale; le sue opere vengono conosciute e pubblicate oltreoceano dall’editore Huebsch. La sua condizione di esule continua anche all’interno della stessa Parigi: Joyce cambia continuamente indirizzo. La sua carriera sembra ormai giunta al culmine, anche perché un glaucoma ha reso lo scrittore irlandese quasi cieco. Ma nel 1923, dopo un anno di totale inoperosità, Joyce scrive una lettera alla sua mecenate, Miss Harriet Shaw, dicendole di aver iniziato un nuovo lavoro: quel work in progress che verrà pubblicato nel 1939 (nel giorno del suo cinquantasettesimo compleanno) col titolo di Finnegans Wake. La parabola del “Dio- creatore di linguaggi” può ritenersi conclusa. James Joyce viene ricoverato per un’ulcera perforata all’ospedale di Zurigo, dove aveva passato gli ultimi anni per stare vicino alla figlia internata in una clinica svizzera. Si spegne alle 2.15 del 13 gennaio 1941. Due giorni dopo, sotto la neve, sono presenti al funerale Nora, Giorgio, Stephen, figlio di Giorgio e pochi amici. Lucia, informata qualche giorno dopo della sepoltura del padre, risponde indignata: «Che cosa ci sta a fare sotto terra, quell’idiota? Quando si deciderà a uscire? Ci spia tutto il tempo».
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